giovedì 31 luglio 2014

LA ELISIONE DELLA VOCALE I DI CI

LA ELISIONE DELLA VOCALE I DI CI Dacché è apparso sulla scena politica il sedicente dottor Tonino Di Pietro ex magistrato, che spesso è in litigio con la lingua italiana, non passa giorno che nelle sue esternazioni in piazza, parlamento o televisione non usi un suo tormentone che si sostanzia nell’espressione dialettale: “Che ci azzecca?” domanda retorica da intendersi: Non ci son punti di contatto tra i fatti di cui si parla! Ora fin quando si tratta di ascoltarlo, nulla quaestio; il suono favorisce l’intendimento di quel ci azzecca che perviene all’orecchio correttamente come un ciazzecca. Il problema è sorto quando i giornalisti o altre persone, al pari d’essi probabilmente non molto versati nella lingua italiana, ànno voluto mutuare l’espressione e riportarla per iscritto. Per usare l’icastico idioma napoletano, songo jute dint’ê chiavette (son finiti nel difficile) incorrendo molti di loro nello svarione di apostrofare l’espressione ottenendo in luogo del “Che ci azzecca?” uno scorretto “Che c’azzecca? da leggersi che cazzecca ” Il guaio è che non contenti d’usare l’errore riportando l’espressione del molisano, si sono innamorati di quella locuzione al segno di usarla continuamente in altri contesti disseminando i loro scritti di strafalcioni. Vorrei perciò rammentare a tutti costoro una regoletta grammaticale che - per esser buoni - mostrano d’aver dimenticato, se non – se siamo cattivi – di non aver mai appreso. La regoletta è la seguente: è buona norma elidere la i solo davanti ad altra i ed a mio avviso sarebbe piú elegante addirittura evitare sempre tale elisione ; in particolare la vocale i di ci si può elidere solo davanti ad altra i oppure davanti alla e e tale elisione è corretta poi che comunque la consonante (c) d’accompagnamento continua a mantenere il suo suono palatale favorito dalla vocale (e) non genera un suono gutturale come invece avviene per l’ impossibile elisione della i di ci davanti a, o,u (cfr. ci è →c’è che si legge ce (di celebre), mentre non si può elidere la i di ci abbiamo perché c’abbiamo si legge o leggerebbe cabbiamo,con il suono gutturale del ca (di casa) e non si può elidere la i di ci ostacolano perché c’ostacolano si legge o leggerebbe costacolano, con il suono gutturale del co (di cosa) né perciò può essere elisa la i di ci azzecca perché c’azzecca si legge o leggerebbe cazzecca, con il suono gutturale del ca (di casa) né si può elidere, sempre per esempio, la i di ci usano perché c’usano si legge o leggerebbe cúsano o cusàno, con il suono gutturale del cu (di custodia).Ovviamente per la stessa regoletta non può essere elisa (come invece m’è spesso occorso di leggere…) la i di ci ho oppure, come preferisco,di ci ò perché c’ho/c’ò si leggerebbero cò con il suono gutturale del co (di cosa) e non come è corretto leggere ciò con il suono palatale di ciondolo.Va da sé che il problema non si pone per la i di altri digrammi (ti – di – si) per i quale l’elisione della i è sempre consentita davanti a tutte le vocali, atteso che non si generano mutamento di timbro dei suoni consonantici. In conclusione mi perdonerete se dico che o i giornalisti e quanti altri mettono penna in carta si rassegnano ad imparare la grammatica o son destinati ad incorrere in sesquipedali brutte figure elidendo l’espressione dipietrina ed altre similari. Tanto dovevo! R.Bracale Brak

LA PREPOSIZIONE DA E LE SUE VOCI OMOFONE NEL NAPOLETANO

LA PREPOSIZIONE DA E LE SUE VOCI OMOFONE NEL NAPOLETANO Questa volta sono state alcune care amiche/lettrici di cui i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome: B.G., C.A.,L.T. e D.R. a chiedermi di suggerir loro quale sia – a mio parere – il modo piú esatto di render graficamente nel napoletano la preposizione da e le sue voci omofone. Premesso che tra gli addetti ai lavori e tra gli appassionati non vi sono identità di vedute cercherò di difendere il mio modo di veder la faccenda, illustrando il piú compiutamente possibile le voci che ci occupano e che sono: da/’a (preposizione semplice), dâ(preposizione articolata dalla), dà(voce verbale 3ª pers. sg. dell’ind. pr. dell’infinito dare) dá (voce verbale infinito apocopato di dare), da’ (voce verbale 2ª pers. sg. imperativo dell’infinito dare). Esaminiamo le singole voci: DA/’A prep. semplice [si unisce agli art. determ. ‘o =il,lo,’a =la, ‘e =i, gli, le formando le prep. articolate dal, dallo, dalla, dai, dagli, dalle per le quali propongo e caldeggio la grafia agglutinata dô, dâ,dê piuttosto che le usuali d’ ‘o,d’’a, d’ ‘e che possono confondersi con le omofone d’ ‘o = del,d’’a= della d’ ‘e =delle ;in molti casi si usa nella forma aferizzata ‘a che in ogni caso non à soppiantato del tutto la morfologia originaria da] 1 introduce un moto da luogo (anche in senso fig.): ‘o treno è ppartuto ‘a Roma, s’è trasferuto da ll’America a ll’Airopa; è asciuta dô magazzino; è stato prumossa dâ siconna â terza classe; cuntà da uno a ddiece [il treno è partito da Roma; trasferirsi dall'America all’ Europa; è uscita dal negozio; è stata promossa dalla seconda alla terza classe; contare da uno a dieci;] 2 esprime allontanamento: staccà ‘o lietto dâ porta;ô prossimo viculo ascimmo dô corso [staccare il letto dalla porta; al prossimo vicolo usciremo dal Corso] | separazione, distacco: ‘e muntagne ce spartono dô mare; campavano luntane ll’uno ‘a ll’ato [le montagne ci dividono dal mare; vivevano lontani uno dall'altro]; | origine o provenienza: santa Caterina da Siena; pruvene’a ‘na famiglia nobbele [discende da una famiglia illustre]; sapettemo ‘a nutizzia da ‘e ggiurnale [apprendemmo la notizia dai giornali] | distanza: da lla a Milano so’ sule vinte chilometre [da lí a Milano sono solo 20 km]; | in dipendenza da taluni verbi, in correlazione con a, indica quantità approssimativa: pesa dê quaranta ê cinquanta chile; tène da ‘e trenta a trentacinch’anne [peserà dai quaranta ai cinquanta chili; avrà da trenta a trentacinque anni] ' dopo verbi che indicano 'difesa, protezione': guardarse da ‘e nemice; arreparase dô friddo [guardarsi dai nemici; proteggersi dal freddo] 3 con il verbo al passivo introduce l'agente o la causa efficiente:chello ca facette fuje disprezzato ‘a tutte quante; ‘a porta fuje sbattuta dô viento [ciò che fece fu disprezzato da tutti; la porta fu sbattuta dal vento | con valore di semplice causa:tremmà dô friddo [tremare dal freddo]; 4 con significato temporale, indica il momento o l'epoca, l'età in cui à avuto inizio un'azione o una situazione si è determinata: campammo cca da paricchi anne; è dda Natale ca nun aggio cchiú nutizzie soje; ll’aspetto ‘a n’ora; da quanno è ppartuto è ppassato assaje tiempo. [viviamo qui da diversi anni; è da Natale che non ò piú sue notizie; l'aspetto da un'ora; è passato molto tempo da quando è partito] 5 nella morfologia a dd’ ‘o/a dd’ ‘a/ a dd’ ‘e unita a nomi propri di persona, a pronomi che si riferiscono a persona, a nomi che indicano mestiere, professione, condizione, grado, relazione di parentela, di amicizia, di lavoro e sim., introduce uno stato in luogo, per lo piú con il valore di 'presso': fermarse a ddurmí a dd’ ‘o zio; ‘ncuntrarse a dd’ ‘o nutaro[fermarsi a dormire dallo zio; incontrarsi dal notaio; | in nomi di ristoranti, bar o altri esercizi commerciali: Tratturia a dd’ ‘a Berzagliera [Trattoria dalla Bersagliera]; 6 seguita dagli stessi elementi lessicali indicati al punto precedente e in dipendenza da verbi di movimento, esprime moto a luogo: vaco a dd’ ‘o miereco; arrive a dd’ ‘a figlia ‘nserata; saglio n’attimo a dd’ ‘o nonno [vado dal medico; arriverà dalla figlia in serata; salirò un attimo dal nonno] 7 in dipendenza da verbi che esprimono transito, passaggio, stabilisce un moto per luogo, talvolta sottintendendo un attraversamento con sosta: passà dâ fenesta, dô curtiglio; ô ritorno passajemo a dd’ ‘a zia[passare dalla finestra, dal cortile; al ritorno passammo dalla zia]; 8 con valore variamente modale: aggí ‘a disgrazziato; vivere ‘a rre;cumpurtarse da amico;[agire da lestofante; vivere da re; comportarsi da amico]; apparentemente modale, in realtà in funzione rafforzativa:faccio da sulo; pigliatello ‘a ppe tte; [faccio da solo; prenditelo da te]; | con sfumatura di limitazione: cecato ‘a n’uocchio, zuoppo ‘a ‘nu pede[cieco da un occhio; zoppo da un piede] 9 esprime una qualità, una caratteristica:’na guagliona dâ faccia allera; n’ommo dâ capa fresca [una ragazza dal volto ilare; un uomo dall’indole spensierata] | una stima, un prezzo, una misura: ‘na pazziella da pochi llire; ‘na lampadina da ciento cannele [un giocattolo da pochi soldi; una lampadina da cento candele] 10 con valore di mezzo: fuje ricunusciuto dê passe; dô culore se capisce ca è perduto.[fu riconosciuto dai passi; dal colore si capisce che è marcio] 11 in talune locuzioni à funzione attributiva(anche se piú spesso le si preferisce la preposizione de/’e): carta da bbollo [carta da bollo]; festa ‘e ballo;stanza ‘e pranzo [ festa da ballo; stanza da pranzo] 12 in funzione predicativa: ll’âmmu trattato da amice [li abbiamo trattati da amici] | appositiva: Ciccio da ggiuvinotto campava a Milano [Francesco da giovane viveva a Milano] 13 seguita da un verbo all'infinito à valore consecutivo o finale: era accussí stracquo da nun capí cchiú nniente;damme ‘nu libbro ‘a leggere;ce sta niente ‘a vevere?[era tanto stanco da non capire più nulla; dammi un libro da leggere; c'è nulla da bere?] | a malgrado sia oggi accettato, aborro e sconsiglio l'uso di da seguito da infinito in locuzioni nelle quali in realtà il termine da cui la preposizione dipende non è l'oggetto dell'azione espressa dal verbo: machina ‘a scrivere, ‘a cósere[macchina da scrivere, da cucire], in luogo del corretto ed esatto pe scrivere, pe cósere [per scrivere, per cucire] | seguita da infinito presente, con valore di 'dovere, necessità': ‘na cosa ‘a farse a fforza[una cosa da fare necessariamente];| in frasi negative o indefinite, con funzione non dissimile dal caso precedente: nun ce sta niente ‘a dicere, niente ‘a fà[non c'è nulla da dire, nulla da fare] 14 concorre alla formazione di varie loc. avverbiali: da luntano, da vicino, da parte a pparte [da lontano; da vicino, da parte a parte]; | loc. prepositive: da cca, da lla; [di qua, di là]. [ Etimologicamente è voce dal lat. de ab nei valori di moto da luogo, origine, agente ecc.; lat. de ad nei valori di moto a luogo, stato in luogo, destinazione, modo, fine ecc.] A questo punto è necessario ch’io precisi che ciò che ò scritto circa la presenza nel napoletano della preposizione da/’a è dovuto ad un ripensamento (dovuto ad ulteriori ricerche fatte) rispetto a ciò che un tempo scrissi alibi e cioè che “è pur vero che in napoletano non esiste graficamente la preposizione da (che in napoletano è sempre ‘a= da) per cui non essendovi possibilità di confusione fra voci omofone la voce verbale 3ª p.s. indicativo pres. potrebbe anche scriversi tranquillamente da evitando un pleonastico accento sulla a (dà)”; mi pento di ciò che precipitosamente scrissi e ne chiedo venia ai miei ventiquattro lettori, ma solo gli sciocchi o i fessi non si ravvedono o cambiano idea! Tanto precisato andiamo oltre. DÂ = preposizione articolata corrispondente alla preposizione dalla dell’italiano in tutte le sue funzioni ed accezioni; morfologicamente è formata dall’agglutinazione di da +l’articolo ‘a analogamente alla prep. art. â formata dall’agglutinazione di a +l’articolo ‘a ed è la forma che preferisco atteso che l’usata d’ ‘a potrebbe ingenerar confusione con l’omografa d’ ‘a = della. DÀ = dà(voce verbale 3ª pers. sg. dell’ind. pr. dell’infinito dare) etimologicamente dal lat. da-t; il segno diacritico dell’accento non è etimologico, ma necessario per distinguere la voce a margine dall’omofona da preposizione (cfr. antea) DÁ = dare(voce verbale infinito apocopato di dare) graficamente molti, piú che accentare la voce, preferiscono apocoparla in da(re)→da’ ; il sottoscritto pur sapendo e rammentando che allorché viene apocopata della sillaba finale una parola che lascia come residuo un monosillabo détto monosillabo potrebbe benissimo segnarsi con un apostrofo finale, atteso che (trattandosi di monosillabo) l’accento tonico non può che cadere che su quell’unica sillaba (cfr. in napoletano fa’ infinito di fa(re) – ji’ infinito di ghi(re)/i(re) ) tuttavia poi che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di voci verbali dell’infinito preferisco e suggerisco di accentare anche i monosillabi per mantenere una omogeneità di scrittura con gli infiniti degli altri verbi e dunque per l’infinito di andare meglio scrivere jí piuttosto che ji’ e per quello di dare o fare:meglio scrivere dá oppure fà piuttosto che da’ oppure fa’ i quali ultimi oltretutto potrebbero esser confusi con la seconda persona dell’imperativo: fa’ per fa(je) - da’ per da(je). Come si sarà notato ò optato per una á con un improprio [ma di necessità virtú] accento acuto in luogo della normale à con l’accento grave che ò riservato al dà(voce verbale 3ª pers. sg. dell’ind. pr. dell’infinito dare) cosí come nella norma. DA’ = dai (voce verbale apocopata di da(je)→da’ [2ª per. sg. imperativo dell’infinito dare). Da tutto quel che ò scritto si evince che ci sono due voci omofone, necessariamente anche quasi omografe:dà(voce verbale 3ª pers. sg. dell’ind. pr. dell’infinito dare) ed il dá = dare(voce verbale infinito apocopato di dare) in quanto nella linguistica nostrana non esistano che due segni diacritici (l’accento grave o acuto e l’apostrofo) ed allorché le voci da distinguere son piú di due, è giocoforza che qualcuna sia omografa d’ un altra. Nella fattispecie son del parere di accentare l’infinito apocopato da(re)→dá(contrassegnandolo per comodità – sia pure impropriamente – con un accento acuto [che di per sé è di pertinenza delle vocali chiuse e la A è la piú aperta delle vocali]) piuttosto che farlo omografo dell’imperativo da’ e ciò per renderlo omogeneo con tutti gli altri infiniti che vanno accentati [per salvaguardarne la tonicità] e non apocopati; il contesto e l’accento acuto chiariranno se si tratta di un dá infinito o di un dà, voce verbale 3ª pers. sg. dell’ind. pr. dell’infinito dare. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento, soddisfatte le amiche B.G., C.A.,L.T. e D.R. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est. R.Bracale Brak

LA QUESTIONE DELLA H ETIMOLOGICA NEL VERBO AVERE & DINTORNI.

LA QUESTIONE DELLA H ETIMOLOGICA NEL VERBO AVERE & DINTORNI. Prima questione. Il problema del mantenimento della H etimologica nella coniugazione del verbo avere (dal lat. habere) affonda le sue radici lontano nel tempo: nell’italiano antico la sua presenza era di gran lunga maggiore rispetto all’uso moderno, in cui è limitato alle forme verbali hanno, ha, ho, hai (come sostanzialmente sancisce in modo definitivo il Vocabolario degli Accademici della Crusca, a partire dalla terza edizione, del 1691). In queste quattro forme la h è stata mantenuta per una questione diacritica, perché consentiva di distinguer le voci verbali da altre omofone (cioè “che ànno lo stesso suono, la stessa pronuncia”) anno (sostantivo), a (preposizione), o (congiunzione) e ai (preposizione articolata); ma, visto che una discriminazione di questo tipo costituisce un’eccezione nel sistema grafico italiano, alcuni ànno proposto l’eliminazione della h,che in fondo all’attualità, a malgrado della sua presenza etimologica, non è che una consonante diacritica,e non v’à ragione di mantenerla se non in presenza di voci omofone da distinguere(ed in effetti in parecchie parole derivate da voci latine principianti per h (cfr. homo→uomo, honestas→onestà etc.) nel passaggio all’italiano l’aspirata iniziale è o sparita del tutto (cfr. onestà ) o al massimo à procurato dittongazione della sillaba iniziale (cfr. homo→uomo, heri→ieri); dicevo che alcuni ànno proposto l’eliminazione della h, suggerendo di affrontare il problema della trasparenza delle forme con un’indicazione diacritica (cioè indicativa) diversa, meno invasiva quale quella dell’accento.La questione, dicevo viene di lontano e già sul finire del 1700 si propose da qualcuno l’adozione delle voci accentate ò,ài,à,ànno in luogo di ho,hai,ha,hanno ma bisognò attendere il1911 quando il Congresso della “Società Ortografica Italiana” avanzò la proposta di indicare questa differenza con l’ausilio dell’accento sulle quattro voci verbali. La questione si è trascinata a lungo nel periodo tra le due guerre (un grande sostenitore di questa tesi è stato Ferdinando Martini, docente di Letteratura Italiana presso la Scuola Normale Superiore di Pisa), ed à avuto un suo epilogo anche nel secondo dopoguerra: nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi (recentemente pubblicato anche in versione elettronica su CD-ROM) l’editore sceglie questa soluzione per indicare le quattro voci verbali, con un risparmio, come afferma in un suo scritto, di un centinaio di pagine. Pure nell’usatissimo e completissimo Grande Dizionario della Lingua Italiana Garzanti le forme accentate vengono segnalate come esatte anche se rare e mi meraviglio molto che il Treccani non dia le medesime indicazioni! Va però confermato che attualmente le forme con la h sono senz’altro le piú diffuse ed indicate come corrette dai grammatici e dai linguisti sessantottini(?) iconoclasti di tutto quel che à sapore di passato;ad esempio: nella Grammatica di Luca Serianni(cattedratico a LA SAPIENZA di Roma) si trova una breve sintesi sulla questione e si precisa che “ le forme à, ài, ànno ed ò oggi appaiono grafie non certo erronee, ma di uso raro e di tono popolare; tuttavia non sono poche le persone che le usano, soprattutto se la loro formazione scolastica è stata compiuta nella prima metà del secolo scorso”; Ora io dico che lo spocchioso Serianni deve mettersi d’accordo con se stesso; prima infatti afferma che le forme à, ài, ànno ed ò son di uso raro, poi confessa che non sono poche le persone che le usano. Ubi veritas? Una cosa è certa: nella pluriennale questione è emerso che si insegnava la praticabilità delle forme à, ài, ànno ed ò anche in alcune scuole elementari degli anni Cinquanta e Sessanta; sono i cattedratici giovani che storcono il naso e respingono l’uso delle forme à, ài, ànno ed ò pur senza indicare convincenti, adeguati motivi del loro dissentire. Seconda questione. Col verbo avere si è sempre piú diffusa nell'italiano parlato di ogni regione l'inclusione dell'elemento ci, dando quasi luogo a un paradigma diverso: non ho, hai, ha, ma ciò, ciai, cià. Quando però forme del genere, tipiche dell'oralità, devono ricevere rappresentazione scritta sorgono problemi. Naturalmente non è possibile adottare scrizioni come *c'ho..., *c’ha…,*c’hai… *c’hanno atteso che è noto, o dovrebbe esser noto (almeno a chi abbia fatto delle buone scuole elementari e medie…) che la vocale i si può elidere solo davanti ad altra i oppure può essere elisa la i di ci davanti alla e, elisione che comunque continua a mantenere il suono palatale della consonante (c) d’accompagnamento e non genera un suono gutturale come invece avviene per l’ impossibile elisione della i di ci davanti a, o,u (cfr. ci è →c’è che si legge ce (di cesto), mentre non si può elidere la i di ci abbiamo perché c’abbiamo si legge o leggerebbe cabbiamo, e non si può elidere la i di ci ostacolano perché c’ostacolano si legge o leggerebbe costacolano, né si può elidere, sempre per esempio la i di ci usano perché c’usano si legge o leggerebbe cusano. Va da sé che il problema non si pone per la i di altri digrammi (ti – di – si) per i quale l’elisione della i è sempre consentita davanti a tutte le vocali, atteso che non si generano mutamenti di suoni consonantici. Tornando al problerma della scrizione,si potrebbe optare per la grafia ci ho, ci hai ci ha, ci hanno - che è quella a cui ricorse un grande scrittore sensibile alla rappresentazione del parlato, il Verga; però molti arroganti linguisti non ritengono soddisfacente la soluzione del Verga,ma non ne spiegano il motivo, né se ne capisce il perché; io dico che usando le antiche, raccomandate forme à, ài, ànno ed ò si risolverebbe la questione ottenendo ci ò, ci ài, ci à, ci ànno di tranquilla, corretta lettura ci-ò, ci-ài, ci-à, ci-ànno e corretta scrizione. Un’ultima notazione. Le forme à, ài, ànno ed ò usate in luogo di ho, hai, ha,hanno trovano il dissenso non solo dei linguisti imberbi e sessantottini, ma pure dei redattori dei giornali, redattori che son usi a correggere in ho, hai, ha,hanno le forme à, ài, ànno ed ò usate da qualche lettore che scrive ai giornali, motivando tali indebite correzioni con l’affermare che i giornali vanno nelle mani d’un pubblico eterogeneo: persone istruite (che forse sanno della possibilità della doppia grafia dell’indicativo presente del verbo avere) e persone ignoranti (che resterebbero interdetti davanti alle voci verbali accentate del tipo ànno usate in luogo delle piú comuni come hanno. E poiché oggi sono i media che dirigono la musica e le redazioni dei giornali brulicano di iconoclasti ragazzini settantottini, figli del marxismo dilagante ragazzini che ànno preso la mano anche ai redattori nati neli anni quaranta e cinquanta, non resta che accettare le correzioni del redattore di turno e tenerse ‘a posta sia pure obtorto collo! Ma quando non si scrive ai giornali forse ci si potrà riprender la libertà di scrivere ò, à, ài, ànno in luogo di ho, hai, ha,hanno impipandosene dei redattori dei giornali e dei linguisti sessantottini e tenendo fede agli insegnamenti delle maestre come la mia (classe 1911, che Iddio l’abbia in gloria)che mi insegnò che le forme ò, à, ài, ànno in luogo di ho, hai, ha,hanno non solo sono corrette, ma anche piú eleganti! Satis est. Raffaele Bracale

LA SCRIZIONE DEGLI INFINITI NEL NAPOLETANO

LA SCRIZIONE DEGLI INFINITI NEL NAPOLETANO Mi è stato chiesto da alcuni miei abituali lettori che passim usufruiscono delle cosucce che scrivo e di cui per questioni di riservatezza non posso indicare le generalità, mi è stato chiesto di spendere una parola chiarificatrice sul modo migliore di vergare gli infiniti del napoletano, se cioè sia piú corretto usare gli infiniti accentanti sull’ultima sillaba (ad es.: magnà= mangiare) oppure una forma apocopata (es.: magna’) o addirittura (come fa uno sprovveduto compilatore di lessico partenopeo) una forma pletorica con accento e segno d’apocope (cfr. magnà’). Dico súbito che il modo piú corretto è quello di scrivere gli infiniti accentanti sull’ultima sillaba (ess.: fà, dà,jí,parlà, cantà,saglí,ferní,cadé, tené etc.) e chiarisco qui di sèguito il perché1)uniformità di scrittura degli infiniti che in napoletano (nelle forme troncate) siano essi monosillabi o plurisillabi son tutti accentati sull’ultima sillaba (cfr. ad es.fa(re)→fà – magna(re)→magnà – cammena(re)→cammenà –cade(re)→cadé - murire→murí etc.), 2) la grafia apocopata degli infiniti monosillabi (cfr. fa’, da’) presta il fianco,se considerati fuor del contesto ad esser confusa con la 2ª p.sg. dell’imperativo: da’= dai,fa’= fai. Rammento altresí che durante le mie numerose letture sulla parlata napoletana ed in genere sui dialetti centro meridionali, mi è capitato spesso, di imbattermi in taluni autori che, ritenendo di fare cosa esatta, usano il segno diacritico dell' apocope (') in luogo dell' accento tonico facendo le viste di dimenticare che solo l'accento tonico può appunto dare un tono alla parola,e può (solo!) indicarne graficamente l'esatta pronuncia; mi è capitato peraltro di imbattermi, ripeto, in altri maldestri autori ed addirittura compilatori di lessici, che per tema di errore, abbondano in segni diacritici e sbagliano parimenti . In effetti nella parlata napoletana è un errore di ortografia accentare l'ultima vocale di certi infiniti ed aggiungervi anche un pleonastico apostrofo per indicare l'avvenuta apocope dell' ultima sillaba: l'accento, inglobando in sé la doppia funzione, è piú che sufficiente alla bisogna; il segno dell'apostrofo in fin di parola si deve porre quando si voglia tagliare un termine mantenendone però il primitivo accento tonico. Per esempio il verbo èssere può essere apocopato in èsse' che non andrà letto essè, ma èsse, come ancóra ad es. il verbo tégnere, può per particolari esigenze espressive o metriche essere apocopato in tégne’, mantenendo però il suo accento tonico e non diventando alla lettura: tegnè, mentre – sempre a mo’ d’esempio – l’infinito del verbo cadere va reso con la grafia cadé e non cade’ che si dovrebbe leggere càde’ e non cadé! Parimenti la medesima cosa accade nel dialetto romanesco dove quasi tutti gli infiniti risultano apocopati e senza spostamento d’accento tonico per cui graficamente sono resi con il segno (‘) come ad es. càpita con il verbo vedere che in napoletano è reso con vedé ed in romanesco vede’ (che va letto: vede e non vedé.)È pur vero che, in napoletano, alcuni infiniti di verbi che, apocopati, risultano divenuti monosillabici, potrebbero esser scritti con il segno dell’apocope (‘) piuttosto che con l’accento in quanto che nei monosillabi l’accento tonico cade su quell’unica sillaba e non può cadere su altre (che non esistono) e perciò potremmo avere ad es.: per il verbo stare l’ apocopato: sta’ in luogo di stà , per l’infinito di fare l’ apocopato: fa’ invece di fà, per l’infinito di dare l’ apocopato: da’ invece di dà, ma personalmente reputo piú comodo come ò détto per mantenere una sorta di analogia di scrittura con gli infiniti di altri verbi mono o plurisillabici, accentare tutti gli infiniti apocopati ed usare stà e fà, dà in luogo dei pur corretti sta’ e fa’, da’ che valgono stare, fare,dare tenendo conto altresí che almeno nel caso di fa’ e da’ esso potrebbe essere inteso, ripeto, come voce degli imperativo (fai→fa’dai→da’), piuttosto che degli infiniti fare,dare cosa che invece non può capitare con il verbo stare il cui imperativo nel napoletano non è sta’, ma statte. Rammento che, normalmente occorre accentare sull’ultima sillaba tutte le voci verbali degli infiniti (per lo meno bisillabi) tronchi o apocopati (ess.: magnà, purtà, pusà, cadé, rummané etc.) per modo che si possa facilmente individuare la sillaba su cui poggiare il tono della parola, cosa che non avverrebbe se in luogo di accentare il verbo si procedesse ad apostrofarlo per indicarne l’apocope dell’ultima sillaba; in tal caso infatti non spostandosi l’accento tonico si altererebbe completamente la lettura del verbo; facciamo un esempio: il verbo spàrtere (dividere) che apocopato dell’ultima sillaba diventa spartí se in luogo dell’accento fosse scritto con il segno dell’apocope sparti’ dovrebbe leggersi col primitivo accento spàrti e non indicherebbe piú l’infinito, ma – forse - una scorretta forma della 2ª pers. sing. dell’ind. pres.che è sparte e non sparti. Premesso tutto ciò, a mio sommesso, ma deciso avviso ripeto che è opportuno – per una sorta di omogeneità - accentare sull’ultima sillaba tutti i verbi al modo infinito anche quelli monosillabici (ovviamente quando si tratti di autentici verbi presenti nel lessico napoletano e non presi in prestito dall’italiano!, come impropriamente fa qualcuno che annovera tra gli infiniti del napoletano un inesistente dí contrabbandato per infinito apocopato del verbo dícere laddove è risaputo che il napoletano pretto e corretto usa sempre la forma dícere e mai, se non per rare licenze ed esigenze metriche poetiche, l’apocopato dí e chi lo usasse o avesse usato in prosa, sbaglierebbe o si sarebbe sbagliato quand’anche si fósse chiamato Di Giacomo! ) Et de hoc satis, augurandomi d’essere stato chiaro e d’aver adeguatamente risposto al quesito di alcuni dei miei ventiquattro lettori. R.Bracale

L’ACCENTO CIRCONFLESSO NELLA SCRIZIONE DELLA PARLATA NAPOLETANA.

L’ACCENTO CIRCONFLESSO NELLA SCRIZIONE DELLA PARLATA NAPOLETANA. Mi è stato chiesto da un cortese amico (di cui per motivi di riservatezza mi limito ad indicare le sole iniziali M.T.) mi è stato chiesto, dicevo, di spender qualche parola per illustrare l’uso dell’accento circonflesso nella scrizione della parlata napoletana. L’accontento súbito chiarendo in primis ed in generale che l’accento circonflesso (o semplicemente il circonflesso, s.vo m.le) è un segno grafico (rappresentato con la forma ^ e talora, nel greco antico, ˜) indicante in origine quell’aspetto del tono, proprio del greco, in cui all’ascesa della voce ne segue la discesa, nella stessa vocale (sempre lunga) o dittongo. In francese, il circonflesso è usato per ricordare una lettera caduta in una fase storica precedente o per indicare il valore particolare di una vocale (âne, mûr, prêt). In italiano, à funzioni puramente ortografiche e ormai di uso non assoluto; può essere adoperato per indicare la contrazione in una sola -i del plur. dei nomi o agg. in -io atono (per es. oratorî pl. di oratòrio, varî pl. di vàrio, ecc., che si scrivono però anche oratorii o oratòri o semplicemente e sciattamente oratori, varii o vari, ecc.), oppure per indicare altre contrazioni della lingua ant. o poetica (per es. fûr = furono, tôrre = togliere, côrre = cogliere e sim.); più di rado per distinguere parole di uguale grafia (per es. côrso «della Corsica», ma piú spesso còrso, di fronte a corso/córso part. pass. di correre). Tanto precisato passiamo al napoletano e diciamo che in generale l’accento circonflesso nella scrizione del napoletano va posto su qualsiasi vocale (â, ê, î, ô, û) o semivocale (ĵ) per contrassegnare le forme contratte, che son tipiche del linguaggio poetico, dovute alla sincope di una sillaba per ragioni di metrica, ma che vengono usate anche in prosa per indicare le crasi(scritture contratte/fusioni) in voci verbali o le crasi delle preposizioni articolate, nonché quelle in taluni aggettivi possessivi come esemplificherò a seguire. Infine l’accento circonflesso è posto sulla vocale i→î quale segno diacritico di voci omofone: es. sî= sei [voce verbale] diverso e distinto da si = se,si’ = signor, sí avverbio affermativo. E proseguiamo dicendo súbito che nel corretto napoletano scritto la â corrisponde all’italiano alla in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘a mentre l’ ô corrisponde all’italiano allo/al in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘o ed infine l’ ê corrisponde all’italiano alle/ a gli/ai in quanto crasi (scrittura contratta/fusione) della preposizione a + l’articolo ‘e. Il fatto è che solo pochissimi poeti e/o scrittori napoletani ànno o ebbero dimestichezza con le crasi o si rifiutano/rifiutarono di usarle ritenendole troppo eleganti, di competenza dei solo addetti ai lavori e/o poco popolari e di difficile fruizione per il pubblico medio. A mio avviso è invece giusto ed opportuno che chi à qualche piccola competenza piú degli altri faccia proseliti, tirando le orecchie (se occorre) anche a Di Giacomo, ad Eduardo ed altri famosi, con buona pace di taluni intellettuali iconoclasti delle regole grammaticali d’antan! Rammento altresí che le crasi summenzionate â,ê,ô vanno sempre usate non soltanto da sole quali corrspondenti delle preposizioni articolate, ma nelle locuzioni articolate formate con preposizioni improprie che ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano [e ciò perché chi scrive in napoletano, deve pensare in napoletano!]). Mi pare opportuno che a questo punto mi soffermi sulle preposizioni articolate nel napoletano e rammenti che anche nell’idioma napoletano c’è l’uso sia nel parlato che nello scritto delle preposizioni articolate ovverossia di quelle preposizioni formate dall’unione degli articoli determinativi sg. e pl. con le preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra fra) o dall’unione dei medesimi articoli con quelle improprie (sotto, sopra, prima, dopo,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.). Comincio súbito con il dire che nel napoletano, cosí come nell’italiano, le locuzioni articolate formate con avverbi o preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sotto il tavolo, ma nel napoletano si esige sotto al tavolo e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano). Tanto premesso annoto altresí che mentre in italiano la gran parte delle preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli sg. e pl. con le preposizioni semplici, ànno una forma agglutinata, nel napoletano ciò non avviene che per una o due preposizioni semplici, tutte le altre si rendono con la forma scissa mantenendo cioè separati gli articoli dalle preposizioni. Passiamo ad elencare dunque le preposizioni articolate cosí come rese in italiano e poi in napoletano: con la preposizione a in italiano si ànno al = a+il, allo/a= a+lo/la alle = a+ le agli = a+ gli (ma è bruttissimo e personalmente non l’uso mai preferendogli la forma scissa a gli!) in napoletano si ànno le medesime preposizioni articolate formate dall’unione degli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione a,ma esistono nel napoletano due distinte morfologie delle preposizioni articolate formate con la preposizione semplice a e gli articoli determinativi; la prima morfologia è quella che fa ricorso alla crasi /unione che produce una preposizione articolata di tipo agglutinata resa graficamente con particolari forme contratte: â = a+ ‘a (a+ la), ô = a + ‘o (a+ il/lo), ê = a + ‘e (a + i/gli oppure a+ le) da usarsi davanti a parole comincianti per consonanti, mentre davanti a parole comincianti per vocali si fa ricorso ad una morfologia rigorosamente scissa e si usano a ll’ (= alla/allo/al/alle/a gli) ess.: â casa = alla casa, ô puorto = al porto, ê scieme, ê sceme= a gli scemi/ alle sceme, ma a ll’ommo = all’ uomo, a ll’anema = all’ anima a ll’uommene = a gli uomini, a ll’ alimentari = alle (scuole) elementari; con la preposizione di in italiano si ànno del = di+il, dello/a= di+lo/la delle = di+ le, degli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione de (=di), produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata: de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e; con la preposizione da in italiano si ànno dal = da+il, dallo/a= da+lo/la dalle = da+ le, dagli = di+ gli; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione da talora anche ‘a (=da), produce una preposizione articolata di forma normalmente scissa e spessa apostrofata: da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e ma come ognuno vede la forma apostrofata (quantunque usatissima) presta il fianco alla confusione con le preposizioni articolate formate con la preposizione de (=di), e d’acchito è impossibile distinguere tra de ‘o→d’’o, de ‘a→d’’a, de ‘e→d’’e e da ‘o→d’’o, da ‘a→d’’a, da ‘e→d’’e e bisogna far ricorso al contesto per chiarirsi le idee; ò dunque proposto e qui propongo d’usare una forma affatto diversa per le preposizione napoletane da + ‘o→dô = dal, da+ ‘a→dâ = dalla, da+ ‘e→dê = dagli/dalle, forma da usarsi ovviamente davanti a parole principianti per consonanti (ess.: dâ scola = dalla scuola. dô treno = dal treno, dê scarpe = dalle scarpe), forma che eliminando l’apostrofo e facendo ricorso alla medesima contrazione usata per le preposizioni articolate formate con la preposizione a consente di evitare la deprecabile confusione cui accennavo precedentemente. Ovviamente non sarà possibile usare questa forma davanti a parole principianti per vocali e sarà giocoforza usare da ‘o, da ‘a, da ‘e evitando di apostrofarle per evitare possibili confusioni. Rammento che nel napoletano è usata spessissimo una locuzione articolata che con riferimento il moto a luogo rende i dal/dallo – dalla – dalle – dagli dell’italiano ; essa è (la trascrivo cosí come s’usa generalmente fare,ma a mio avviso erroneamente in quanto non ricostruibile nei suoi elementi costitutivi) essa è add’’o/add’’a/add’ ‘e es.: è gghiuto add’ ‘o zio(è andato dallo zio) è gghiuta add’ ‘a nonna, add’ ‘e pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; francamente non si capisce da cosa sia generato quel add’ né si comprenderebbe il motivo dell’agglutinazione della preposizione a con la successiva da→dd’; a mio avviso è piú corretta e qui la propugno: a ddô/ a ddâ/ a ddê per cui sempre ad es. avremo: è gghiuto a ddô zio(è andato dallo zio) è gghiuta a ddâ nonna, a ddê pariente (è andata dalla nonna, dai parenti);; rammento tuttavia di non confondere a ddô con l’omofono addó←addo(ve) = dove, laddove che è un avverbio e cong. subord. che introduce proposizioni avversative, relative, interrogative dirette ed indirette. Proseguiamo. Con la preposizione in in italiano si ànno nel = in+il, nello/a= in+lo/la nelle = in+ le, negli = in+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria dinto (dentro – indal lat. d(e) int(r)o→dinto); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno nel napoletano tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre indefettibilmente aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: dentro la stanza, ma nel napoletano si esige dentro alla stanza e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da dinto a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente dint’ô dint’â, dint’ê che rendono rispettivamente nel/néllo,nélla,negli/nelle. Con la preposizione con in italiano si ànno col = con+il, collo/a= con+lo/la colle = con+ le, cogli = con+ gli, ma a mio avviso son tutte bruttissime, a parte che prestano il fianco alla confusione con taluni sostantivi e non le uso mai preferendo sempre e non da ora la forma disagglutinata ; in napoletano le analoghe preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con la preposizione cu (=con), produce una preposizione articolata di forma rigorosamente scissa o tutt’al piú apostrofata, forma che però sconsiglio: cu ‘o→c’’o, cu ‘a→c’’a, cu ‘e che non ammette apostrofo, quantunque qualcuno si ostini a scrivere un bruttissimo ch’’e . Con la preposizione su in italiano si ànno sul = su+il, sullo/a= su+lo/la sulle = su+ le, sugli = su+ gli; in napoletano per formare analoghe preposizioni, si fa ricorso alla preposizione impropria ‘ncoppa (sopra – su, dal lat. in + cuppa(m)); come ò già détto e qui ripeto: le locuzioni articolate formate con preposizioni improprie ànno tutte una forma scissa, mantenendo separati gli articoli dalle preposizioni e mentre nell’italiano s’usa far seguire alla preposizione impropria il solo articolo, nel napoletano occorre aggiungere alla preposizione impropria non il solo articolo, ma la preposizione articolata formata con la preposizione semplice a ( ad es. nell’italiano si à: sulla tavola o sopra la tavola , ma nel napoletano si esige sulla o sopra alla tavola e ciò per riprodurre correttamente il pensiero di chi mentalmente articola in napoletano e non in italiano) per cui le locuzioni articolate formate da ‘ncoppa a e dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) saranno rispettivamente ‘ncopp’ô ‘ncopp’â, ‘ncopp’ê che rendono rispettivamente sul/sullo,sulla,sugli/sulle. Tutte le altre preposizioni formate dagli articoli ‘o (lo/il), ‘a (la) ‘e (i/gli/le) con le corrispondenti preposizioni semplici napoletane delle italiane per (pe) tra/fra(‘ntra/’nfra) ànno una forma rigorosamente scissa o ma solo per la preposizione pe, (mentre per ‘ntra/’nfra non è consentito) scissa o tutt’ al piú apostrofata: pe ‘o→p’’o (per il/lo), pe ‘a→p’’a (per la), pe ‘e→p’’e (per gli/le), mentre avremo solo ntra/’nfra ‘o - ntra/’nfra ‘a - ntra/’nfra ‘e. Per tutte le altre preposizione articolate formate dall’unione dei soliti articoli con preposizioni improprie (sotto, sopra, dietro, davanti, insieme,vicino, lontano etc.), ci si regolerà alla medesima maniera di quanto ò già detto circa le preposizioni formate da dinto o ‘ncoppa tenendo presente che in napoletano sotto, sopra,dietro, davanti, insieme,vicino, lontano sono rese rispettivamente con sotto, ‘ncoppa,arreto, annanze,’nzieme,vicino/bbicino,luntano e tenendo presente altresí che occorre sempre rammentare che le parole e le frasi da esse formate servono a riprodurre un pensiero; ora sia che si parli, sia che si scriva, un napoletano, nello scrivere in vernacolo, non potrà pensare in toscano e fare poi una sorta di traduzione:commetterebbe un gravissimo errore.Per esemplificare: un napoletano che dovesse scrivere: sono entrato dentro la casa, non potrebbe mai scrivere: so’ trasuto dint’ ‘a casa; ma dovrebbe scrivere: so’ trasuto dint’â (dove la â è la scrittura contratta della preposizione articolata alla) casa; che sarebbe l’esatta riproduzione del suo pensiero napoletano: sono entrato dentro alla casa. Allo stesso modo dovrà comportarsi usando sopra (‘ncopp’ a...) o sotto (sott’a....) in mezzo (‘mmiez’ a...) vicino al/allo (vicino a ‘o→vicino ô) e cosí via, perché un napoletano articola mentalmente sopra al/alla/alle/ a gli... e non sopra il/la/le/gli... e parimenti pensa sotto al... etc. e non sotto il ... etc. D’ altro canto anche per la lingua italiana i piú moderni ed usati vocabolarî (TRECCANI) almeno per dentro non disdegnano le costruzioni: dentro al, dentro alla accanto alle piú classiche dentro il, dentro la. Rammento ora che l’accento circonflesso è posto sulla vocale i→î quale segno diacritico di voci omofone come si evince dall’esempio che segue SI SÎ TU ‘O SI’ PREVETE CA CE À BENEDITTO QUANNO DICETTEMO ‘E SÍ, PECCHÉ MO TE LL’ANNIJE? Letteramente Se sei tu il signor prete che ci à benedetti quando dicemmo di sí (quando sposammo) perché ora lo neghi? Frasetta che non à alcun recondito significato traslato e/o nascosto usata solo per illustrare alcuni vocaboli partenopei tra i quali ben quattro differenti Si che avendo ognuno un ben preciso, differente significato necessitano di quattro diverse scritture che indichino d’acchito e precisamente la diversa funzione grammaticale dei quattro omofoni si. Cominciamo: il primo Si scritto senza alcun segno diacritico (accento o apostrofo) corrisponde all’italiano se nei significati e funzioni che seguono: 1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te; 2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma! 3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto? 4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno 5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è! 6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc. Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano. Procediamo --si’ è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo finale; viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano. Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento del/al proprio idioma, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della parlata napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto zi’ (zio) apocope appunto di zio che è dal lat. thiu(m). --sî corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres.) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî derivata etimologicamente dal lat. si(s) esige un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologico per distinguere la voce verbale a margine, come abbiamo visto, da altri omofoni si presenti nel napoletano e di cui parlerò successivamente; --sí avverbio affermativo derivato dal lat. sic 'cosí', forma abbr. della loc. sic est 'cosí è' 1 si usa nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Hê capito?" "Sí"; "Venarranno pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Sí overamente!", "Ma sí!" | facette segno ‘e sí, annuire ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, credere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' si è ssí, in caso affermativo: si è ssí, te telefono/' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no 2 spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; ‘nu juorno sí e uno no, a giorni alterni ' sí e no, a malapena, quasi ' te muove sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú sí ca no, probabilmente sí 3 con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ch’ è bbella!; chesta sí che è ‘na nuvità! E passo ora ad esemplificare le necessarie crasi con uso del circonflesso in talune voci verbali e segnatamente in quelle del verbo avé(avere) di cui la 2ª pers. sg. dell’ind. presente è aje= ài,ma può esser resa con hê dove la ê è sí la crasi di aje ma necessita dell’aggiunta della consonante diacritica h che permetta di evitare la confusione tra ê= ai/alle/a gli e la voce verbale hê= ài; ancóra la 1ª pers. pl. dell’ind. presente è avimmo= abbiamo, ma può esser resa anche con a(v)immo→aimmo oppure âmmo o îmmo che sono crasi di aimmo. Non mi sovvengono altri esempi per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontento l’amico M.T. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. Satis est. Raffaele Bracale

mercoledì 30 luglio 2014

CIPOLLE FRITTE

CIPOLLE FRITTE ingredienti e dosi per 6 persone 1 kg. di cipolle dorate di Montoro, 1 bicchiere di latte intero, 1 etto di farina, sale fino q.s. abbondante olio per frittura. procedimento Mondare le cipolle, tagliarle nel senso della larghezza in fette alte 5 mm e lavarle rapidamente in acqua fredda; dividere le fette in anelli. Versare il latte in una terrina, salarlo poco e immergervi gli anelli di cipolla. Sgocciolare le cipolle, infarinarle e friggerle in abbondante olio ben caldo per 3 minuti. Sgocciolare le cipolle, asciugarle su carta assorbente da cucina e servirle subito come accompagnamento di formaggi freschi o stagionati oppure di affettati misti. Brak

CAZUNCIELLE D’’O PURCIELLO

CAZUNCIELLE D’’O PURCIELLO dosi per 6 persone: per la pasta: 6 etti di farina 12 uova freschissime due cucchiai d’olio d’oliva e.v.p.s. a f. un pizzico abbondante di sale fino. per il ripieno: 6 -8 rocchi di salsiccia di grana finissima, al finocchietto, 1 bicchiere di vino bianco secco, 4 etti di ricotta di pecora, 1 tazzina di cognac o brandy, 1 cucchiaio di sugna, ½ bicchiere d’olio d’oliva e.v.p.s. a f. ½ etto di pecorino grattugiato, pepe nero q.s. , per il condimento: 500 gr di pomidoro freschi, lavati, sbollentati, pelati e ridotti in grossi pezzi, o pari peso di pomidoro pelati in iscatola, Aglio mondato e tritato q.s., 2 cucchiai di doppio concentrato di pomodoro, ½ bicchiere d’olio d’oliva e.v. ½ etto di pecorino grattugiato, pepe nero q.s., cannella in polvere – mezzo cucchiaino da caffè, abbondante olio per friggere (semi varii, arachidi, mais, girasole) procedimento Si comincia spellando e sbriciolando le salsicce e ponendole a rosolare lentamente(occorrerà un’ora di cottura) in un tegame con olio e sugna, bagnandole dapprima con il vino, da fare evaporare e poi con una ciotola d’acqua bollente; si appronta súbito dopo il condimento versando un bicchiere d’ olio in un tegame e facendovi rosolare un battutino di aglio; aggiungere poi il concentrato ed i pezzi di pomidoro precedentemente scottati e pelati, fare cuocere fino a raggiungere il bollore; tenere in caldo. Approntare allora l’impasto, ponendo sulla spianatoia la farina a fontana, aprendovi dentro undici uova, un pizzico di sale e due cucchiai d’olio; impastare fino ad ottenere una palla di pasta elastica e consistente da far riposare a temperatura ambiente per circa mezz’ora in una terrina cosparsa di farina asciutta e coperta con un canevaccio affinché la pasta non secchi. Passata la mezz’ora dividere l’impasto in varî pezzi da cui ottenere con l’ausilio del matterello e tirandole sulla spianatoia cosparsa di farina asciutta, otto sfoglie dello spessore di circa ½ cm. e della dimensione di 30 x 20 cm.; nel frattempo stemperare in una terrina la ricotta di pecora con il cognac o brandy , aggiungere le salsicce rosolate assieme al fondo di cottura, il pecorino grattugiato ed il pepe ed amalgamare il tutto; a questo punto distendere sulla spianatoia quattro sfoglie ed aiutandosi con un cucchiaio a punta depositare su ogni sfoglia, a distanza regolare, otto mucchietti di ripieno; sbattere l’ultimo uovo e servendosi di un pennellino bagnarne il perimetro dei mucchietti; distendere su ogni sfoglia un’altra sfoglia e pressare con l’indice sul perimetro dei singoli mucchietti per modo che l’uovo ivi distribuito facendo da collante, sigilli il ripieno ed unisca la sfoglia inferiore con la superiore; sempre seguendo il perimetro dei mucchietti ottenere da ogni accoppiata di sfoglie con l’ausilio di un coltello affilatissimo o una rotellina dentata, otto calconzelli in modo di avere alla fine trentadue calzoncelli che vanno súbito fritti in olio bollente e profondo fino a che siano ben dorati; una volta fritti, prelevarli con una schiumarola, sgrondandoli accuratamente e metterli in una pirofila da forno, irrorandoli con tutto il sugo di pomodoro, cospargendoli con il pecorino, un poco di pepe nero e la cannella in polvere.Evitare di rimestare, per non fare aprire i calzoncelli e passare la pirofila in forno preriscaldato a 180° fino a gratinatura dorata. Servire caldissimi in ragione di quattro calzoncelli a porzione. Vini: Corposi vini rossi campani (Solopaca, Aglianico, Piedirosso, Taurasi) serviti a temperatura ambiente. Mangia Napoli, bbona salute! raffaele bracale