domenica 19 febbraio 2017

VARIE 17/217

1.PARLÀ SULO Ad litteram: parlar da solo, senza relazionarsi Détto di chi,accreditato d’essere folle o tendente alla pazzia venga isolato negandogli la possibilità di relazionarsi con gli altri e lo si costringa al vuoto ed inconferente soliloquio, al parlar da solo con se stesso che è proprio – per l’appunto – l’atteggiamento irrazionale di chi sia o faccia le viste d’esser pazzo, demente, folle, dissennato, squilibrato, forsennato, irragionevole, malato di mente, mentecatto. Sulo agg.vo e talora anche avv. (sulo/sulamente) , ma qui aggettivo: isolato, senza compagnia,abbandonato, trascurato, accantonato, reietto, derelitto quanto all’etimo è dal lat. solu(m). 2.PARLA SULO QUANNO PISCIA 'A GALLINA! Ad litteram: Parla solo quando orina la gallina! Perentorio icastico monito rivolto a chi (e segnatamente arroganti, saccenti o supponenenti) si voglia indurre al silenzio e a non metter mai lingua nelle faccende altrui; monito che è rivolto, prendendo (però erroneamente) a modello la gallina che pur non possedendo uno specifico organo deputato all’uopo, non è vero che non orini mai, ma compie le sue funzioni fisiologiche in un'unica soluzione attraverso un organo onnicomprensivo détto cloaca. Analizziamo le singole parole, cominciando da quanno: avverbio = in quale tempo, in quale momento; dal latino quando con tipica assimilazione progressiva nd→nn; gallina: tipico animale da cortile, femmina del gallo, piú piccola del maschio, con piumaggio meno vivacemente colorato, coda piú breve, cresta piccola o mancante, speroni e bargigli assenti; viene allevata per le uova e per le carni (ord. Galliformi); nell’immaginario comune è inteso animale stupido e di nessuna intelligenza e ciò forse perché – avendo testa piccola – si pensa che abbia poco cervello; etimologicamente il nome è dal lat. gallina(m), deriv. di gallus 'gallo'; 3.PARLÀ TOSCO L’antica, desueta espressione napoletana a margine (peraltro assente in tutti i numerosi lessici napoletani antichi e moderni,in mio possesso ma viva e vegeta fino a tutti gli anni cinquanta del 1900 sulla bocca degli abitanti della città bassa partenopea) fu usata in due diverse accezioni: a) per significare un parlare eccessivamente forbito e ricercato che eccedesse una normale comprensibilità, come accadeva quando in un dialogo uno degli interlocutori invece di usare la comprensibile parlata locale, s’azzardasse ad adoperare la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili; di costui si diceva che parlasse tosco dove con l’agg.vo tosco non si voleva intendere, con derivazione dal lat. tuscu(m), toscano , ma ci si riferiva ad altro agg.vo tosco quello che con derivazione dall'albanese toske, indica l’astruso linguaggio di una popolazione albanese di religione musulmana, stanziata a sud del fiume Shkumbi.Chi cioè parlasse non in napoletano, ma in un italiano forbito e rifinito veniva accreditato nell’immaginario popolare comune d’usare, quasi per certo, a fini truffaldini un linguaggio volutamente incomprensibile, simile appunto all’astruso linguaggio dialettale tosco di una popolazione albanese; b) la seconda accezione del parlar tosco era riferita a chi, sempre a fini truffaldini fosse eccessivamente esoso nelle sue richieste di compenso per un lavoro fatto o da farsi; di costui si diceva che parlasse tosco non perché adoperasse la poco comprensibile lingua nazionale infiorando o tentando di infiorare l’eloquio con parole rifinite, limate, ripulite tali da risultare oscure ed incomprensibili, ma perché, pur parlando magari in istretto napoletano,con parole chiare e comprensibili, fosse cosí esoso nelle sue richieste d’apparire disonesto o truffaldino se non addirittura ladro tale da sconsigliare di tener mercato con Lui, quasi che parlasse un incomprensibile, sibillino linguaggio gergale da consorteria e perciò tosco= astruso. Rammento, per completezza, che anche nei linguaggi iberici: spagnolo, portoghese (dai quali talora il napoletano à attinto) esiste il termine tosco ma vale grossolano, approssimativo, poco fine, di esecuzione poco accurata; ordinario, dozzinale ed in tali accezioni non è mai usato nel napoletano per cui il termine partenopeo tosco non è stato marcato nè sullo spagnolo, nè sul portoghese, ma sull’albanese. Quando poi un interlocutore non solo parlasse in italiano piú o meno forbito, ma sconfinasse nella lingua francese veniva accreditato di parlare cu ‘o scio’-sciommo; 4.PARLARE CU ‘O SCIO’-SCIOMMO è infatti un’espressione intraducibile ad litteram che viene ancóra usata per canzonare il risibile modo affettato e falsamente raffinato dell'incolto che pensando erroneamente di esprimersi in corretto toscano, in realtà si esprime in modo ridicolo e falso con un idioma che scimmiotta solamente la lingua di Dante, risultando spesso piú simile ad una lingua francese malamente appresa però, della quale vengono colti essenzialmente molti fonemi intesi come sci (←ch); da tale suono è stato tratto l’onomatopeico sciommo che reiterato nella prima parte (sciò) à dato lo scio’-sciommo inteso sostantivo neutro. 5.PASSA 'A VACCA Ad litteram: passa la vacca In realtà l'espressione che di solito è usata assieme all'altra: fa acqua 'a pippa (vedi alibi) viene usata per indicare un chiaro, inequivocabile stato di indigenza, una incommensurabile inopia quando manchi tutto e non si abbiano mezzi per procurarsi alcunché.Come facilmente intuibile, i bovini non c'entrano nulla con la locuzione che è piú semplicemente corruzione di un latino medioevale: passant vacua/passat vacua espressione usata dai doganieri medioevali per segnalare quel/quei carro/i transitante/i vuoto/i di merci e dunque non soggetto/i al pagamento di balzelli. BRAK

VARIE 17/216

1.PARLÀ CU ‘O CHIUMMO E CU ‘O CUMPASSO Icastica espressione che ad litteram è: parlare con il(filo a) piombo ed il compasso id est: esprimersi ed agire in ogni occasione con estrema attenzione, cautela e prudenza,non disgiunte da accortezza, circospezione, avvedutezza, ponderazione, avvertenza, precauzione e precisione alla stregua del muratore che, se vuole portare a termine a regola d’arte le proprie opere, non può esimersi dal far ricorso al filo a piombo, compasso, livelle ed altri strumenti consimili. L’atteggiamento fotografato dall’espressione a margine è proprio del prudente, spesso pusillanime e di chi sia cauto, accorto, attento, avveduto, giudizioso, previdente, oculato, riflessivo, ponderato, misurato, controllato, vigile, circospetto, guardingo. chiummo s.vo neutro = piombo, ma qui filo a piombo la voce è dal lat. plumbeu(m) con il tipico passaggio del gruppo lat. pl al napoletano chi (cfr. plu(s)→chiú – plovere→chiovere – plaga→chiaja etc.); cumpasso s.vo m.le = compasso, strumento formato da due aste collegate a cerniera, usato per disegnare circonferenze o misurare distanze; la voce è un deverbale del lat. volg. *cumpassare, comp. di cum 'con' e un deriv. di passus 'passo' = mantenere il medesimo passo. 2.PARLÀ CU ‘O REVETTIELLO Ad litteram: parlare con la ribattitura id est: parlare con doppiezza, esprimersi con equivocità, finzione, slealtà. Azione tipica di coloro - in ispecie donne -che malevole e per vigliaccheria non aduse ad esprimere apertamente il proprio pensiero, le proprie opinioni, parlano in maniera ostile, sfavorevole, animosa, astiosa, avversa, esprimendosi mai chiaramente ma per traslati, per sottintesi, per allusioni con la doppiezza richiamante il revetto o revettiello s.vi m.li (il secondo è un diminutivo del primo): doppia cucitura rinforzata posta agli orli di gonne e sottogonne per impedirne il logoramento; l’etimo è dal fr. rivet dal verbo river= ribadire, rafforzare. 3.PARLÀ GIARGIANESE/GGIAGGIANESE L’espressione in esame si avvale di una vecchia parola (fine 19° sec) che quasi sparita nel corso del tempo, ricomparve d’improvviso, negli anni ’40 del 1900, sia pure leggermente modificata quanto alla morfologia , ma non nel significato; la parola in esame è giaggianese (che piú opportunamente in corretto napoletano andrebbe scritta con la geminazione iniziale: ggiaggianese), voce che poi divenne giargianese parola che nel significato estensivo di imbroglione ed in quello primo di straniero dal linguaggio incomprensibile si ritrovò e talvolta si ritrova ancóra nel salentino: giaggianese, nel pugliese: giargianaise e qui e lí in molti altri linguaggi centro-meridionali dove è: gjargianese, gjorgenese. L’originaria voce ggiaggianése fu coniata sul finire del 19° sec., modellata per corruzione sul termine viggianese e fu usata per indicare alternativamente o taluni caratteristici suonatori ambulanti, o déi piccoli commercianti lucani che arrivavano alle latitudini centro-meridionali per acquistare uve e/o mosto semilavorato; di tali piccoli commercianti e/o suonatori solo una piccola parte provenivano effettivamente da Viggiano centro in prov. di Potenza, ma poiché tutti i commercianti che non fossero campani, e soprattutto quelli provenienti dal nord, parlavano un idioma non molto comprensibile si finí per considerarli tutti viggianesi e dunque ggiaggianise plurale. metafonetico di ggiaggianese; fu cosí che con il termine ggiaggianese si indicarono tutti gli stranieri che non parlassero un linguaggio noto o comprensibile; va da sé che poiché, nell’inteso partenopeo, chi non parla in modo chiaro e comprensibile lo fa per voler imbrogliare, ecco che ggiaggianese estensivamente indicò l’imbroglione pericoloso ed in tali accezioni ( suonatore ambulante, commerciante, straniero incomprensibile, imbroglione) la voce fu usata a lungo nel parlato comune; a mano a mano poi quasi per naturale consunzione essa sparí dall’uso e non se ne ritrova memoria neppure nei calepini piú o meno noti od usati ( che ànno il torto d’essere compilati basandosi esclusivamente sugli scritti dei classici che mai presero in considerazione la voce di cui tratto). Come d’incanto la voce riapparve nell’uso del parlato comune intorno agli anni ’40 del 1900, quando in Campania, Puglia, Abruzzo etc. sciamarono le truppe alleate che parlavano un linguaggio incomprensibile, ad un dipresso un linguaggio tale (per non essere intellegibile facilmente) da potersi appaiare a quello tipico dei ggiaggianesi; fu in questo periodo che la voce ggiaggianese subí una sorta di ammodernamento, allorché (come nel 1961, con felice intuizione chiarí il grandissimo prof. Rohlfs ) accostando a ggiaggianese il nome proprio George usatissimo fra gli alleati si ottenne giargianese, nelle medesime accezioni surriportate. 4.PARLÀ MAZZECATO Ad litteram: parlare masticato, profferir parole masticate id est parlare con reticenza; esprimersi con riluttanza, con vaghezza ed ambiguità sottacendo fatti o situazioni anche importanti di cui per timore o per colpevole menefreghismo, sciatteria, indolenza, noncuranza non si voglia far verbo come si comporterebbe chi da scostumato parlasse tenenendo la bocca occupata da un boccone che stesse masticando, per cui sarebbe costretto a non esprimersi con chiarezza e lo facesse quasi triturando le parole che risulterebbe non intellegibili, quasi sbocconcellate. mazzecato = masticato, mordicchiato, triturato con i denti; etimologicamente è il p.p. aggettivato dell’infinito mazzicare/mazzecare/mazzecà = mordere, masticare dal lat. tardo masticare→mazzicare, che è dal gr. mastichân, deriv. di mástax -akos 'bocca'. 5.PARLÀ SPARO Letteralmente: parlar dispari, caffo che sta per parlare offensivamente oltraggiosamente ed addirittura minacciosamente; semanticamente la cosa si spiega con il fatto che nel giuoco del paro e sparo (pari e dispari/caffo)sorta di morra in cui si deve indovinare se il numero totale delle dita che i giocatori apriranno sarà pari o dispari, il giocatore che partecipasse al gioco con il massimo dei numeri dispari da lui giocabili cioè il cinque,apriva completamente distendendolo il palmo della mano (in arabo kaff donde l’italiano caffo=dispari ) per mostrare appunto le cinque dita assumendo cioè una posizione quasi aggressiva come se volesse minacciare l’avversario di percuoterlo a mano aperta;per cui chi parlasse offensivamente, minacciosamente oltraggiosamente si disse che parlasse sparo come colui che distendendo interamente la mano giocasse un numero ( il cinque) dispari/caffo = sparo. sparo agg.vo ed avverbio = dispari, in modo diverso, disuguale e per ampliamento semantico offensivo, oltraggioso, minaccioso etc. per l’etimo si deve risalire al lat. dis+pare(m)→(di)spare(m)→sparo, comp. di dis→s e par paris 'pari' cioè non pari . BRAK

VARIE 17/215

1.PARLÀ A SPACCASTRÓMMOLE Ad litteram: parlare a spaccatrottole id est: esprimersi in maniera concitata, a ruota libera senza nesso o senso, quasi alla maniera dei matti, con la medesima sconclusionata foga d’eloquio di quei scugnizzi (monelli) che nel giuoco dello strummolo (trottolina lignea) quando avessero l’opportunità di sbreccare o addirittuta di spaccare la trottolina dell’avversario perdente si esaltavano al punto da profferire emozionate parole convulse e prive di senso buttate fuori a casaccio. a spaccastrommole locuzione avverbiale modale formata dalla unione della preposizione semplice a ( dal lat. ab/ad secondo che indichi provenienza oppure destinazione o , come qui, modo) con l’agglutinazione della voce verbale spacca (3° p. sg. ind. pres. dell’infinito spaccare/spaccà (dal longob. *spahhan 'fendere') con strommole pl. f,le metafonetico del sg. m.le strummolo. 2.PARLÀ A VVIENETENNE Letteralmente: parlare a vienitene. Id est: parlare in maniera astrusa, quasi priva di nesso e perciò incomprensibile invitando se non costringendo ad un dipresso l’interlocutore a seguire chi parla, per tentare di capirne l’eloquio, per vie ignote e/o impraticabili. Come a dire: se vuoi capire ciò che dico, mi devi star dietro, pedinare, tallonare. 3.PARLÀ ASSESTATO Ad litteram: parlare con cura e precisione,esponendo in maniera chiara responsabile, affidabile, scrupolosa, coscienziosa. Détto di chi, si esprima in modo serio e costruttivo, dimostrando accuratezza, cura, attenzione, meticolosità, diligenza, scrupolosità, ordine, rigore,nonché il raziocinio d’ una mente concretamente in sesto. 4.PARLÀ CHIATTO E TTUNNO Corrisponde all’italiano Parlar chiaro e tondo È l’esatto contrario della precedente I - Parlà mazzecato. Ad litteram questa a margine è: parlare grasso e tondo,ma si può rendere con l’italiano parlar chiaro e tondo, quantunque l’espressione napoletana nella sua icasticità sia piú rappresentativa del concetto di profferir parole copiose (chiatto=grasso, abbondante ) e rotonde (tunno= tondo, rotondo, anche sferico, privo di spigolosità) id est parlare senza reticenze; esprimersi senza incertezze, con chiarezza e dovizia di particolari, senza nulla sottacere, usando un eloquio aperto, ampio e rotondo che in napoletano è détto grasso come che ponderoso e privo di spigolosità che se esistessero impedirebbero la necessarie trasparenza e/o chiarezza che son proprie di un parlare chiaro e tondo che cioè non voglia nasconder nulla. Chiatto e ttunno = copioso, abbondante e rotondo locuzione avverbiale formato dall’unione di due aggettivi: chiatto/a agg.vo m.le o f.le= pingue, grasso/a e dunque copioso/a, abbondante Voce che è dal greco plat(s) con raddoppiamento espressivo della dentale e consueto passaggio (che è anche in lemmi dal latino) del gruppo pl a chi (cfr. ad es. plu(s)→chiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc.) e tunno/a agg.vo m.le o f.le= tondo/a, rotondo/a, sferico/a e dunque senza spigoli o asperità Voce che è dal lat. (ro)tundu(m)→tunno con tipica assimilazione progressiva nd→nn. 5.PARLÀ COMME A ‘NU LIBBRO STRACCIATO. Ad litteram: parlare come un libro strappato id est: esprimersi in maniera incomprensibile, frammentaria, approssimativa e perciò inutile, come inutile sarebbe il consultare un libro che strappato e ridotto in pezzi non sarebbe nè consultabile, né comprensibile. BRAK

VARIE 17/214

1.PARE PASCALE PASSAGUAJE. Letteralmente: sembra Pasquale passaguai. Cosí sarcasticamente viene appellato chi si va reiteratamente lamentando di innumerevoli guai che gli occorrono, di sciagure che - a suo dire, ma non si sa quanto veridicamente - si abbattono su di lui rendendogli la vita un calvario di cui lamentarsi, compiangendosi, con tutti. Il Pasquale richiamato nella locuzione fu un tal Pasquale Barilotto lamentoso personaggio di farse pulcinellesche del teatro di A. Petito. 2.PARLÀ ‘NFIJURA Ad litteram: parlare in figura, profferir parole figurate id est parlare non chiaramente, ma con tropi,allusioni, metafore esprimersi con circospezione e con vaghezza e ciò soprattutto in presenza di minori affrontando argomenti delicati. L’espressione a lato è una sorta d’invito rivolto ad adulti che si trovassero a parlare in presenza di minori di argomenti non consoni all’età di costoro; la medesima esortazione la si ritrova nell’espressione Mantenímmoce pulite, ca ce stanno 'e ccarte janche! Letteralmente: manteniamoci netti perché son presenti le carte bianche! Id est: Non affrontiamo argomenti scabrosi; teniamo a mente che ci son presenti dei bambini che ci ascoltano ed in loro presenza è sconveniente toccare argomenti che potrebbero provocare domande a cui sarebbe difficile rispondere. 3.PARLÀ A CCOCORICÒ Espressione del parlato e solo del parlato a cui però è quasi impossibile dare una traduzione letterale atteso che la voce cocoricò nell’inteso comune si presta ad una doppia interpretazione; a) pappagalo, b) matto, folle; Intendendo cocoricò come pappagallo (dandole cioè un etimo onomatopeico che si riallaccia al verso del pennuto uccello esotico addomesticabile, con caratteristico becco adunco e colori smaglianti) l’espressione varrebbe parlar pappagallescamente imitando l’altrui eloquio; intendendo invece, come io penso e ritengo, ntendendo cocoricò una voce derivata dal turco curuk→cucuruco→cocoricò (agg.vo che vale in primis marcio e per traslato folle, matto) ecco che l’espressione parlà a cocoricò acquista la medesima valenza della precedente parlà a spaccastrommole cioè in maniera concitata, a ruota libera senza nesso o senso, quasi alla maniera dei matti,valenza che semanticamente s’attaglia benissimo al curuk→cucuruco→cocoricò = folle, matto. 4.PARLÀ A SCAMPULE ‘E MELE COTTE Ad litteram: parlare alla maniera (dei venditori) di scampoli di mele cotte id est parlare per tropi ed immagini spesso menzognere e/o fasulle in maniera suadente, ma falsa ed ingannevole nell’intento di convincere l’ascoltatore/cliente ad acquistare scampoli residuali di mele cotte probabilmente invendute per cattiva qualità delle medesime.Analogamente ai venditori di scampoli di mele cotte chiunque usasse, soprattutto a fine illusorio,e/o ingannevole, un eloquio suadente, ma menzognero potrebbe essere accreditato di parlà a scampule ‘e mele cotte. 5.PARLÀ A SCHIOVERE Ad litteram: parlare a vanvera, quasi a pioggia battente. Détto di chi, non avendo nulla di serio e costruttivo da comunicare, dà libero sfogo alla propria lingua ed a mo' di pioggia inonda il prossimo di vuote parole senza significato e/o costrutto , a ruota libera ed inopportunamente. Preciso qui che il termine schiovere significa per solito: smettere di piovere, ma - in napoletano - spesso la prostesi di una S ad un termine à funzione intensiva e rafforzativa, non sottrattiva ed è il caso dello schiovere della locuzione qui annotata dove con l’anteporre la S alla parola chiovere (piovere) non si è inteso indicare la cessazione del fenomeno atmosferico, ma al contrario si è inteso aumentarne la portata! Il verbo chiovere è dal lat. tardo plovere, per il class. pluere con il tipico passaggio del gruppo lat. pl al napoletano chi (cfr. plu(s)→chiú – plumbeu(m)→chiummo – plaga→chiaja etc...). BRAK

VARIE 17/213

1.PARÉ 'NU SÓRECE 'NFUSO 'A LL' UOGLIO Letteralmente: Sembrare un topo bagnato (id est: unto) dall’olio. Cosí, con icastica rappresentazione ci si riferisce a chi abbia il capo abbondantemente impomatato, lustro ed eccessivamente profumato, tanto da poter essere appaiato ad un sorcio che introdottosi in un contenitore d’olio, ne emerga completamente unto e luccicante; rammento che altrove l’uomo che appaia cosí tanto pettinato, lustro ed impomatato vien bollato con l’aggettivo alliffato (unto, impomatato, imbellettato) che è etimologicamente dal greco aléiphar = unguento, pomata e per estensione belletto; sórece s.vo m.le = topino domestico, sorcio, dal lat. sorice(m); 'nfuso = bagnato, intriso, inzuppato e qui unto voce verb. part. pass. aggettivato dell’infinito ‘nfonnere =bagnare, aspergere,intridere etc. voce dal lat. in→’n+fúndere con la consueta assimilazione nd→nn; uoglio s.vo neutro = olio; voce dal lat. oleu(m) dal greco élaion; dal lat. class. oleu(m) derivò il lat. volg. ŏlju(m) donde uoglio con tipica dittongazione della ŏ→uo e passaggio del gruppo lj a gli come per familia→familja→famiglia – filia→filja→figlia; rammento in coda all’esame dell’espressione che talora i napoletani meno esperti la usano anche in riferimento a chi, vittima d’un improvviso acquazzone, a cui non sia sfuggito, risulti del tutto inzuppato ed intriso d’acqua; per la verità si tratta di un riferimento improprio: i napoletani d’antan ed amanti della propria cultura sanno che in caso di acquazzone il paragone da farsi e che meglio regge non è con un topo, ma con un polpo: cfr. farse/paré comme a ‘nu purpetiello id est: Bagnarsi fino alle ossa come un piccolo polpo tirato su grondante d'acqua. 2.PARÉ 'O DIAVULO E LL'ACQUASANTA Ad litteram: Sembrare il diavolo e l’acqua lustrale. Détto in riferimento a due individui l’uno (quello adombrato quale acquasanta) d’indole onesta, giusta, virtuosa, dabbene e proba, l’altro (inteso diavolo) d’indole cattiva se non pessima, malvagia, perfida, maligna,empia, crudele, sadica, turpe, spietata etc., di caratteri cioè cosí tanto contrastanti da essere addirittura antitetici ed incompatibili tali da risultare in perenne contrasto attesa la incociliabilità dei rispettivi intendimenti operativi ed i conseguenziali modi di agire. diavulo s.vo m.le = diavolo, demonio, spirito del male, nemico di Dio e degli uomini, personificato in Satana, principe delle tenebre, identificato anche con Lucifero, capo degli angeli ribelli, variamente rappresentato in figura umana con corna, coda e talvolta ali. è voce che viene da un tardo latino diabōlu(m)→diavulo, dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare' acquasanta s. f. acqua benedetta per uso liturgico, acqua lustrale, purificatoria; la voce è formata agglutinando il s.vo acqua (dal lat. aqua(m)) con l’agg.vo santa (dal lat. sancta(m), propr. part. pass.f.le di sancire 'sancire'). 3.PARÉ 'O MARCHESE D''O MANDRACCHIO. Letteralmente: sembrare il marchese del Mandracchio. Id est: Tentare di darsi le arie di persona dabbene ed essere in realtà di tutt'altra pasta. La locuzione, che viene usata per bollare un personaggio volgare ed ignorante che si dia delle arie, millantando un migliore ascendente sociale di nascita, si incentra sul termine Mandracchio che non è il nome di una tenuta, ma indica solo la zona a ridosso del porto(dallo spagnolo mandrache: darsena)frequentata da marinai, facchini e scaricatori che non usavano di certo buone maniere ed il cui linguaggio non era certo forbito o corretto. 4.PARÉ 'O PASTORE D''A MERAVIGLIA. Letteralmente: sembrare un pastore della meraviglia Id est: avere l'aria imbambolata, incerta, statica ed irresoluta quale quella di certuni pastori del presepe napoletano settecentesco raffiguratiin pose stupite ed incantate per il prodigio cui stavano assistendo; tali figurine in terracotta il popolo napoletano suole chiamarle appunto pasture d''a meraviglia, traducendo quasi alla lettera l'evangelista LuCA che scrisse: pastores mirati sunt. 5.PARÉ 'O VOCCAPIERTO ‘E SAN GIUVANNE Letteralmente: sembrare il bocca-spalancata di San Giovanni. Id est: avere l'aria attonita stupita, allibita, meravigliata,tal quale i mascheroni apotropaici (con occhi spiritati e bocca spalancata) che ornavano una villa fatta edeficare nel 1535 da Bernardino Martirano, segretario del regno ( Cosenza 1490,† Portici (NA) 1548) in contrada Leucopreta adiacente il quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio; l’espressione viene altresí, sebbene impropriamente, riferita a tutti coloro che siano pettegoli e linguacciuti al segno di tener sempre la bocca aperta per riferire fatti ed avvenimenti che, per altro, non li riguardano e non sarebbero perciò tenuti a propalare. Qualcuno erroneamente (come si evince da ciò che ò già detto) pensa che la locuzione si riferisca agli abitanti di san Giovanni a Teduccio, zona periferica di Napoli, abitanti ritenuti ( però gratuitamente ), linguacciuti e pettegoli. BRAK

sabato 18 febbraio 2017

VARIE 17/212

1.PARÉ N’ANEMA PEZZENTELLA Ad litteram: Sembrare un’ anima poverella, un’ anima in pena; détto, per icastico traslato, di chi smunto, macilento, sciupato, patito, appaia sofferente e bisognoso di un aiuto materiale o morale; in realtà, come chiarisco qui di sèguito con il termine di anima pezzentella di per sé non ci si intenderebbe – se non per traslato - a persona viva e vegeta, ma ci si riferisce a quelle anime di defunti ipotizzati nel purgatorio. Pezzentella agg.vo f.le del m.le pezzentiello piccolo/a mendicante; sia pezzentiello che pezzentella (che non va confuso con analogo, omofono ed omografo s.vo f.le che indica tutt’altro) sono agg.vi diminutivi (cfr. i suffissi iello ed ella derivati dal s.vo pezzente : mendicante, straccione; persona che vive in condizioni di estrema miseria: andare vestito come un pezzente; sembrare un pezzente | persona meschina, eccessivamente attaccata al denaro: fare il pezzente. Si tratta di unavoce di orig. merid., pervenura anche nell’italiano, ed etimologicamente è propriamente il part. pres. del napol. pezzire 'chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. pètere 'chiedere'; in effetti con la voce a margine in napoletano non si indica propriamente la piccola mendicante che chieda obolo di monete, ma si indica in unione al s.vo anema ( che è dal lat. anima(m)): anema pezzentella quell’anima che si trova in purgatorio che secondo la dottrina cattolica tradizionale è lo stato temporaneo di espiazione cui sono assogettate le anime di coloro che, pur morendo in stato di grazia, debbono espiare i peccati veniali e le pene conseguenti ai peccati mortali, di per sé già perdonati; si indica cioè quell’anima che trovandosi in uno dei regni dell'oltretomba cristiano, dove si espiano le colpe commesse sulla terra prima di poter passare in paradiso, e desiderando abbreviare – per quanto possibile – il loro transitorio, ma doloroso stato, chiedono, pietiscono dai vivi delle preci suffragatorie; ll’ anema pezzentella: l’anima poverella è comunque un’anima che soffre, che patisce e chiede refrigerio e ad essa è apparentato chi smunto, macilento, sciupato, patito,o sofferente per una qualsiasi ragione, appaia patire ed essere bisognoso di un aiuto materiale o morale che lenisca le sue pene. Ripeto ad abundantiam, in chiusura di questa espressione che la voce pezzentella è un denominale di pezzente (povero) ed è voce merid., propriamente part. pres. del napoletano pezzire/pezzí =chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. peteªre 'chiedere'; in coda a questo pezzire/pezzí rammento altresí che in napoletano se ne usa anche il participio passato pezzuto/a in unione quasi esclusiva con il sostantivo messa (‘a messa pezzuta che è quella messa fatta celebrare in suffragio delle anime dei defunti, elemosinando l’offerta necessaria alla sua celebrazione. 2.PARÉ N’AUCIELLO ‘E MALAURIO Ad litteram: sembrare un uccello del malaugurio Détto di chi pessimista di natura profetizzianche velatamente o sommessamente per sé e/o per gli altri,guai e disgrazie continuate; costui a cui spesso il malaugurio si legge in volto viene assomigliato a quegli uccelli notturni quali gufi e civette, barbagianni e consimili ritenuti apportatori di disgrazie; rammento che già anticamente quando i presagi venivano tratti dagli àuguri dal volo degli uccelli, un inatteso passaggio di volatili notturni era ritenuto di cattivo auspicio. auciello s.vo m.le = uccello, volatile voce dal lat. tardo aucĕllu(m)→auciello, accanto ad aucella(m), da *avicellus (*avicella), dim. del class. avis 'uccello' malaurio s.vo m.le = cattivo presagio, spiacevole auspicio; voce formata dalla agglutinazione dimalo(cattivo,spiacevole,triste dal lat. malu(m)) + aurio (augurio, auspicio, presagio, pronostico, vaticinio dal lat. au(gu)riu(m)→aurio 'presagio'. 3.PARÉ 'NA LUNA 'NQUINTADECIMA. Ad litteram: sembrare una luna nel quindicesimo giorno. Cosí in tono scherzoso,simpatico ma non offensivo ci si suole rivolgere alle donne incinte di parecchi mesi che inalberino un pancione grosso e sferico paragonato, nella divertente locuzione alla luna che solo nel quindecesimo giorno dal novilunio è completamente piena; per traslato il paragone è usato a mo' di sfottò anche nei confronti di uomini vistosamente grassi e panciuti. A margine rammento che al proposito della forma del pancione delle donne incinte prossime a condurre al termine la gestazione, un tempo vi fu un simpatico modo di dire che sostanziava un curioso, ma quasi sempre veridico metodo di conoscenza del sesso del nascituro, senza la necessità di ricorrere ad esami medici ed ecografie: panza tonna (cioè sferica) appronta ‘a scionna,panza a pponta,spunto e bbasso appronta (pancia sferica, prepara la fionda (gioco/arnese destinato ad un maschio) pancia a punta prepara fuso e gonna (destinate alle donne). ‘nquintadecima (jurnata) = nel quindicesimo giorno; tonna agg.vo f.le metafonetico del m.le tunno lett. rotonda; che presenta una forma piena, rotondeggiante; ma qui piú esattamente, sferica; tunno/tonna derivano dal lat. lat. (ro)tundu(m)/*(ro)tunda, (deriv. di rota 'ruota') con normale assimilazione progressiva nd→nn: (ro)tundu(m)/*(ro)tunda→tunno/tonna. scionna s.vo f.le = fionda, 1 arma da getto costituita da due strisce di corda o di cuoio collegate da una tasca entro cui si colloca il proiettile; si usa facendola roteare al di sopra della testa e lasciando poi una delle due strisce 2 arnese/giocattolo per lanciare sassi, formato da una forcella con un elastico assicurato alle due estremità.voce dal lat. flunda(m) con tipico passaggio del digramma lat. fl + vocale al napoletano sci (cfr. flumen→sciummo – flore-m→sciore – flamma(m)→sciamma – flaccare→sciaccà etc.;) ed assimilazione progressiva nd→nn. spunto = fuso, spuntone s.vo m.le da non confondere con l’omografo ed omofono spunto agg.vo m.le di tutt’altro etimo (da ponta con protesi di una esse intensiva) e significato (acre, pungente,inacidito); invece questo s.vo a margine derivato dal lat. expunctu(m), part. pass. di expungere, vale fuso, arnese di legno, panciuto al centro ed assottigliato alle estremità,ma privo di vere punte, arnese che nella filatura a mano serve per torcere il filo e per avvolgerlo sulla spola; spuntone; bbasso/basso s.vo m.le lunga ed ampia gonna; in napoletano il termine basso,(termine peraltro ampiamente desueto e che si può solo trovare in poeti e scrittori dal ‘600 al tardissimo ‘800 e fino ai principi del ‘900 cfr. Ernesto Murolo (Napoli, 4 aprile 1876 – † Napoli, 30 ottobre 1939)) fu usato per indicare un tipico indumento femminile: un’ampia e lunga gonna, quella che partendo dalla vita non si limitava a coprir le ginocchia (cfr. l’etimo di gonna che piú che dal lat. tardo gunna(m) 'veste di pelliccia', di orig. gallica, pare sia da collegare al basso greco gouna= ginocchia (=veste che scende e copre le ginocchia ed a tal proposito mi pare di poter dire che non à senso chiamare gonna sia pure mini taluni risicatissimi pezzi di stoffa che coprono non le ginocchia, ma neppure le cosce!) dicevo non si limita a coprir le ginocchia, ma prosegue fino alle caviglie; tale lunga ed ampia gonna fu détta basso perché pare si indossasse non sollevandola, passandola sulla testa e facendola scivolare fino alla vita, ma inforcandola dal basso id est: dal di sotto ed ugualmente veniva tolta sfilandola dal basso : dal di sotto. Questa è l’opinione mia che mi son dovuto formar senza aiuti ( ma che à ricevuto l’approvazione dell’amico prof. C.Iandolo) atteso che non ò trovato indicazioni precise circa la voce basso=gonna in nessuno dei numerosi calepini (anche etimologici) del napoletano, in mio possesso e che ò potuto consultare. appronta voce verbale qui imperativo 2ª pers. sg. altrove anche 3ª pers. sg. ind. pres. dell’infinito apprunt-are/à = preparare, tener pronto allestire, verbo che è un denominale del lat. ad+promptu(m) part. pass. di promere 'trarre fuori' con assimilazione regressiva dp→pp. 4.PARÉ 'NU PÍRETO ‘NCANTARATO (o con riferimento ad una donna: paré 'na péreta ‘ncantarata). Letteralmente: Sembrare un peto esploso in un pitale, cioè sembrare un rumoroso peto che esploso in un pitale (che gli fa da cassa di risonanza) risulta fragorosissimo. Anche in questo caso con l’espressione a margine ci si intende riferire ad una donna (con la versione al femminile) o – piú spesso – con la primaria versione al maschile - ad un uomo saccente, supponente, vanesio, arrogante, presuntuoso, altezzoso, superbo, tracotante, protervo e sentenzioso che si dia, ma ovviamente a sproposito, le arie di valente superuomo, parli a casaccio ed a vanvera, dia consigli non richiesti,propugni per sé l’infallibilità papale ed essendo in realtà privo di ogni concreto supporto e fondamento alle sue pretese ed inesistenti virtú, mancante com’è di scienza o conoscenza può solo esser paragonato ad un peto che, sebbene risuonante e ridondante, rimane pur sempre la stomachevole, fetida cosa che è. Per píreto vedi antea sub 33; péreta ne è il metafonetico femminile usato non solo come sinonimo maggiorato del maschile (ricordo che nel napoletano un oggetto o cosa che sia, è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie dunque una péreta è intesa piú vasta o rumorosa del maschile píreto); péreta è usato dicevo non solo come sinonimo accresciuto di píreto, ma per traslato è usato anche per riferirsi offensivamente ad una donna… di scarto, quale è ritenuta una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi sia una demi vierge o che voglia apparir tale… una donna cioè dalle pessime qualità fisiche e/o morali che goda a strombazzare le sue pessimi qualità, comportandosi alla medesima stregua di un peto, manifestando cioè rumorosamente la sua presenza, donna che ben si può meritare con icastico, seppur crudo linguaggio, l’appellativo di péreta. Per completezza dirò poi che tale donna becera e volgare, altrove, ma con medesima valenza è anche détta alternativamente lòcena, lumèra o anche lume a ggiorno; chiarisco: lòcena = di scarto;la voce è nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiata come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a lòcena che nel napoletano indica in primis un taglio di carne che pur essendo gustosissimo,forse il piú gustoso, è un taglio che ricavato dal quarto anteriore della bestia, (il taglio meno pregiato e meno costoso) è da ritenersi di mediocre qualità, quasi di scarto); lumèra o anche lume a ggiorno atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresì maleolenti tali quale una péreta. Ciò che vengo dicendo è tanto vero che addirittura questo tipo di donna è stato codificato nella Smorfia napoletana che al num. 43 recita: donna Péreta for’ ô balcone per indicare appunto una donna… di scarto che faccia di tutto per mettersi in mostra; ed addirittura nella smorfia il termine péreta da nome comune è divenuto quasi nome proprio. ‘ncantarato/a agg.vo m.le o f.le letteralmente: contenuto in un càntaro (pitale); agg.vo formato, come se fosse una voce verbale, quale part. pass. masch./f.le sing. aggettivato di un inesistente ’infinito *incantarà = contenere in càntaro;in pratica si ipotizza l’esistenza d’un verbo denominale di càntaro con prostesi di un in→’n illativo; a sua volta càntaro o càntero è un s.vo m.le che indica un antico, desueto alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere,vaso atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntero o càntaro è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio= circa un quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo ( e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani (e tra costoro spiace trovare persino supponenti ed applauditi autori sedicenti esperti d’usi e costumi oltre che dell’idioma napoletani…) sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo…etc.(e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)! 5.PARÉ 'NU PÍRETO ANNASPRATO (o, ma raramente, con riferimento ad una donna: paré 'na péreta annasprata). Letteralmente: sembrare un peto inzuccherato. Lo si dice salacemente quasi esclusivamente(è rarissima l’espressione coniugata al femminile) di tutti quegli uomini che arroganti, boriosi, superbi, presuntuosi e supponenti si diano troppe arie, atteggiandosi a superuomini, pur non essendo in possesso di nessuna dote fisica o morale atta all'uopo. Simili individui vengono ipso facto paragonati ad un peto che, ma non si sa come, risulti inzuccherato,o piú esattamente glassato di naspro, ma che - per quanto coperto di ghiaccia dolce - resta sempre un maleodorante, vacuo flatus ventris. píreto s.vo m.le = peto, emissione rumorosa di gas dagli intestini. (dal lat. pēditu(m), deriv. di pedere 'fare peti' con alternanza osco mediterranea di d→r onde pēditu(m)→piritu(m)→píreto); annasprato/a agg.vo m.le o f.le =coperto di naspro voce verbale part. pass. masch. sg. aggettivato dell’infinito *annasprà=coprire di naspro; la voce naspro ed il conseguente denominale *annasprà (a quel che ò potuto indagare) sono espressioni in origine del linguaggio regionale della Lucania, poi trasferitosi in altre regioni meridionali (Campania, Calabria, Puglia) ed è difficile trovarne un esatto corrispettivo nella lingua nazionale; si può tentare di tradurre naspro con il termine glassa, ghiaccia atteso che nel linguaggio dei dolcieri meridionali la voce naspro indicò ed ancóra indica una spessa glassa zuccherina variamente aromatizzata e talora colorata, usata per ricoprire e migliorare dei biscotti in origine dall’impasto abbastanza semplice o povero; in sèguito si usò il naspro colorato per ricoprire delle torte dolci e quelle nuziali con un naspro rigorosamente bianco; a Napoli non vi fu festa nuziale che non si concludesse con un sacramentale gattò mariaggio coperto di spessa ghiaccia zuccherina bianca: la voce gattò mariaggio nel significato di torta del matrimonio fu dal francese gâteau (de) mariage. Per ciò che riguarda l’etimo della voce naspro, non trattandosi di voce originaria partenopea, né della lingua nazionale (dove risulta sconosciuta), ma – come ò detto – del linguaggio lucano mi limito a riferire l’ipotesi della coppia Cortelazzo/Marcato che pensarono ad un greco àspros=bianco, ipotesi che quando ne venni a conoscenza poco mi convinse ed ancóra poco mi convince in quanto morfologicamente non chiarisce l’origine della n d’avvio che certamente non à origini eufoniche; penso di poter a proporre una mia ipotesi tuttavia non supportata da nessun riscontro; l’ipotesi che formulo (peraltro accolta con un sí convinto dall’amico glottologo prof. Carlo Iandolo) è che trattandosi di una preparazione molto dolce per naspro si potrebbe pensare ad un latino (no)n+ asperum→nasperum→naspro, piuttosto che ad un (n?)àspros. BRAK

VARIE 17/211

1.PARÉ LILLO E LLÉLLA Ô PERE ‘E SANT’ ANNA. Ad litteram: Sembrare Lilloe Lélla al piede di sant’Anna.id est: prostrati ai piedi di Sant’Anna. Cosí con l’espressione in epigrafe ci si riferisce con bonario divertimento a tutte le attempate coppie di coniugi in ispecie quelli che si recano insieme a partecipare a quotidiane funzioni religiose o anche quelle coppie di anziani che non ricevono mai visite di parenti od amici e si devono contentare della reciproca compagnia; la locuzione rammenta una coppia di attempati coniugi realmente esistiti e dimoranti in quella strada napoletana détta ‘a ‘nfrascata, coniugi che non si volevano rassegnare alla mancanza di figli e solevano recarsi in una cappella privata della zona a prostarsi davanti all’effige di sant’Anna per impetrare la grazia di un erede,che ovviamente (data la tarda età) non ebbero e restarono indefettibilmente soli. L’espressione in esame nacque in origine come Lillo, Lélla e ‘o pere ‘e sant’ Anna con riferimento ad un’abitudine invalsa nel popolino di recarsi a venerare una presunta reliquia di Sant’ANNA (un piede!) conservato nella cappella della propria abitazione napoletana dal conte Giovan Battista di Tocco di Montemiletto (abitazione ubicata appunto alla confLLUenza piú alta della suddetta strada detta ‘a ‘nfrascata) discendente del capostipite Guglielmo di Tocco che s’ebbe il titolo di conte di Montemiletto (Av) al tempo degli Angioini sotto Carlo III Durazzo. L’incredibile reliquia (oggetto della venerazione di creduli fedeli) era esposta dal conte in occasione della ricorrenza di sant’Anna (26 luglio) sull’altarino della propria cappella, conservata in una preziosa teca di cristallo tempestata di gemme preziose, ma a mio avviso – probabilmente si trattava – come è lecito supporre! - solo di un reperto artistico ligneo e/o di cartapesta che in quell’ epoca (fine ‘500 principio ‘600) di smaccata credulità popolare era stata accreditata come autentica reliquia; questo piede di sant’Anna faceva il paio con altra presunta reliquia (il bastone di san Giuseppe) protagonista d’un’altra espressione che suona 2.SFRUCULIÀ 'A MAZZARELLA 'E SAN GIUSEPPE Ad litteram: sbreccare il bastoncino di san Giuseppe id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno molestandolo con continuità asfissiante. La locuzione si riferisce ad un'espressione che la leggenda vuole affiorasse, a mo' di avvertimento, sulle labbra di un servitore veneto posto a guardia di un bastone ligneo ceduto da alcuni lestofanti al credulone tenore Nicola Grimaldi, come appartenuto al santo padre putativo di Gesú. Il settecentesco tenore espose nel suo palazzo il bastone e vi pose a guardia un suo servitore con il compito di rammentare ai visitatori di non sottrarre, a mo' di sacre reliquie, minuti pezzetti (frecole) della verga, insomma di non sfregolarla o sfruculià. Normalmente, a mo' di ammonimento, la locuzione è usata come imperativo preceduta da un corposo NON. Torniamo alla locuzione di partenza per la quale si può ipotizzare che correttamente l’originario Lillo, Lélla e ‘o pere ‘e sant’ Anna (Lillo, Lélla e il piede di sant’ Anna) sia stato poi trasformato in Lillo, Lélla ô pere ‘e sant’ Anna. (Lillo, Lélla al piede di sant’ Anna id est: Lillo, Lélla(prostrati) ai piedi di sant’Anna) quando ci si rese conto che il piede oggetto di venerazione non era una reliquia del corpo di sant’Anna, ma solo un pregevole (?) manufatto e con l’espressione si voleva indicare non la venerazione d’un piede della santa, ma si indicava l’abitudine di prostrarsi ai piedi della santa per chiedere grazie e/o protezione, per cui non l’articolo ‘o (il) ma la preposizione articolata ô (= al);ô è infatti la crasi di (a+ ‘o)= al). 3.PARÉ LL’ÀSENO ‘MMIEZ’ Ê SUONE (in origine PARÉ ‘O CIUCCIO ‘MMIEZ’ Ê SUONE) Ad litteram: Sembrare un asino tra i suoni, cioè un asino frastrornato; détto ironicamente, soprattutto di ragazzo o persona anziana che in una situazione chiassosa (che magari, in caso di ragazzi, sia concorso a determinare)si senta intontito, istupidito, stranito, disorientato quando non incerto, indeciso, irresoluto alla medesima stregua d’un asino (bestia notoriamente e per solito paziente e paciosa) che nel vocío e nel tramestío di un mercato perde quasi la bussola comportandosi conseguentemente in maniera disorientata, strana, inconsueta,atipica. In ordine al problema linguistico rammento che la locuzione nata, come tutte le altre esaminate, tra il popolo e sulla sua bocca ebbe in origine una formulazione che – come ò segnalato nell’epigrafe dell’espressione – prevedeva l’uso del termine napoletano e popolaresco: ciuccio in Luogo della voce letteraria aseno = asino voce quasi certamente pedestremente adottata da un qualche sedicente uomo di lettere che pretese ignobilmente e scioccamente di italianizzare l’ espressione che invece sulla bocca del popolo suonava incisiva e robusta chiamando in causa il popolano ciuccio e non l’adattato aseno scimmiottatura di asino. Talora i letterati fanno, poveri loro delle sesquipedali, imperdonabili sciocchezze! àseno s.vo m.le sciocco ed inutile adattamento dell’italiano asino ciuccio s.vo m.le asino, ciuco, quadrupede domestico da tiro, da sella e da soma, con testa grande, orecchie lunghe e diritte, mantello grigio ed un fiocco di peli all'estremità della coda, ritenuto paziente e cocciuto nonché (ma non se ne intende il perché) ignorante; varie sono le proposte circa l’origine della parola : chi dal lat. cicur= mansuefatto domestico; chi dal lat. *cillus da collegare al greco kíllos= asino; chi dallo spagnolo chico= piccolo atteso che l’asino morfologicamente è piú piccolo del cavallo; son però tutte ipotesi che non mi convincono molto; e segnatamente non mi convince quella che si richiama all’iberico chico= piccolo, a malgrado che sia ipotesi che appaia semanticamente perseguibile. Non mi convincono altresí, in quanto m’appaiono forzate, l’idee che il napoletano ciuccio sia da collegare o all’italiano ciuco o all’italiano ciocco. Vediamo: il ciuco della lingua italiana è sí l’asino ma nessuno spiega la eventuale strada morfologica seguita per giungere a ciuccio partendo da ciuco; d’altro canto non amo qui come altrove quelle etimologie spiegate sbrigativamente con il dire: voce onomatopeica oppure origine espressiva; ed in effetti la voce italiana ciuco etimologicamente non viene spiegata se non con un inconferente origine espressiva; allo stato delle cose mi pare piú perseguibile l’idea che sia l’italiano ciuco a derivare dal napoletano ciuc(ci)o anziché il contrario. Men che meno poi mi solletica l’idea che ciuccio possa derivare dall’italiano ciocco= grosso pezzo di legno e figuratamente uomo stupido, insensibile ed estensivamente ignorante e dunque asino. No, no la strada semantica seguita è bizantina ed arzigogolata: la escludo! In conclusione mi pare piú perseguibile l’ipotesi che la voce ciuccio vada collegata etimologicamente alla radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare che è il verso proprio dell’asino, secondo il seguente percorso morfologico: (s)ciach→ciuch→ciuccio; rammento al proposito che in siciliano l’asino è detto sceccu con evidente derivazione dalla medesima radice sciach dell’arabo sciacharà= ragliare. 4.PARÉ LL'OMMO 'NCOPP'Â SALERA Letteralmente: sembrare l'uomo sulla saliera. Id est: sembrare, meglio essere un uomo piccolo e goffo, un omuncolo simile a quel Tom Pouce,pagliaccio inglese, venuto a Napoli sul finire del 1860,ad esibirsi in un circo equestre; fu uomo molto piccolo e ridicolo e per questo fu preso a modello dagli artigiani napoletani che lo raffigurarono a tutto tondo come maniglia del coperchio delle stoviglie in terracotta di uso quotidiano. Per traslato, l'espressione viene riferita con tono di scherno verso tutti quegli omettini che si danno le arie di esseri prestanti fisicamente e moralmente, laddove sono invece l'esatto opposto. 5.PARÉ MILL'ANNE Ad litteram: Sembrare (che debbano trascorrere) mille anni (prima che si giunga alla conclusione della faccenda o dell’opera intrapresa o ancóra prima che si verifichino le tanto auspicate evenienze attese ed ancóra in fieri.). Iperbolica espressione in tutto in linea con il consueto ampolloso, enfatico, prolisso magniloquente, spagnolesco ricercato, manierato, affettato eloquio partenopeo che ama l’iperbole e l’enfatizzazione tanto è vero che si è soliti usare l’espressione in esame anche quando la faccenda o l’opera si sia intrapresa da pochissimo, o le evenienze attese in realtà lo siano solo da poco tempo. BRAK