giovedì 30 ottobre 2014

VARIE 8338

1.SI 'O VALLO CACAVA, COCÒ NUN MUREVA. Letteralmente: Se il gallo avesse defecato, Cocò non sarebbe morto. La locuzione la si oppone sarcasticamente, a chi si ostina a mettere in relazione di causa ed effetto due situazioni chiaramente incongruenti, a chi insomma continui a fare ragionamenti privi di conseguenzialità logica. 2.À PERZO 'E VUOJE E VVA ASCIANNO 'E CCORNA. Letteralmente: À perduto i buoi e va in cerca delle loro corna. Lo si dice ironicamente di chi cerchi pretesti per litigare comportandosi come chi avendo [per propria insipienza] perduto cose di valore, ne reclami almeno piccole vestigia, adducendo sciocche rimostranze e pretestuose argomentazioni. 3.PURE LL'ONORE SO' CASTIGHE 'E DDIO. Letteralmente: Anche gli onori son castighi di Dio. Id est: anche agli onori si accompagnano gli òneri; nessun posto di preminenza è scevro di fastidiose incombenze. La locuzione ricorda l'antico brocardo latino: Ubi commoda, ibi et incommoda. 4.MADONNA MIA FA' STÀ BBUONO A NNIRONE Letteralmente: Madonna mia, mantieni in salute Nerone. È l'invocazione scherzosa rivolta dal popolo alla Madre di Dio affinché protegga la salute dell'uomo forte, di colui che all'occorrenza possa intervenire per aggiustare le faccende quotidiane. Nella locuzione c'è la chiara indicazione che il popolo preferisce l'uomo forte e deciso (anche se cattivo), piuttosto che l'imbelle democratico; con altra interpretazione, piú caustica, si ritiene che il popolo preferisca tenere in salute l'uomo forte e deciso (anche se cattivo),nel timore che, nel caso di decesso, lo sostitusca uno peggiore. 5.PE TTRECCALLE 'E SALE, SE PERDE 'A MENESTA. Letteralmente: per pochi soldi di sale si perde la minestra. La locuzione la si usa quando si voglia commentare la sventatezza di qualcuno che per non aver voluto usare una piccola diligenza nel condurre a termine un'operazione, à prodotto danni incalcolabili, tali da nuocere alla stessa conclusione dell'operazione. 'O treccalle era una delle piú piccole monete divisionali napoletane pari a stento al mezzo tornese ed aveva un limitatissimo potere d'acquisto, per cui era da stupidi rischiare di rovinare un'intera minestra per lesinare sull'impiego di trecalli per acquistare il necessario sale.Il cavallo oppure callo fu una moneta di pochissima importanza coniata in rame in piú valori (uno, due, tre, quattro, cinque, nove) dal 1472 al 1815 (quando fu sostituito dal tornese), era la dodicesima parte di un grano napoletano. Dal 1814 passò, invece, a rappresentare la decima parte di un grano napoletano con un controvalore in lire italiane di 436 centesimi per cui il treccalle valeva appena 1 lira e 38 centesimi, una cifra veramente irrisoria! 6.S'È AUNITO 'O STRUMMOLO TIRITEPPE E 'A FUNICELLA CORTA. Letteralmente: si è unita la trottolina scentrata e ballonzolante e lo spago corto. Id est: ànno concorso due fattori altamente negativi per il raggiungimento di uno scopo prefisso, come nel caso in epigrafe la trottolina di legno non esattamente bilanciata e lo spago troppo corto e perciò inadatto a poterle imprimere il classico movimento rotatorio.La voce tiriteppe (talora riportata come tiriteppola) è la riproduzione onomatopeica del rumore prodotto, nel suo vorticare da una trottolina scentrata e ballonzolante che non prilli secondo norma. 7.LL'AUCIELLE S'APPARONO 'NCIELO I 'E CHIAVECHE 'NTERRA. Letteralmente: gli uccelli si accoppiano in cielo e gli uomini spregevoli in terra. È la trasposizione in chiave rappresentativa del latino: similis cum similibus, con l'aggravante della spregevolezza degli individui che fanno comunella sulla terra. Il termine: chiaveche è un aggettivo sostantivato, formato volgendo al maschile plurale il termine originario fem.le: chiaveca [s.vo f.le [ dal lat. pop. *clavĭca, rifacimento di clavaca (in glosse), , per il lat. class. cloāca]. che è la cloaca, la fogna; tenendo ciò presente si può capire quale valenza morale abbiano per i napoletani, gli uomini detti chiaveche.Rammento che nell’espressione I [derivato dall’iberico Y] è una congiunzione usata, per evitare l’allitterazione, al posto della congiunzione E davanti all’art. m.le o f.le ‘E (gli/le) e solo davanti all’art. ‘E. 8.'E CIUCCE S'APPICCECANO I 'E VARRILE SE SCASSANO. Letteralmente: Gli asini litigano e i barili si rompono. Id est: i comandanti litigano e le conseguenze le sopportano i soldati. Cosí va il mondo: la peggio l'ànno sempre i piú deboli, anche quando non sono direttamente responsabili d'alcunché. La cultura popolare napoletana à tradotto icasticamente il verso oraziano: quidquid delirant reges, plectuntur Achivi (Qualsiasi delirio dei re, lo pagano gli Achei...). 9. Â VVESSENTERÍA, NUN S' À DDA STREGNERE 'O FETICCHIO. Letteralmente: Alla diarrea non si deve (opporre) il restringimento dell'ano. Id est: Non ci si deve opporre al naturale fluire delle cose, anzi, al contrario, occorre sapersi adattare alle circostanze, anche le piú spiacevoli. 10.'O TRUMMETTA D’’A VICARIA Letteralmente: il trombetto della Vicaria. Id est: il propalatore di notizie, il divulgatore non desiderato di faccende altrui. In senso ironico: chi non sappia mantenere un segreto. La locuzione prende l'avvio da un personaggio veramente esistito in Napoli durante il periodo viceregnale, allorché - in mancanza di altri mezzi mediatici - per diffondere i pubblici bandi ci si serviva appunto di un banditore che girava la città e, fermandosi ad ogni cantonata, dava lettura dell'atto da comunicare dopo lo squillo di una tromba che serviva per richiamare l'attenzione degli astanti. Il trombetto è detto della Vicaria perché dalla Vicaria (sede dei tribunali della città) cominciava il suo lavoro il banditore. 11.A CCAROCCHIE, A CCAROCCHIE PULICENELLA ACCEDETTE Â MUGLIERA. Letteralmente: con ripetuti colpi in testa, Pulcinella uccise la moglie. Id est: i risultati si ottengono perseguendoli giorno dopo giorno anche con reiterate piccole azioni. La carocchia è un colpo assestato sul capo con la mano chiusa a pugno mossa dall'alto verso il basso e con la nocca del medio protesa in avanti a formare un cuneo. Un singolo colpo non produce gran danno, ma ripetuti colpi possono anche ferire una persona e lasciare il segno. 12. GUAGLÚ, LEVÀTE 'O BBRITO! Letteralmente: ragazzi, togliete il vetro... Id est: Ragazzi togliete di mezzo i bicchieri. È il comando che proprietari delle bettole o cantine dove si mesceva vino a pagamento, rivolgevano ai garzoni, allorchè si avvicinava l'ora di chiusura dell'esercizio, affinché ritirassero i bicchieri e le bottiglie usati dagli avventori. Per traslato, la frase viene usata quando si voglia far capire che si è giunti alla fine di qualsivoglia operazione e non si è intenzionati a cominciarne altra. 13. 'A CORA È 'A CCHIÚ BRUTTA 'A SCURTECÀ. Letteralmente: la coda è la cosa peggiore da scarnificare. Id est: il finale di un'azione è il piú duro da conseguire, perché un po' per stanchezza, un po' per sopraggiunte difficoltà non preventivate, i maggiori ostacoli si incontrano alla fine delle operazioni intraprese. In fondo, anche i latini asserivano la medesima cosa quando dicevano: in cauda venenum (il veleno è nella coda). 14. 'O VALLO NCOPP' Â ‘MMUNNEZZA. Letteralmente: il gallo sull'immondizia. Cosí, a buona ragione, viene definito dalla cultura popolare partenopea, il presuntuoso, il millantatore, colui che - senza particolari meriti, ma per mera fortuna o per naturale fluire del tempo - abbia raggiunto una piccola posizione di preminenza, e di lassú intenda fare il buono e cattivo tempo, magari pretendendo di far valere il proprio punto di vista, proprio come un galletto che, asceso un cumulo di rifiuti, ci si sia posto come su di un trono e, pettoruto, faccia udire i suoi chicchirichí. 15.ASPETTA, ASENO MIO, CA VÈNE 'A PAGLIA NOVA. Letteralmente: Attendi (a sdraiarti), asino mio, ché è in arrivo la paglia nuova. È una locuzione usata quando si voglia indicare la inutilità di un'attesa o ironicamente quando si voglia minacciare qualcuno di un'imminente vendetta.Nella fattispecie il padrone dell’asino sa che non gli procurerà strame fresco e si prende gioco della bestia minacciandolo di percosse se non continuerà il lavoro e si abbandonerà al riposo. 16.'A GATTA QUANNO SENTE 'ADDORE D''O PESCE, MACCARUNE NUN NE VO’ CCHIÚ. Letteralmente: la gatta quando avverte l'odore del pesce, di maccheroni non ne vuole piú. Id est: Quando l'uomo à la possibilità di metter le mani su quanto c'è di meglio, non si contenta piú dell'eventuale succedaneo, ma ambisce al meglio, in senso sia teorico che pratico. 17. A -CHI CHIAGNE FOTTE A CCHI RIDE. B - 'O PICCIO RENNE Letterealmente: A - Chi piange frega chi ride. B - Il pianto rende. Le due locuzioni appalesano gli ottimi risultati che si possono ottenere con la politica del pianto e del lamento che a lungo andare producono frutti per coloro che la perseguono e mettono in atto 18.CU LL'EVERA MOLLA OGNEDUNO S'ANNETTA 'O CULO! Letteralmente: con l'erba morbida, ognuno si pulisce il sedere. Id est: chi dimostra di non aver nerbo e/o carattere diventa succube di chiunque ed è destinato, nella vita, ad essere soccombente in qualsiasi occasione e ad essere usato a piacimento degli altri. 19. SANTU MANGIONE È 'NU GRANNE SANTO. Letteralmente: San Mangione è un gran santo. La locuzione fa riferimento ad un ipotetico, ma non per questo inesistente, San Mangione, ritenuto dal popolo napoletano il santo protettore dei corrotti e dei concussori, santo potentissimo capace di fare 14 grazie al giorno, addirittura una in piú di quel sant'Antonio da Padova, gran taumaturgo accreditato di 13 grazie al giorno.Con l'affermazione in epigrafe si appalesa la disincantata maniera di guardare alla realtà che è propria del napoletano, che - per averlo provato sulla propria pelle - è convinto che la corruzione e non altro, governi l'universo. 20.PE VULIO 'E LARDO, VASA 'NCULO Ô PUORCO. Letteralmente: per desiderio di lardo, bacia il sedere del maiale. Lo si dice sarcasticamente a dileggio di chi, pur di ottenere anche un'inezia, è disposto alle piú disonorevoli azioni. Brak

VARIE 8337

1 -TENÉ 'A CAZZIMMA Neologismo studentesco intraducibile ad litteram con il quale si indica l'atteggiamento malevolo, la furbizia prevaricante di chi mira a danneggiare una controparte piú debole e perciò piú vulnerabile. Talvolta si imbarocchisce la locuzione aggiungendo lo specificativo: d''e papere australiane (delle oche australiane), specificazione però inutile e non comprensibile atteso che non è dato sapere che le oche di quel continente siano prevaricatrici o particolarmente furbe. 2 -TENÉ 'A CIMMA 'E SCEROCCO Ad litteram: tenere la sommità dello scirocco Id est: essere nervoso, irascibile, pronto a dare in escandescenze, quasi comportandosi alla medesima maniera del metereopatico condizionato dal massimo soffio dello scirocco. 3 -TENÉ 'E CAZZE CA CE ABBALLANO PE CCAPA Ad litteram: tenere i peni che ci danzano sulla testa Id est: essere preoccupati al massimo, aver cattivi crucci che occupano la testa. Icastica anche se becera locuzione con la quale si sostiene che ipotetici peni significanti gravi preoccupazioni ci stiano danzando in testa per rammentarci quelle inquetudini. 4 -TENÉ 'A MAGNATORA VASCIA Ad litteram: tenere la mangiatoia bassa Id est: non avere alcuna preoccupazione economica, e ciò non per proprii meriti, ma per cause derivanti dall’appartenenza a famiglia facoltosa, o per esser sodali di amici e/o parenti munifici e comportarsi irresponsabilmente in maniera prodiga, quando non eccessivamente dispendiosa, non badando alle spese. 5 -TENÉ 'A NEVE DINT'Â SACCA Ad litteram: tenere la neve in tasca ma meglio nel sacco. Detto di chi si mostri eccessivamente dinamico o frettoloso e sia restio a fermarsi per colloquiare, quasi dovesse raggiungere rapidamente una meta prefissasi prima che si sciolga l'ipotetico ghiaccio tenuto in tasca.Va da sé che trattasi di un’espressione iperbolica attesa la impossibilità di poter realmente portare in tasca della neve o ghiaccio (basterebbe infatti il solo calore del corpo, per farli sciogliere…). Questa riportata è la spiegazione che normalmente e popolarmente si dà dell’espressione e non è una spiegazione del tutto erronea: in realtà però piú precisamente la fretta e la dinamicità sottese nell’espressione son quelle dei cosiddetti nevari cioè degli addetti al trasporto della neve che prelevata nei mesi invernali in altura (Vesuvio, Somma, Faito, Matese e monti dell’Avellinese) veniva dapprima conservata in loco in grotte sottorranee dove gelava e poi all’approssimarsi dell’estate, stipata in sacche di iuta veniva trasporta velocemente a dorso di mulo nelle città e paesi per rinfrescare l’acqua e fornire la materia prima per la confezione dei gelati. Da tanto si ricava che il termine sacca sta ad indicare non solo la tasca di un abito, quanto e qui piú acconciamente (con derivazione da un lat. parlato *sacca(m) femminilizzazione del classico lat. saccu(m), che è dal gr. sákkos, di orig. fenicia), un grosso recipiente di tela spesso cerata lungo e stretto, aperto in alto, usato per conservare o trasportare materiali incoerenti, o comunque sciolti. Il passaggio dal maschile sacco al femminile sacca si rese necessario perché – come ò piú volte annotato - in napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso, se maschile, piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella.Nella fattispecie la sacca di iuta era piú grossa d’un sacco di tela. 6 -TENÉ 'A PAROLA SUPERCHIA Ad litteram: tenere la parola superflua. Detto di chi parli piú del dovuto o sia eccessivamente logorroico, ma anche di chi, saccente e suppunente, aggiunga sempre un' ultima inutile parola e nell'ambito di un colloquio cerchi sempre di esprimere l'ultimo concetto, perdendo -come si dice - l'occasione di tacere - atteso che le sue parole non sono né conferenti, né utili o importanti, ma solo superflue. superchia agg.vo f.le del maschile supierchio = eccedente, superflua/o, eccessiva/o (dal lat. volg. *superculu(m), deriv. di super 'sopra' ). 7 -TENÉ 'A PÓVERA 'NCOPP' Ê RECCHIE Ad litteram: tenere la polvere sulle orecchie Icastica locuzione usata a Napoli per indicare chi sia o - soltanto - sembri, per la voce e/o le movenze, un diverso accreditato di avere le orecchie cosparse di una presunta polvere , richiamante quella piú preziosa, in quanto aurea, ,che usavano per agghindarsi gli antichi dignitarii messicani e/o peruviani cosí apparsi ai conquistatori ispanici. La locuzione in epigrafe, a Napoli viene riferita ad ogni tipo di diverso, sia al ricchione (pederasta attivo), che al femmenello (pederasta passivo); ques’ultimo, nel gergo della parlesia malavitosa fu detto anche fegàto/fecàto (chiara corruzione per semplificazione di fregato = posseduto carnalmente. 8 - TENÉ 'A PUZZA SOTT' Ô NASO Ad litteram: tenere ilpuzzosotto il naso Detto di chi, borioso, tronfio e schizzinoso assuma un atteggiamento di ripulsa, quello di chi avendo un puzzo sotto il naso, non lo tollerasse. 9 - TENÉ A UNO APPISO 'NCANNA o altrove PURTÀ A UNO APPISO 'NCANNA Ad litteram: tenere uno appeso alla gola o altrove portare uno appeso alla gola Locuzioni simili, ma di significato opposto: positivo il primo e negativo il secondo; l’espressione di valenza positiva si usa per significare di avere una spiccata preferenza per una persona, quasi portandola al collo a mo' di preziosa medaglia benedetta; in quella di valenza negativa la locuzione è usata per indicare una situazione completamente opposta a quella testé segnalata, quella cioé in cui una persona generi moti di repulsione e di fastidio a mo' di taluni pesanti, tronfi monili che messi al collo, finiscono per infastidire chi li porti.Chiarisco qui che per meglio determinare la valenza della locuzione, quella positiva è segnalata dall'uso del verbo purtà (portare), quella negativa dall'uso del verbo tené (tenere). 10 -TENÉ A QUACCUNO APPISO ALL'URDEMO BUTTONE D''A VRACHETTA Ad litteram:tenere qualcuno appeso all'ultimo bottone della apertura anteriore dei calzoni. Id est: Avere e mostrare aperta repulsione nei confronti di qualcuno al segno di considerarlo fastidioso elemento da poter - figuratamente - sospendere, per vilipendio, all'estremo bottone della brachetta anteriore dei calzoni. 11 -TENÉ A QUACCUNO 'NCOPP' Ê PPALLE Ad litteram:tenere qualcuno sui testicoli Id est: Cosí si esprime chi voglia fare intendere di nutrire profonda antipatia ed insofferenza nei confronti di qualcuno al segno di ritenerlo, sia pure figuratamente, assiso fastidiosamente sui propri testicoli. 12 -TENÉ 'A SARÀCA DINT' Â SACCA o anche TENÉ 'A QUAGLIA SOTTO Ad litteram:tenere la salacca in tasca o anche averela quaglia sotto Icastiche locuzioni, usate alternativamente per indicare la medesima cosa e cioè: tentare inutilmente di nasconder qualcosa ; nel primo caso infatti è impossibile celare di avere in tasca una maleodorante salacca ; il suo puzzo l'appaleserebbe súbito; nella variante è ugualmente improbo, se non impossibile nascondere di essere affetto da una corposa, voluminosa ernia (quaglia) inguinale . 13 -TENÉ 'A SCIORTA 'E CAZZETTA: JETTE A PISCIÀ E SE NE CADETTE Ad litteram:tenere il destino di Cazzetta: si dispose a mingere ed il pene cadde in terra. Divertente locuzione usata però a bocca amara da chi voglia significare di essere estremamente sfortunato e perseguitato da una sorte malevola al segno di non potersi iperbolicamente permettere neppure le piú normali funzioni fisiologiche, senza incorrere in gravi, irreparabili disavventure quali ad es. la perdita del pene. 14 -TENÉ 'A SCIORTA D''O PIECORO CA NASCETTE CURNUTO E MURETTE SCANNATO Ad litteram:tenere il destino del montone che nacque becco e morí squartato. Locuzione che, come la precedente viene usata da chi si dolga del proprio infame destino, qui rapportato a quello del montone che nato cornuto (per traslato: tradito) finisce i suoi giorni ucciso. 15 -TENÉ 'A SALUTE D''A CARRAFA D''A ZECCA Ad litteram:tenere la salute (consistenza) della caraffa della Zecca. Id est: essere molto cagionevoli di salute al segno di poter essere figuratamente rapportati alla estrema fragilità della ampolla di sottilissimo vetro, (la cui capacità era di litri 0,727) ampolla che marcata, tarata e conservata presso la Regia Zecca Napoletana era la unica atta ad indicare la precisa quantità dei liquidi contenuti ed alla sua capacità dovevano uniformarsi le ampolle poste in commercio. Brak

VARIE 8336

1. 'A NAVE CAMMINA E 'A FAVA SE COCE. Letteralmente: la nave cammina, e la fava si cuoce. La locuzione mette in relazione il cuocersi della fava (che indica la sopravvivenza,data dalla continuata abbondanza di cibo) con il cammino della nave ossia con il progredire delle attività economiche,e fa dipendere il sostentamento dal cammino della nave per cui è piú opportuno tradurre (Quando) la nave va, la fava cuoce,id est: se gli affari progrediscono, il sostentamento è assicurato! 2. NCE VONNO QUATTO LASTE E 'O LAMPARULO. Letteralmente: occorono i quattro vetri laterali ed il reggimoccolo. Id est: il lavoro compiuto è del tutto inutilizzabile in quanto palesamente incompleto e non fatto a regola d'arte; quello della locuzione è rappresentato da una lanterna ultimata in modo raffazzonato al punto che mancano elementi essenziali alla sua funzionalità. La locuzione viene perciò usata nei confronti di chi, ingiustificatamente, si gloria di aver fatto un eccellente lavoro, laddove ad un attento controllo esso risulta vistosamente carente e praticamente inutilizzabile. 3. JIRSENE CU 'NA MANA ANNANZE E N'ATA ARRETO. Letteralmente: andarsene con una mano davanti ed una di dietro (per coprirsi le vergogne). Era il modo con cui il debitore si allontanava dal luogo dove aveva eseguito la cessio bonorum – in napoletano: zitabona -, aveva cioè poggiato le nude natiche su di una colonnina (posta innanzi al tribunale della Vicaria) a dimostrazione di non aver piú niente. La locuzione perciò significa e si usa per indicare chi, non avendo concluso nulla di buono, ci abbia rimesso fino all'ultimo quattrino e non gli resti che l'ignominia di dichiararsi fallito o perdente e di cambiar zona andandosene con una mano davanti ed una di dietro. 4. A - MIETTE MANO Â TELA B - ARRICIETTE 'E FIERRE Le due locuzioni indicano l'incipit ed il termine di un'opera e vengono usate nelle precise circostanze da esse indicate, ma sempre con un valore di sprone; sub A: metti mano alla tela, ossia, prepara la tela ché è giunto il momento di cominciare il lavoro. sub B: metti a posto i ferri, è giunta l'ora di lasciare il lavoro. 5. ESSERE 'NU/’NA SECATURNESE. Letteralmente: essere un/una sega-tornesi.Id est: essere un avaraccio/a, super avaro/a al punto di far concorrenza a taluni antichi tonsori di monete, che al tempo in cui circolavano monete d'oro o d'argento, usavano limarle per poi rivender la limatura e far cosí piccoli guadagni: venne poi la carta-moneta e finí il divertimento. 6. ESSERE 'NA MEZA PUGNETTA. Esser piccolo di statura, ma soprattutto valer poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stanti le ridottissime capacità fisiche, intellettive e morali di cui si è provvisti, essendo (per furbesca iperbole) solo il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neppure per intero. Il s.vo f.le pugnetta che indica appunto la masturbazione maschile, è una voce gergale costruita sul s.vo lat. pugnu-m addizionato di un suff. dim. f.le –etta. 7. ESSERE 'NA GALLETTA 'E CASTIELLAMMARE. Letteralmente: essere un biscotto di Castellammare. Id est: essere poco incline ad atti di generosità, anzi tener sempre saldamente chiusi i cordoni della borsa essendo molto restio ad affrontare spese di qualsiasi genere, in ispecie quelle destinate ad opere di carità, essere insomma cosí duro nei propri parsimoniosi intendimenti da essere paragonabile ai durissimi biscotti prodotti in Castellammare, biscotti a lunga conservazione usati abitualmente come scorta dalla gente di mare che li preferiva al pane perché non ammuffivano, ma che erano cosí tenacemente duri che - si diceva - neppure l'acqua di mare riuscisse ad ammorbidire. 8. 'E CURALLE – oppure ‘O CURALLARO - LL'À DDA FÀ 'O TURRESE. Letteralmente: i coralli li deve lavorare il torrese oppure il corallaio è lavoro da torrese. Id est: ognuno deve fare il proprio mestiere, che però deve esser fatto secondo i crismi previsti; non ci si può improvvissare competenti; nella fattispecie la lavorazione del corallo è appannaggio esclusivo dell'abitante di Torre del Greco, centro campano famoso nel mondo appunto per la produzione di oggetti lavorati in corallo. 9. MO T''O PPIGLIO 'A FACCIA 'O CUORNO D''A CARNACOTTA Letteralmente. adesso lo prendo per te dal corno per la carne cotta. Icastica ed eufemistica espressione con la quale suole rispondere chi, richiesto di qualche cosa, non ne sia in possesso né abbia dove reperirla o gli manchi la volontà di reperirla. Per comprendere appieno la locuzione bisogna sapere che la carnacotta è il complesso delle trippe o frattaglie bovine o suine che a Napoli vengono vendute già atte ad essere consumate o dai macellai o da appositi venditori girovaghi che le servono ridotte in piccoli pezzi su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa vengono prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che viene prelevato da un corno bovino scavato ad hoc proprio per contenere il sale e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione. Detto corno viene portato dal venditore di trippa, appeso in vita e lasciato pendente sul davanti del corpo. Proprio la vicinanza con intuibili parti anatomiche del corpo, permettono alla locuzione di significare che ci si trovi nell'impossibilità di aderire alle richieste. 10. PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Letteralmente: anche i corbellati vanno in paradiso. Massima consolatoria con cui si tenta di rabbonire i dileggiati cui si vuol fare intendere che sí è vero che ora son presi in giro, ma poi spetterà loro il premio del paradiso. Il termine cuffiato cioè corbellato è il participio passato del verbo cuffià che deriva dal sostantivo coffa = peso, carico, a sua volta dall'arabo quffa= corbello. 11. DICETTE 'O SCARRAFONE: PO’ FFÀ CCHIOVERE 'GNOSTIA COMME VO’ ISSO, MAJE CCHIÚ NIRO POZZO ADDEVENTÀ... Disse lo scarafaggio: (il Cielo) può far cadere tutto l'inchiostro che vuole, io non potrò mai diventare piú nero di quel che sono. La locuzione è usata da chi vuole far capire che à già ricevuto e sopportato tutto il danno possibile dall'esterno, per cui altri sopravvenienti fastidi non gli potranno procurar maggior danno. 12. ABBACCA ADDÒ VENCE. Letteralmente: collude con chi vince. Di per sé il verbo abbaccare presupporrebbe una segretezza d'azione che però ormai nella realtà non si riscontra, in quanto l'opportunista - soggetto sottinteso della locuzione in epigrafe non si fa scrupolo di accordarsi apertis verbis con il suo stesso pregresso nemico, se costui, vincitore, gli può offrire vantaggi concreti e repentini. Lo sport di salire sul carro del vincitore e di correre in suo aiuto è stato da sempre praticato dagli italiani. 13. DIO PERDONA, SANGIUANNE NO! Letteralmente: Dio perdona, il compare/padrino no! Ammonimento/avvertimento usato nei confronti soprattutto di minori, ma talora anche di adulti per tenerli avvisati a non comportarsi mai male con alcuno, ma in primis con il proprio compare/padrino di battesimo o cresima perché – nell’inteso popolare – il compare/padrino (sangiuanne) per solito è molto piú severo del Padreterno che, grandemente misericordioso, è aduso al perdono cosa estranea invece al compare/padrino (sangiuanne) con il quale bisogna sempre comportarsi bene. Come si evince da quanto détto, con il termine sangiuanne non si fa riferimento al san Giovanni apostolo, ma al san Giovanni Battista precursore del Cristo sia pure solo per mutuarne il nome proprio che agglutinato con l’apposizione “san” vien degradato semanticamente sino a farne un s.vo comune per indicare il compare/padrino di battesimo e/o cresima in memoria del fatto che san Giovanni Battista precursore del Cristo Lo battezzò sulle rive del Giordano.Il fatto poi che il compare/padrino (sangiuanne) venga inteso severissimo trova il suo fondamento nel reale comportamento di san Giovanni Battista precursore del Cristo che fu rigido, inclemente, duro, aspro, inflessibile, intransigente già con se stesso predicando la penitenza e vivendo in un deserto dove si cibava di locuste e miele selvatico. Brak

ATALANTA – NAPOLI (29/10/14) 1 A 1 ‘A VEDETTE ACCUSSÍ

ATALANTA – NAPOLI (29/10/14) 1 A 1 ‘A VEDETTE ACCUSSÍ Sto’ smarrezzato (avvilito) guagliú! ‘Ncazzato e smarrezzato!E nun ce pozzo credere e ‘mmece ce aggi’’a credere: ce ànnu cantato, ce ànnu menato ‘a favetta e cce ànnu cuovete!Ajeressera a bBergamo n’ati dduje punte perze e mmenate malamente a mmare addó vincenno se fósse pututo apprufittà d’’a scunfitta d’’a juve, d’’a sampedoria e dell’udinese e d’’o pareggio d’’o milanno pe metterce ô terzo posto ca mo comme a mmo è ‘o mmeglio ca putimmo fà... E ‘mmece chi t’’o ddà? Chi t’’o ddà? Pariggiaimo sulamente e nnun fovemo capace ‘e sfruttà ll’accasiona avuta cchiú o meno ô nuvantesimo cu ‘nu ricore sacrusanto guadagnato ‘a Zapata, ma sbagliato dô Pipita. Pe nun parlà d’ati stuche (gol) fallute dê nuoste. Sto’ smarrezzato (avvilito) guagliú! Cca, doppo d’’a sbrasata fatta cu ‘o Verona, ce ànnu cantato, ce ànnu menato ‘a favetta e ce ànnu cuovete! Nun se po’ spiecà ‘e n’ata manera! E sàpato ce ll’àmm’’a vedé cu ‘a Roma ca à vinciuto e s’è ppiazzata cu ‘a juve ‘ncimma â crassifica.Abbiàmmo a ffà ‘e ccorne! Passammo ê ppaggelle: RAFAEL 5,5 – Nun tenette quase niente ‘a fà, ma oramaje nun riesce a ddà tranquillità â tràsera (difesa), pecché nun è attrezzato p’’e miracule. ‘Ncopp’ô stuco (gol) ‘e Denísso ca ancòra êv’’a signà ‘ncampiunato, sfarme (colpe) particulare nun ne tenette, ma nun pozzo fà a mmeno ‘e arricurdà ‘nu paro asciute a scampule ‘e mele cotte, pe ffurtuna ca ll’Atalanta nun ce credette! MAGGIO 5,5 – Cu Cagliecónno ca ajeressera nun fove a ll’arribba (top) pure isso faticaje a ttruvà ‘a pusizziona e cquanno appressuraje (spinse) nun trovanno umunía (sintonia) cu ‘o spagnuolo abbiaje a cruzzà (crossare) a bbienetenne senza truvà mesura. ALBIOL 4,5 - Ll’Atalanta nun trasette maje dint’â camma ‘e ricore cuana, ma una ‘e chelli grame vote ca succedette ‘o spagnuolo se perdette a Denísso ca nn’apprufittaje e cu ‘na cabbesera (colpo di testa) ‘ntuffo purtaje ‘nvantaggio ‘e padrune ‘e casa. Nun è ppussibbile: uno viecchio e scafato cierti ffessarie nun ll’à dda fà e nun s’à dda fà piglià da attacche ‘e cannavarite acuta. KOULIBALY 6 - Avette poco ‘a fà, ma fove pruvvidenziale a anticipà a dDenísso quanno chisto servuto da Maxi Moralèzzo, êsse pututo fà ‘o dubblato (raddoppio) atalantese ‘ncopp’a ll’uno a zzero. GHOULAM 6 – Se facette vedé raramente a ll’epata uffenziva (in fase offensiva) e ffove ‘nu peccato,pecché ògne vvota ca ll’algerino s’affacciaje annante ‘a tràsera (difesa) atalantese jette dint’ê chiavette; dô père suojo partette ‘o bbassurero (suggerimento) ca Cagliecònno sprecaje malamente! (dô 90° Duván ZAPATA 6,5 Trasette e facette sentí súbbeto ‘o piso suojo cunquistannose ‘nu ricore, ca però ‘o Pipita se facette parà! ). INLER 5,5 – Cu ‘a tràsera (difesa) atalantese nchiusa ‘o turco napulitano, braduso (lento) e cumplicato (macchinoso) faticaje a truvà ll’istiglia (verticalizzazione) justa. David LÓPEZ 5,5 – Êsse avuto aiutà a Inlerro a ddà tassezza (velocità) a ll’azione, ma spisso fenette pe bluccarese cu ‘a palla ‘mmiez’ê piere frenanno ll’azziona uffenziva! (dô 75° JORGINHO 5, Piezzo e ppejo, scarte fruscio e ppiglie primiera: fósseno servute cchiú giometrie a ccentrocampo per ccercà ‘o stuco (gol), ma ‘o brasiliano non se vedette e nun se sentette.) MERTENS 6 - Bbello a mmità.Ô primmo ajone (nel primo tempo) se capette a mmaraviglia cu mMarekiaro, crianno pure quacche ppericulo ‘a luntano pe Sportiello. A ll’arrancua (nella ripresa) però quanno s’êsse avuto ‘a mettere ‘o pero ‘ncopp’a ll’accelleratore ‘o bbelga se stutaje sbaglianno diverze pasiglie (passaggi) e cquacche ppusizziunamento. S’abbuscaje pure ‘nu cartellino jalizzo (giallo) pe simulazziona, ma nun s’’o mmeretaje pecché Stendardo overamente ll’êva tirato p’’a maglia e stiso addó ca Damato vedette o vulette vedé ‘na cosa pe n’ata; Aggiu ditto ca se stutaje però ô finale s’appicciaje n’ata vota e sfresaje (sfiorò) ‘o doje a uno. HAMŠÍK 5,5 – Comme a mMertènso jucaje sulo ‘o primmo ajone ( primo tempo); a ll’arrancua (nella ripresa) nun se capette pecché rummanette fremmo e tuccaje sí o no tre pallune dint’ê primme vinte minute.(dô 65° INSIGNE 6,5 – Trasette e ppruvaje a ccagnà ‘a faccia d’’o fullè (della gara) dànno cchiú ttassezza (velocità) a ll’attacco d’’o Napule e rennennose periculuso cu cquacche cruzzo (cross) tagliato dâ trecquarte e cu cquacche cunchiusiona ‘a fora; ‘a cosa meglia fove chella ‘e custringere a cCigarini a ppigliarese ‘o siconno cartellino jalizzo [giallo]). CALLEJÓN 5 – Che peccato! Serata no ‘e ll’ècchese Rialmadríddo ca fove svugliato e ‘mpriciso: avette subbeto ‘ncopp’ô pere a ccinquanta centimetre dâ linia ‘e porta sguarnita, ‘a palla ‘e ll’uno a uno e ffove crestiano, nun saccio comme, ‘e menarla ‘ncopp’ô travesagno (traversa) fallenno ‘na granna accasione;p’ ‘o riesto nun riuscette maje a ttruvà ‘a chésema justa (il varco giusto). HIGUAÍN 6 Media ‘nfra otto e quatto: otto p’avé cu ‘na magaria miso dinto ‘o pallone d’’o pareggio e cquatto p’esserse fatto parà ‘o ricore ca ô nuvantesimo c’êsse pututo dà ‘e tre ppunte. All. Rafael BENÍTEZ 6- ‘Sta vota, me pare, ca a ddon Rafele nun se ponno tirà ‘e rrecchie pe ‘stu pareggio: ‘o Napule facette ‘nu bbellu primmo ajone padrone d’’o campo e d’’a manovra, ma ll’ attaccante sbagliajeno pure ‘e ppalle-stuche (palle gol) cchiú ffesse. Pe gghionta ‘e ruotolo po Albiòllo cu ‘nu zzarro esaggerato cuncedette a ll'Atalanta l'unica accasiona e Denísso nun sbagliaje. ‘A riazione fove cratista (ottima) e ‘o Napule se fósse mmeretato ‘e vencere isso e ‘o ddio suojo, ma ‘o pareggio arrivaje troppo tarde e ‘o ‘o rigore prucurato ‘a Zapata ô finale e ca ce avesse pututo dà tre ppunte ‘mpurtante p’’o terzo posto, fove sciupato dô Pipita. Che se po’ ddicere a ddon Rafele? Niente! Forze sulo ca êsse avuto avé cchiú curaggio e sustituí a cCagliecònno ca nun fove ‘nserata, e êsse avuto lassà tirà ‘o ricore dicisivo a n’ato. arbitro DAMATO 4,5 Vecchia carta canusciuta st’avvocato ‘e Barletta(e comme a ppugliese quase certamente tifoso juventino) è ‘nu chiafeo, fúceto e sciacqualattuca(incapace) e ati vvote addirittura vennuto!Turnato a diriggere ‘o Napule doppo paricchiu tiempe dê ‘nguacchie fatte precedentemente ‘ndanno d’ ‘o Napule, tentaje ‘e tutto pe dà fastidio ê cuane mettennose pe ‘mmiez’ê piere d’ ‘e napulitane custrette a scartà primma a isso e ppo ê jucature atalantise e nun vedenno ‘o juoco viulento e pruvucatorio d’ ‘e delinquente ‘e Colantuono, ausaje dduje pise e ddoje mesure; pe gghionta ‘e ruotolo nun siscaje, comme aggiu ditto, ‘nu ricore sacrusanto ‘ncuollo a Mertenso e addirittura ll’ammunette pe simulazziona... Dicimmo ca nun ‘o siscaje pe nun fà fà n’ata bbrutta fijura ô Pipita ca forze ll’êsse sbagliato. E cu cchesto ve saluto e si dDi’ vo’ ve dongo appuntamento a ddummeneca ca vène. Staveti bbe’ R. Bracale Brak

mercoledì 29 ottobre 2014

DITALONI SAFRONATI CON CREMA DI RUCOLA

DITALONI SAFRONATI CON CREMA DI RUCOLA ingredienti e dosi per 4 persone 4 etti di ditaloni rigati, 1 bicchiere di olio d’oliva e.v. p, s. a f., 2 etti di pancetta affumicati in cubetti das un cm. di spigolo, 1 cipolla dorata mondata e tritata, sale doppio un pugno, 3 bustine di zafferano, pepe decorticato macinato a fresco q.s., 2 etti di provola affumicata in cubetti di ½ cm di lato, 1 etto di pecorino grattugiato finemente, Per la crema di rucola 12 fascetti di rucola piccante, 1/2 bicchiere di olio d’oliva e.v.p. s. a f., il succo filtrato di un limone non trattato, 1/2 etto di gherigli di noci, ½ etto di pinoli tostati, 2 spicchi d’aglio mondati e tritati, sale fino e pepe nero q.s. procedimento Cominciare con l’approntare una morbida e spumosa crema di rucola mondando e lavando la rucola e tagliandone via i gambi troppo lunghi e meno teneri. Una volta asciugata metterla in un mixer con lame da umido , con sale, pepe, 1/2 bicchiere olio d’oliva e.v.p. s. a f.,, un cucchiaio di aglio tritato ed il succo di un limone, frullare ed aggiungere a seguire proseguendo la frullatura i gherigli di noci ed i pinoli che, a nostro piacimento, avremo tostato piú o meno leggermente in una padella con un filino d’olio; tenere da parte la crema di rucola ottenuta. Lessare al dente i ditaloni in abbondate (8 litri) acqua salata (pugno di sale doppio).Frattanto porre a fuoco sostenuto una capace padella con l’olio e farvi stufare la cipolla dorata, aggiungere la pancetta e farla rosolare a fiamma viva per cinque minuti; sgrondare bene i ditaloni e trasferirli nella padella con il fondo approntato, aggiungere un paio di cucchiai di crema di rucola e far saltare a fuoco vivissimo i dtaloni per circa cinque minuti, aggiungendo lo zafferano, stemperato con poca acqua di cottura della pasta e la dadolata di provola; cospargere con il pecorino, incoperchiare e lasciare stufare a mezza fiamma per circa 10 minuti. Approntare quattro fondine calde e distribuirvi a specchio la residua crema di rucola, impiattiare porzionati ditaloni stufati,cospargere con abbondante pepe decorticato e servire caldi fornelli questi gustosissimi, golosi ditaloni. Vini: secchi e profunati bianchi campani ( Solopaca, Capri, Ischia, Falanghina, Fiano, Greco di Tufo) freddi di frigo. Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve! raffaele bracale

VARIE 8335

ESPRESSIONI(47) 1.‘E RIPPE O ‘E RAPPE e DI RIFFE O DI RAFFE Comincianmo col dire súbito che non è possibile tradurre letteralmente (se non in parte) in italiano l’espressione in quanto formata con due termini di cui solo il secondo e cioè rappe trova corrispondenza nei lessici italiani nelle voci: grinze, rughe, crespe, sgualciture, piegature casuali ed imprecise di stoffe; il primo termine rippe non trova alcuna corrispondenza nei vocabolarî italiani in nessuna voce,né potrebbe trovarla, trattandosi di voce ricavata nel napoletano per bisticcio ed allitterazione con la successiva rappe (etimologicamente dal longobardo *krapfo→(k)rap(f)o→rappo/rappa= uncino). Ciò precisato do la spiegazione dell’espressione; essa è nata partendo proprio dal termine rappe legandovi, per stabilire una relazione , un fantasioso rippe ; l’espressione à però un suo compiuto significato che si può rendere con: in ogni modo, con qualsiasi espediente in una maniera precisa o anche scorretta e cioè: sia che con la nostra azione scorretta (‘e rappe) si producano grinze, rughe, crespe, sgualciture, piegature casuali ed imprecise, sia che invece si agisca in maniera corretta( ‘e rippe), occorrerà raggiungere lo scopo, puntando dritto al fine da raggiungere in ogni caso, magari alla carlona o – per dirlo in pretto napoletano – alla sanfrasòn/zanfrasòn o sanfasòn che sono , pari pari, corruzione del francese sans façon (senza misura) e sono tra le pochissime, se non quasi uniche voci del napoletano che essendo accentate sull’ultima sillaba si possono permettere il lusso di terminare per consonante in luogo di una consueta vocale evanescente paragogica finale (e/a/o) e raddoppiamento della consonante etimologica: normalmente in napoletano ci si sarebbe atteso sanfrasònne/zanfrasònne o sanfasònne come altrove barre per e da bar o tramme per e da tram etc. Di riffe o di raffe In coda ed a margine di tutto quanto ò scritto circa l’espressione napoletana: ‘e rippe o ‘e rappe (in ogni modo, con qualsiasi espediente) ricordo che in molti altri linguaggi regionali (Lazio, Marche, Toscana, Emilia etc.) ed piú in generale in tutto il territorio nazionale esiste l’espressione di riffe o di raffe che à all’incirca la medesima valenza dell’espressione partenopea e sta per in ogni modo, con qualsiasi espediente,ed anche con le buone o le cattive. Ciò che vien da chiedersi è se le espressioni siano le stesse con morfologia alquanto diversa ed in caso positivo chi àbbia la primogenitura dell’espressione. Orbene giacché non esistono scritti di riferimento che possano attestare con sicurezza priorità natali, connubi e/o derivazioni fono-morfologiche e semantiche tra le due espressioni, non mi resta che ipotizzare qualcosa affidandosi alla logica ed al D.E.I. il solo che registri la voce riffa (deducendola la prima volta nel 1729 da Fagiuoli: Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 1660 – † ivi 1742) scrittore, poeta e drammaturgo italiano.))come agg.vo f.le di riffo ( litigioso, rissoso, prepotente). A voler dunque stare a credere al D.E.I. la voce negativa nell’espressione di riffe o di raffe dovrebbe essere riffe da intendersi non piú come agg.vo pl. f.le, ma come s.vo pl. f.le = litigi, risse, prepotenze e come voce negativa dovrebbe essa indicare le cattive della spiegazione con le buone o le cattive e conseguentemente la voce raffe dovrebbe essere voce positiva e valere le buone costringendoci, per esser precise a spiegare di riffe o di raffe = con le cattive ocon le buone e non con le buone o le cattive. Almeno la logica questo farebbe sospettare; epperò, epperò nel medesimo D.E.I. si trova registrata la voce raffa (anonimamente nel XIV sec.)= furto s.vo f.le deverbale di raffare verbo piú diffuso come arraffare= rubare (dal tedesco hraffo= strappo via) che costringerebbe a ritenere anche raffe pl. di raffa voce negativa e non positiva di talché di riffe o di raffe meriterebbe d’esser spiegata non con le buone o le cattive o con le cattive o le buone ma con le cattive o le cattive cosa che però non darebbe senso alla congiunzione disgiuntiva o . D’altro canto atteso che sia la voce riffe che la voce raffe nell’italiano non sono attestate altrove se non nell’espressione in esame mi permetto di dissentire dal D.E.I. e segnatamente dal prof. Carlo Battisti che curò le voci sotto la lettera R e ritenere che l’espressione in esame di riffe o di raffe non sia nata costruendola con voci esaminate (riffe = prepotenza e raffe = furto), ma che sia pervenuta dapprima nelle regioni limitrofe (Lazio) o vicine (Marche) e poi in tutto l’idioma nazionale quale calco adattato(p→f) della napoletana ‘e rippe o ‘e rappediventando nell’italiano di riffe o di raffe con la sostituzione dell’esplosiva labiale p con la consonante fricativa labiodentale sorda f forse ritenuta piú elegante ed adatta alla lingua nazionale, della popolaresca rumorosa p. 2.E PPOVERA VIGNA MIA, CHI COGLIE E MMAGNA! L’espressione esclamativa in esame, da intendersi quasi ad litteram: Povera vigna mia (preda di) chi raccoglie e mangia (senza averne diritto) è un’espressione di rammarico che olim veniva colta sulle labbra di chi dovesse dolersi di veder le proprie sostanze reali [beni, denaro] o figurate [tempo, dedizione,affetto e/o amore] sprecate, se non dilapidate da congiunti prossimi o remoti o preda di profittatori ed opportunisti quando non speculatori ed addirittura avvoltoi, sciacalli adusi a trarre vantaggio dalla bontà o insipienza altrui al segno di spoliarlo saccheggiando e razziando nei suoi beni veri o figurati. Va da sé che la locuzione nacque in àmbito georgico, rurale, rusticano, rustico con riferimento a tutti coloro che profittando di poter facilmente accedere in una vigna incustodita ne godessero dell’uva ivi ladronescamente raccolta. pòvera agg.vo f.le =malagiata, meschina, misera, ridotta a mal partito voce dal lat. pop. pauper -a -um, per il class. pauper -ĕris, composto di paucus "poco" e parĕre "procacciare, produrre"; propr. "che produce poco" (detto, in origine, della terra). vigna s.vo f.le =1 (in primis) terreno coltivato a viti, vigneto,pergola, pergolato. 2 (per metinomia anche) uva. voce dal lat. vīnea, der. di vinum "vino". còglie voce verbale 3ª p.sg. ind. pres. dell’inf. cògliere 1(in primis)tirare via dal terreno o da una pianta un frutto, spiccare, staccare, svellere dal terreno, sradicare,prendere, raccogliere. 2(figurato) trarre giovamento da una circostanza favorevole, da un'occasione, approfittare (di), avvantaggiarsi (di), giovarsi (di), sfruttare. voce dal lat. collĭgĕre. magna voce verbale 3ª p.sg. ind. pres. dell’inf. magnare/magnà alimentarsi (con), assumere, cibarsi (di), ingerire, nutrirsi (di), assumere cibo, pappare, rifocillarsi (con), sfamarsi (con), sostentarsi...Etimologicamente forma metatetica del francese manger originata dal latino manducare incrociata con una voce popolare (gnam, gnam) di tipo onomatopeico. 3. ‘E FIGLIE PRIMMA SE PORTANO ‘MBRACCIA, PO PE MMANO E PPO ‘NCOPP’Ê SPALLE! Icastico monito partenopeo che guarda disincantatamente alla realtà qutidiana nella quale i figli dapprima si portano in braccio (quando siano piccolissimi), poi per mano (perché imparino a camminare) ed infine sulle spalle (da adulti, quando non riuscendo a far fronte ai problemi materiali e/o morali dell’esistenza, facciano ricorso all’aiuto dei genitori che si devono sobbarcare questa fatica che è poi la piú gravosa. 4. 4.'E MACCARUNE SE MAGNANO TENIENTE TENIENTE alibi VIERDE VIERDE I maccheroni vanno mangiati molto al dente: è questa la traduzione letterale dell'adagio che, oltre a dare una indicazione di buon gusto, sta a significare che occorre avere sollecitudine nella conduzione e conclusione degli affari. teniente è il plur. di tenente = tenente(part. pres. del verbo tenere e non omofono ed omografo grado militare), e con l’iterativo teniente,teniente ci si riferisce al modo di cottura della pasta che occorre far lessare brevemente, senza che si disfaccia e nell’iterazione quasi superlativa teniente teniente vale molto pronti, quasi duretti come cosa che abbia tenuto la cottura evitando di ammollarsi eccessivamente; letteralmente tenente e teniente sono, come ò detto, il participio presente del verbo tené (tenere) che è dal latino teníre, corradicale di tendere 'tendere'; anche con l’iterativo quasi superlativo vierde vierde (verdi verdi) ci si riferisce al modo di cottura della pasta che occorre far lessare brevemente, senza che si disfaccia risultando cioé quasi acerba (verde) e non... matura; vierde ( dal Lat. viri°de(m), deriv. di virìre 'verdeggiare') agg.vo = verde, giovanile, immaturo e qui pronto, quasi duro. 5.'E MACCARUNE SE MAGNANO GUARDANNO 'NCIELO! ‎Sempre in tema di consigli teorici e pratici sul modo di assumere i maccheroni rammento l’antichissimo: 'E maccarune se magnano guardanno 'ncielo! Id est: i maccheroni si mangiamo tenendo il viso rivolto verso l’alto (con la bocca spalancata). E ciò ovviamente per favorire l’immissione nella medesima bocca di una piccola porzione di pasta che olim veniva prelevata dal piatto, tenuto in grembo,senza aggomitolarla con una forchetta ma con l’ausilio di pollice indice e medio, sollevata verso l’alto e di lí calata nella bocca. Ò parlato di espressione/consiglio antichissima perché essa nacque tra la fine del ‘700 ed i princípi dell’ ‘800 e tenne campo fino a tutto il 1870 quando con l’invasione piemontarda (coadiuvata dalle bande garibaldesche) e la fine del Reame delle Due Sicilie si dismise l’abitudine di mangiare per istrada la pasta venduta da maccaronari girovaghi che servivano di preferenza pasta a trafila lunga e sottile (vermicelli) lessata al dente, cosparsa di pecorino e pepe e consegnata a gli avventori in piccoli piatti di banda stagnata; tale pietanza dal costo di due grani fu détta ‘o doje allattante(in bianco) in quanto pasta semplicemente lessata; dopo l’avvento del masnadiero nizzardo accanto al doje allattante si prese a servire a richiesta una pasta non piú semplicemente lessata e guarnita di formaggio e pepe, ma condita altresí con una cucchiaiata di salsa di pomidoro e tale pietanza fu détta ‘o tre ccalibbarde in riferimento al rosso delle camície (in origine camisacci da lavoro usati dagli operai nei macelli d’Argentina)indossate, quale divisa, dalle bande garibaldesche ed il costo di détta pietanza fu appunto di tre grani. Il grano napoletano fu una moneta di modicissimo valore corrispondente a 4,365 lire italiane;nel medesimo periodo vi fu una moneta détta tornese che corrispondeva al valore di due grani cioè a 8,73 lire italiane per cui con solo un tornese ci si poteva sfamare con un piatto di pasta in bianco, mentre con appena dieci lire ed ottanta si poteva consumare un piatto di vermicelli con sugo di pomidoro. màgnano voce verbale 3ªpers. pl. ind. pres. dell’infinito magnare/magnà = mangiare etimologicamente magnare/magnà è forma metatetica del francese manger originata dal latino manducare incrociata con una voce popolare (gnam, gnam) di tipo onomatopeico. 6. CCA SOTTO NUN CE CHIOVE! Letteralmente: Qui sotto non ci piove. L'espressione, tassativamente accompagnata dal gesto dell' indice destro puntato contro il palmo rovesciato della mano sinistra, sta a significare che oramai la misura è colma e non si è piú disposti a sopportare certe prese di posizioni o certi comportamenti soprattutto quelli di certuni che sono adusi a voler comandare, impartire ordini et similia, non avendone né l'autorità, né il carisma; la locuzione è anche usata col significato di: son pronto a render pane per focaccia , nei confronti di chi à negato un favore, avendolo invece reiteratamente promesso. 7. 'A CERA SE STRUJE E 'A PRUCESSIONA NUN CAMMINA. Letteralmente: le candele si consumano, e la processione non cammina. La locuzione viene usata quando si voglia con sarcasmo e/o dispetto sottolineare una situazione nella quale, invece di affrontare concretamente i problemi, ci si impelaga in discussioni oziose, vani cavilli e dispersive chiacchiere pretestuose che non portano a nulla di concreto. 8.TUTTO PO’ ESSERE, FORA CA LL'OMMO PRIÉNO. Tutto può essere, fuorché l'uomo incinto. La cosa è ancora vera anche se l'alchimie della moderna scienza non ci permette di essere sicuri... La locuzione viene usata per sottolineare che non ci si deve meravigliare di nulla, essendo, nella visione popolare della vita, almeno fino a che la scienza con i suoi marchingegni sòliti non provi il contrario, una sola cosa impossibile: la gravidanza maschile. 9.ABBIARSE A CCURALLE. Letteralmente: avviarsi verso i coralli. Id est: Anticiparsi, muovere rapidamente e prima degli altri verso qualcosa. Segnatamente lo si dice delle donne violate ed incinte che devono affrettare le nozze. La locuzione nasce nell'ambito dei pescatori torresi (Torre del Greco -NA ), che al momento di mettersi in mare lasciavano che partissero per primi coloro che andavano alla pesca del corallo. 10.AGGIU VISTO 'A MORTE CU LL' UOCCHIE. Letteralmente: Ò veduto la morte con gli occhi. Con questa locuzione tautologica si esprime chi voglia evidenziare di aver corso un serio pericolo o rischio mortale tale da portarlo ad un passo dalla morte e di esserne fortunatamente restato indenne. 11. VULÉ PISCIÀ E GGHÍ 'NCARROZZA. Letteralmente: voler mingere e al tempo stesso andare in carrozza Id est: pretendere di voler conseguire due risultati utili, ma incompatibili fra di essi.Altrove con identico significato si dice: Vulé fottere e sbattere ‘e mmane. Td est: voler coire sbattendo le mani cosa impossibile soprattutto per l’uomo nella posizione détta del missionario. Piscià = míngere, orinare; quanto all’etimo dal t. lat. pi(ti)ssare→pisciare; gghí = andare; forma collaterale di jí che è dal lat. ire. fottere/ffottere = 1coire, congiungersi carnalmente possedere sessualmente; (assol.) avere rapporti sessuali | va' a farti fottere!, lo stesso che 'va' all'inferno, al diavolo' 2 (fig.) imbrogliare, raggirare, rubare:m’ànnu futtuto!( mi ànno fottuto) sono stato derubato ||| fotterse v. intr. pron. (volg.) infischiarsi di qualcuno o di qualcosa (usato per lo piú nella forma fottersene): se ne fotte ‘e chello ca fa (se ne infischia di ciò che fa.) il verbo napoletano è dritto per dritto dal lat. volg. *fottere, per il class. futuere 12. VE DICO 'NA BUSCÍA. Vi dico una bugia. È il modo sbrigativo e piuttosto ipocrita di liberarsi dall'incombenza di dare una risposta, quando non si voglia prender posizione in ordine al richiesto e si avverte allora l'interlocutore di non continuare a chiedere perché la risposta potrebbe essere una fandonia, una bugia... buscía (al pl. buscíe ) = bugia, menzogna ed altrove piattello ansato per ragger le candele; nel significato di bugia/menzogna è parola derivante dal provenzale bauzía che è dal francone bausi = menzogna, malignità; nel senso di piattello ansato per regger candele deriva dal nome della città algerina Bugiaya dove si producevano tali piattelli e da dove, pare, s’importasse la cera per produrre le candele; 13. FÀ 'O FRANCESE. Letteralmente: fare il francese, id est: mostrare, dare a vedere o - meglio - fingere di non comprendere, di non capire quanto vien detto, allo scoperto scopo di non dare risposte, specie trattandosi di impegnative richieste o ordini perentorii. È l'equivalente dell'italiano: fare l'indiano, espressione che, storicamente, a Napoli non si comprende, non avendo i napoletani avuto nulla a che spartire con gli indiani, sia d'India che d' America, mentre ànno subíto piú di una dominazione francese ed ànno avuto a che fare con gente d'oltralpe. 14.'O PESCE FÈTE DÂ CAPA. Letteralmente: Il pesce puzza dalla testa. Id est: il cattivo esempio viene dall'alto, gli errori maggiori vengon commessi dai capi. Per cui: ove necessario, se si vogliono raddrizzare le cose, bisogna cominciare a prender provvedimenti innanzi tutto contro i comandanti. 15.ATTACCA 'O CIUCCIO ADDÓ VO’ 'O PATRONE Letteralmente: Lega l'asino dove vuole il padrone Id est: Rassegnati ad adattarti alla volontà altrui, specie se è quella del capintesta(e non curarti delle conseguenze) È una sorta di trasposizione del militaresco: gli ordini non si discutono... Una curiosità: Un tempo vi fu chi usava dire e forse piú acconciamente, come chiarirò: Attacca ‘o ciuccio addó va ‘o varrone id est: Lega l’asino sul lato del carro dove la stanga principale tende ad inclinare (affinché faccia acconciamente da bilancino e secondi la fatica del cavallo o mulo che sopportano il peso principale); successivamente visto che l’espressione non era intesa pienamente se non da gli addetti ai lavori di trasporto, essa fu mutata in quella assonante in esame che comunque ne stravolse alquanto il significato originario che connotava un esatto consiglio pratico ed efficiente. 16.A ‘NU PASSO DÔ CULO MIO, FOTTE CHI VO’! Letteralmente: Ad un passo dal mio sedere, coisca chi vuole! Significativa locuzione esclamativa da intendersi: Faccia chiunque ciò che vuole, prendendosi il divertimento che piú gli aggrada purché agisca ad una distanza di sicurezza dal mio fondoschiena e non mi coinvolga (soprattutto come parte soccombente) in ciò che fa; id est: assicuro a chi voglia la sua libertà di azione,sino alla sodomia, alla truffa ed all’imbroglio purché mi tenga fuori dai suoi comportamenti e non mi danneggi! passo s.vo m.le passo: 1 ciascuno dei movimenti alterni che si compiono camminando; 2 la distanza che si può coprire con un passo, assunta anticamente come unità di misura di lunghezza; per estens.come nel caso che ci occupa, breve distanza: Voce dal lat. passu(m), part. pass. di pandere 'stendere, aprire'; dô = preposizione articolata corrispondente alla preposizione dal dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni; morfologicamente è formata dall’agglutinazione di da +l’articolo ‘o analogamente alla prep. art. ô formata dall’agglutinazione di a +l’articolo ‘o; vo’ corrisponde all’italiano vuole (3ª p. sg. ind. pres.) dell’infinito vulé con etimo dal lat. volg. *vōlere (accanto al lat. class. velle); normale il passaggio della vocale lunga o ad u; la grafia usata per la voce a margine è stata scelta in quanto vo’ è l’ apocope di vole) per cui la preferisco a vô (proposta da qualche pur valente linguista) dove però nella ô si riconosce la contrazione del dittongo uo di vuole; ma accettando tale tesi si corre il grosso rischio forse di far passare l’idea che il napoletano sia un derivato dell’italiano, cosa che non è! Il napoletano, ripeto e sottolineo non è mai, proprio mai tributario dell’italiano, ma filiazione diretta del latino volgare e parlato. fotte voce verbale (3ª p. sg. ind. pr., ma anche – come qui - congiuntivo pr. dell’ infinito fottere = coire, sodomizzare, possedere sessualmente; avere rapporti sessuali ma anche figuratamente: imbrogliare, raggirare deriva dal latino volg. *futtere, per il class. futuere. Brak

FIOSSO & ALTRO

FIOSSO & ALTRO Anche questa volta mi trovo a raccogliere un garbato invito del mio caro amico A.M.(i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) che,memore ch’io abbia piú volte affermato che il napoletano sia se non piú preciso e circostanziato dell’italiano,certamente piú icastico mi à chiesto di esemplificare quella mia affermazione, cosa che faccio mettendo a confronto le voci italiane menagramo e fiosso con le corrispettive napoletane nell’intento di dimostrare appounto quanto il napoletano sia piú icastico e preciso dell’ italiano. Cominciamo con il termine menagramo s.vo ed ag.vo m.le e f.le Genericamente persona alla quale, soprattutto per il suo aspetto triste e tetro, si attribuisce (per superstizione o con intento scherz.) il potere di portare sfortuna; iettatore, iettatrice: voce etimologicamente composta di menare,(dal lat. minare) nel sign. di 'portare', e gramo (dal germ. *gram 'affanno, cordoglio'), cioè 'cose grame', misere, infelici; si tratta piú precisamente di una voce d’area lombarda, trasmigrata nell’italiano. Alla voce menagramo il napoletano, piú acconciamente oppone il termine crestariello/cestariello s.vo m.le di doppia morfologia[ al f.le -rella] 1 in primis gheppio, sparviero,falco grillaio 2 per traslato, come nel caso che ci occupa menagramo, iettatore( semanticamente in riferimento all’acutissima vista del rapace, capace di individuare di lontano la preda, come accade per il menagramo che anche di lontano, con una semplice guardata, riesce a colpire la malcapitata vittima dei suoi sguardi); si tratta etimologicamente di una voce derivata da un ant. francese cresserel a sua volta da un lat. med.le cristula. (cfr. D.E.I.). E veniamo al secondo esempio; in italiano l’arco del piede, la parte della suola della scarpa che si congiunge al tacco e, in corrispondenza dell’arco del piede, rimane leggermente sollevata da terra è détto fiosso s.vo m.le dal lat. volg. *flŏssu(m), deriv. di fŏssŭla, dim. di fossa «fossa» come se quella parte fósse una fossetta. Quanto piú icastico e preciso il napoletano che chiama fammice quella parte stretta del piede tra tallone e pianta, cioè quella parte della suola della scarpa, in mezzo fra il tacco e la pianta. e deriva il termine fammice dal lat. famex= ammaccatura atteso che il fiosso del piede è in realtà piú che una fossetta, quasi un’ammaccatura dell’arto inferiore. Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico A.M. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale