venerdì 26 maggio 2017

‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE


  ‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE  

Letteralmente  donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; ci troviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta,sguaiata, volgare,  sfrontata ed, a maggior ragione,una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto  péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi  e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili  laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata  per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito[per indicare un peto piú duraturo e  piú rumoroso]  di pireto (dal b. lat.:peditu(m)) cioè: peto, scorreggia, manifestazione viscerale rumorosa rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft= aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata  è detta, volta volta:locena  che nel suo precipuo significato di vile, scadente  è forgiato come il toscano ocio  ed il successivo locio (dove è  evidente  l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia  e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas   e lume a ggiorno =lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume  l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio ( lume a giorno) ambedue altresí maleolenti tali  quale una pereta.

A margine ed aggiunta alla espressione in epigrafe fin qui esaminata, ne rammento altre tre che articolate sui termini  loffe e pérete  fanno parte del patrimonio popolare nell’icastico linguaggio partenopeo. E sono:

1) ‘E lloffe d’ ‘e mmonache addorano ‘e ‘ncienzo!

2) ‘E ppérete d’ ‘a sié Rosa so’ tutte sceruppate!

3) ‘E ppérete d’ ‘a sié Badessa so’ tutte limungelle fresche!

Mi pèrito di darne la traduzione letterale chiarendo súbito che si tratta solo di un esercizio letterale atteso che le espressioni non vanno lette ad litteram, ma nei sensi figurati che chiarirò. Ecco le traduzioni:

1) Le scorregge delle  monache odorano d’incenso!

2) I péti  della signora  Rosa sono  tutti sciroppati!

3) I péti  della signora  Badessa son tutti limoncini  freschi!

E passiamo ai significati figurati che son quelli con cui vanno intese le espressioni in esame:

1)La locuzione ‘E lloffe d’ ‘e monache addorano ‘e ‘ncienzo  che è da intendersi come “le mancanze, anche gravi, delle persone consacrate vanno in ogni caso  perdonate” è usata ad ammonimento ed avvertenza  di quelle persone che, subíto un danno fisico o morale o un’offesa  da soggetti consacrati, vorrebbero reagire vendicandosi ed invece devono cristianamente offrire l’altra guancia atteso che le offese o mancanze  delle persone consacrate iperbolicamente odorano d’incenso, cioè di solito non son dovute a cattiveria ma a mero errore.

2)La locuzione ‘E ppérete d’ ‘a sié Rosa so’ tutte sceruppate!” è usata ironicamente in riferimento ai comportamenti vanaglioriosi dei vanitosi, superbi, immodesti, boriosi che pur tenendo atteggiamenti non consoni, irriguardosi o immodesti fan le viste opposte al segno di voler fare apparire dolci, graditi, gradevoli, piacevoli, soavi manifestazioni che al contrario son palesemente brutte, sgradevoli, spiacevoli quando non addirittura  disgustose come sono i peti.

3) Ed infine la locuzione”‘E ppérete d’ ‘a sié Badessa so’ tutte limungelle fresche!” analoga a quella sub 1)

 ‘E lloffe d’ ‘e monache addorano ‘e ‘ncienzo   è da intendersi come “le mancanze delle persone importanti e/o dei capi  vanno in ogni caso accettate come ineludibili quali fatti cui non ci si possa opporre ”. La locuzione è usata perciò ad ammonimento ed avvertenza  di quelle persone che subíto un danno fisico o morale dai superiori  o siano  vessati da soggetti consacrati vorrebbero reagire vendicandosi ed invece devono obtorto collo sopportare in silenzio  atteso che è del tutto inutile contrastare avversare, osteggiare, contrariare, contestare, contraddire i capi o i superiori destinati in ogni caso ad aver la meglio sui sottoposti che devono rassegnarsi alla figurata iperbole che i peti dei superiori odorino di limoncini freschi! A margine di tutto faccio notare che nella locuzione sub 1 si fa riferimento a loffe  laddove in quella sub 3 si parla di pérete e ciò accade perché, con ogni probabilità, nella coniazione delle due locuzioni si è intesi essere piú duri in quella sub 1 atteso che si parla di loffe che, come ò precisato, sono molto piú tremende delle pérete

Alcune notazioni linguistiche.

Di loffa e péreta ò già détto antea.

 addorano voce verbale (3ª pers. pl. ind. pr.) dell’infinito addurà = odorare, profumare, olezzare; etimologicamente addurà  è un denominale del tardo lat. *adore(m)  per il cl. odore(m); la a intesa come un residuo di ad favorí il raddoppiamento espressivo della occlusiva dentale sonora (d) per cui *adore(m) fu*addore(m)  donde addurà.

‘ncienzo s.vo neutro  = incenso: gommoresina che si ottiene praticando profonde incisioni nel tronco di varie specie di piante originarie dell'India, Arabia e Somalia, e che, bruciata, emana un intenso aroma; fin dall'antichità è stata usata durante le cerimonie religiose. 2 (estens.) il fumo e l'odore di quella gommaresina. etimologicamente è voce aferizzata  dal lat. tardo, eccl. incĕnsu(m), propr. part. pass. neutro sost. di incendere 'accendere, infiammare'; da incĕnsu(m)→(i)ncĕnsu(m)→’ncienzo con il consueto passaggio ns→nz e dittongazione della ĕ.

sceruppato = sciroppato voce verbale (part.pass.m.le agg.to)dell’infinito sceruppà = (come nel caso che ci occupa)sciroppare,conservare la frutta nello sciroppo: sciroppare le pesche | sciropparsi qualcuno, qualcosa, (fig.) sopportarli, sorbirseli pazientemente; etimologicamente il verbo sceruppà è un denominale di sceruppo =sciroppo dal lat. medievale sirupu(m)  che fu dall’arabo sharûb= bevanda dolce; a margine di questa voce rammenterò, come ò già accennato, che il verbo denominale di sceruppo, e cioè sceruppare/sceruppà à come primo significato quello di conservare frutta o altro nello sciroppo o pure indulcare o migliorare con zucchero e/o aromi varie preparazioni, mentre nel significato figurato ed estensivo (soprattutto nella forma riflessiva scerupparse) vale sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno , sorbirseli pazientemente: scerupparse a uno (sopportare  la vicinanza o la presenza di uno(non gradito); scerupparse ‘nu trascurzo (sorbirsi con pazienza  un discorso (noioso) ). Rammenterò che tale accezione figurata ed estesa del napoletano scerupparse è pervenuta anche nella lingua nazionale dove il verbo sciroppare corrispondente del napoletano sceruppà è usato anche figuratamente nel medesimo senso di sopportare, sorbirsi a forza qualcosa e/o qualcuno del napoletano riflessivo scerupparse.

Ed ora, quasi al termine mi piace illustrare un’ icastica frase  in uso a Napoli forgiata col verbo sceruppà; essa recita sceruppà ‘nu strunzo  e vale ad litteram: sciroppare uno stronzo, ma va da sé che non la si può intendere in senso letterare atteso che, per quanto sodo possa essere lo stronzo in esame, nessuno mai potrebbe o riuscirebbe a vestirlo di congrua glassa zuccherina, e che perciò l’espressione sceruppà ‘nu strunzo  debba esser letta nel senso figurato di:elevare ad immeritati onori un uomo dappoco  e ciò sia che lo si faccia di  propria sponte, sia che avvenga  su sollecitazione del diretto interessato e la cosa  vale soprattutto nei confronti di chi supponente e saccente, ciuccio e presuntuoso,  pretende arrogantemente di porsi o d’esser posto una spanna al di sopra degli altri  facendo le viste d’essere in possesso di scienza e conoscenza conclamate  ed invece in  realtà è persona che poggia sul niente la sua pretesa e spesso sbandierata falsa  valentía in virtú della quale s’aspetta  ed addirittura esige d’essere elavato ad alti onori in campo socio-economico cosa che gli consentirebbe di muoversi con iattanza,  boria e presunzione, guardando l’umanità dall’alto in basso…; tale soggetto con icastica espressività, coniugando al part. passato l’infinito sceruppà, è detto strunzo sceruppato= stronzo sciroppato, quell’escremento cioè che quand’anche (se fosse possibile, e non lo è) fosse ricoperto di uno congruo strato di giulebbe, sotto la glassa zuccherina, sarebbe pur sempre quel pezzo di fetida merda che è.

Altrove tale soggetto è detto (restando pur sempre  in àmbito scatologico): pireto annasprato=peto coperto di glassa zuccherina. Ed anche in tal caso, come per il precedente stronzo sciroppato, ci troviamo difronte ad un iperbolico modo di dire con il quale si vuol significare che il soggetto di cui si parla, è veramente un’infima cosa e  quand’anche si riuscisse a coprirlo di glassa zuccherina (cosa che risulta tuttavia  impossibile da  farsi) mostrerebbe sempre, sotto la copertura zuccherina, la sua intima natura di evanescente, ma rumoroso gas intestinale!          

sié è l’apocope ricostruita di signora dalla medesima voce francese femminilizzata e metatetica di seigneur sie-gneuse→sié(gneuse)→sié.

badessa e cioè: superiora in un monastero femminile: madre badessa, ma ironicamente anche donna autoritaria, che si dia arie di superiorità; etimologicamente il termine badessa è una forma aferetica per (a)-badessa che viene dal latino abbatissa voce femminilizzata di abbas/abbate(m) che trae dal caldeo e siriaco âbâ o âbbâ= padre.

E qui mi fermo. Satis est.

R.Bracale

 

 

  

 

 

SQUATTRINATO, MISERO, POVERO


SQUATTRINATO, MISERO, POVERO

Ancóra una  volta prendo  spunto da una richiesta fattami da   un caro amico: P.G.del quale per problemi di riservatezza posso solo indicare le iniziali di nome e cognome, amico  facente parte della Ass.ne Ex Alunni  del Liceo classico G.Garibaldi di Napoli, che è uno dei miei abituali ventiquattro lettori  e che spesso si sofferma a leggere le mie paginette sparse qua e la; dicevo che prendo spunto   da una sua richiesta relativa a due  desuete parole napoletane usate per solito di conserva:liscio e sbriscio un tempo usate addirittura agglutinate: liscesbriscio ; prendo spunto dicevo per parlare delle  voci italiane in epigrafe ed illustrare a seguire quelle che le rendono in napoletano e sono molto contento della richiesta perché mi darà modo di illustrare alcune parole napoletane antiche e disusate, ma grandemente icastiche. Cominciamo ordunque con le voci dell’italiano dove accanto a squattrinato, povero, misero, troviamoindigente, bisognoso, meschino, micragnoso, nullatenente; esaminiamole singolarmente:

squattrinato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

che, chi non à quattrini; spiantato; etimologicamente è il part. pass. di squattrinare/arsi verbo disusato = privare/privarsi di quattrini( verbo denominale di quattrino( der. di quattro; propr. «moneta di quattro denari») con il prefisso distrattivo s);

povero/a, agg.vo e talvolta s.vo m.le o f.le

1.   a. Riferito a persona, che non dispone a sufficienza di quanto è essenziale per vivere, per sostentarsi, che à scarsi mezzi economici, che manca del denaro necessario e di tutto quanto il denaro può procurare (si contrappone a ricco, ed è sempre posposto, in questa accezione, al sost. cui si riferisce): à sposato una ragazza p.; è gente p.; le famiglie piú p. della città; in posizione predicativa: essere p.; sono molto poveri; diventare p.; è nato, è vissuto, è morto p.; mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo (Manzoni); rafforzato con valore superl.: esser povero povero; essere povero come Giobbe; essere povero in canna, poverissimo. Con uso sostantivato: elenco dei p. del comune; ospizio per i p.; prima di morire distribuí ai p. tutti i suoi averi; sfruttare i p.; aiutare i p.; nell’uso comune, mendicante, accattone: vicino al portone c’è un p. che chiede l’elemosina. Analogam., di collettività prive di mezzi o scarse di risorse economiche: un istituto, un convento p.; villaggi molto p.; una nazione p.; i paesi p. del terzo mondo. b. Che indica o manifesta povertà, miseria, triste condizione (può essere anteposto o posposto al sost. cui si riferisce; nel primo caso esprime una maggior partecipazione del parlante): vivere in p. stato; ognuno à fatto la sua p. offerta; i bambini del paese ànno portato i loro p. doni; dopo una p. cena (o una cena p.) andarono a dormire; essere vestito di p. panni; giacere in un p. giaciglio. Che è abitato da gente povera, e quindi appare estremamente umile e modesto nell’aspetto: un paese formato di p. case; abitano in p. capanne; quartieri p.; questa è una casa p., ma onesta; Nel suo p. tetto educò un lauro Con lungo amore (Foscolo); che appartiene a gente povera: sedevano su p. panche; tirò fuori le sue p. cose. c. Arte p., nel linguaggio delle arti figurative, tendenza di ricerca artistica manifestatasi verso la fine degli anni ’60 del Novecento, che, rifiutando lo spirito formalista della pop art, in partic. l’attenzione posta ai valori iconografici, e opponendosi a forme di manipolazione o sofisticazione, mira al recupero del contingente come sola possibilità d’arte, facendo ricorso a materiali non nobili o addirittura banali (quali carta, pietra, stoffe, vegetali, ecc.), e si pone come presa di coscienza delle possibilità espressive insite nella materia; con altro sign., nel linguaggio degli antiquarî, metodo economico (detto anche lacca dei poveri) di decorare mobili e altri oggetti d’arredamento con applicazioni di stampe ritagliate o mediante decalcomanie. Architettura p., locuz. con la quale ci si riferisce a piccole costruzioni in genere realizzate dalle stesse persone che le abiteranno, senza un progetto, spesso su terreno demaniale e con materiali riciclati e di risulta, a volte utilizzate come seconda casa; negli anni ’70 specialmente negli Stati Uniti, opere di questo genere sono state realizzate nell’ambito di movimenti giovanili tendenti al rifiuto delle convenzioni e particolarmente attenti alle problematiche ecologiche. Cucina p., modello alimentare entrato nell’uso dagli anni ’70 in poi, che, come reazione agli errori di un’alimentazione troppo ricca e raffinata, sostiene la necessità di recuperare cibi e ingredienti che, in passato, erano tipici delle classi povere, quali, per es., la polenta, i legumi, certi tipi di pesce, ecc. Moda p., modo di vestire in auge spec. negli anni ’70, soprattutto tra i giovani, che si avvaleva di materiali e tessuti semplici e poco costosi, come espressione di anticonformismo e atteggiamento di rifiuto del consumismo in ogni suo aspetto. d. Al plur., entra nella denominazione di varî ordini religiosi cattolici, maschili e femminili, che hanno fatto voto di povertà: P. ancelle di Gesú Cristo; P. figlie delle sacre stimmate di s. Francesco; P. figlie di s. Antonio di Padova; P. suore di Nazaret; P. eremiti di Celestino, P. eremiti di s. Girolamo, ecc.; e anche di comunità e sette religiose non cattoliche che aderivano allo spirito di povertà evangelica: P. cattolici; P. di Lione, denominazione dei valdesi di Francia spec. dopo la scissione (inizio sec. 13°) dai loro confratelli italiani (che, a loro volta, si dissero P. lombardi). 2. a. Seguito da un compl. di privazione, che scarseggia, che difetta di qualcosa che, invece, dovrebbe avere: un’impresa p. di capitali; fiume p. d’acqua; zona p. di vegetazione; sangue p. di globuli rossi; una vita, un lavoro p. di soddisfazioni; tema p. di idee; un uomo p. di spirito, dotato di poco spirito, ingenuo, semplice o addirittura semplicione (per il sign. originario dell’espressione, nella frase evangelica beati i poveri di spirito, v. beato). b. Con il compl. di privazione sottinteso (e sempre posposto al sost. cui si riferisce): terreno, concime p., che contengono scarse quantità di principî nutritivi per le piante; vino p., a bassa gradazione alcolica; una facciata p., disadorna, priva di ornamenti; campagna p., con poca vegetazione. Con partic. riferimento all’ambito espressivo, stile p., banale, privo di movimento e di vivacità; componimento p., con poche idee e concetti; lingua p., scarsa di vocaboli; molto com. l’espressione in parole p. (piú raram. in lingua p.), senza ornamenti o perifrasi, quindi in termini chiari e precisi, anche se talvolta un po’ crudi: in parole p., questa è una bella vigliaccheria! Con riferimento a qualità intellettuali, poco dotato, limitato, insufficiente: cervello p.; fantasia, immaginazione p.; ingegno p.; o ineffabile sapienza che così ordinasti, c. In usi tecnici: gas p., miscela gassosa combustibile ottenuta dalla reazione di aria con uno strato sufficientemente spesso di coke incandescente; nei motori a combustione interna, miscela p., la miscela in cui l’aria è in eccesso rispetto alla quantità teorica ideale per ottenere la combustione completa del combustibile. 3. Anteposto al sost. cui si riferisce: a. Esprime commiserazione, pietà, partecipazione affettiva per qualcuno o qualcosa, con implicita l’idea non tanto della povertà quanto della triste condizione: le piccole gioie della p. gente; sono soltanto un p. impiegatuccio; à trovato un p. lavoro; non riesce a campare con i suoi p. guadagni; che cosa vuoi che faccia con le sue p. forze?; mi fa pena con quelle sue p. braccine, esili e magre; con altro senso, sono p. scuse, misere, meschine. Sempre in tono di commiserazione, è frequente in esclamazioni: p. donna!; p. ragazzo!; p. vecchietto!; p. orfani!; p. innocente!; p. bestia!; va, va, p. untorello, ... non sarai tu quello che spianti Milano (Manzoni); anche per commiserare sé stessi: p. me!, p. noi! (pop. anche  pover’a me!, pover’a noi!). Nell’uso fam., un p. Cristo, persona che, per il suo aspetto fisico e per le sventure che l’affliggono, ispira pietà; un p. diavolo, chi è privo di mezzi economici e, anche, in vario modo, perseguitato dalla sorte. Inserito in frasi che spiegano il motivo della compassione: p. ragazzo, come s’è ridotto!; com’erano trattati quei p. malati!; di animali e cose: p. bestia, quanto soffre!; che cosa fai a quel p. gattino?; p. soprabito, guarda come l’hai conciato!; dovresti tenere meglio quei p. libri!; e con tono di rimpianto per cose che appaiono sprecate o perdute: p. i miei soldi!; p. le mie fatiche! In altri casi, soprattutto con pron. personali, esprime la previsione, l’annuncio o la minaccia di qualcosa di spiacevole: se non fai come ti dico, p. te!; p. me, se mi trova qui!; se lo pesco un’altra volta, p. lui!; se non superiamo l’esame, p. noi! b. In altri contesti, al compatimento si unisce il disprezzo o l’ironia: p. te!; p. illuso!, p. ingenua!, p. imbecille!, p. deficiente!; e lui, p. scemo, c’è cascato!; p. martire!, p. vittima!, rivolgendosi o riferendosi a chi si atteggia a martire o a vittima degli altri o delle circostanze. c. Sempre ispirata a compatimento, ma con varie connotazioni, l’espressione pover’uomo (o pover uomo; anche poveruomo): e ora, chi glielo dice a quel pover’uomo? tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! (Manzoni); Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’ (Carducci); il povero Niccolai, invece, poveruomo, era uno dei nostri anche come idee (Pratolini); può anche significare, talora, uomo ingenuo e sciocco, oppure dappoco e meschino: era proprio un poveruomo ... d. Assume tono di compianto e rimpianto come attributo di persone defunte: preghiamo per i nostri p. morti; il mio p. babbo; come diceva la p. nonna ...;  4. Locuzioni avv. alla povera, alla maniera dei poveri, secondo le abitudini o le possibilità della gente povera: un trattamento, una festicciola alla povera. Frequenti i dim. poverino, poverétto, poverèllo (v. le singole voci); poco com. poverúccio; raro l’accr. poveróne, spreg. e iron.; il pegg. poveràccio (v.), anch’esso molto comune, à solo la forma, non la connotazione, peggiorativa. avv. poveraménte, da povero, in povertà: vestire, vivere poveramente; è morto poveramente com’era vissuto; la casa è arredata poveramente; in modo elementare, rudimentale: concetti articolati poveramente; un tema svolto troppo poveramente; etimologicamente è voce  dal lat. parlato pauper -a -um per il lat. class. pauper -ĕris, comp. di paucus «poco» e parĕre «procacciare, produrre»: propr. «che produce poco» (détto  in origine, della terra)].
 
 

misero/a, agg.voe s.vo m.le o f.le agg. [superl.corretto misèrrimo; scorretto, ma usato miserissimo] 1 povero, afflitto da miseria: condurre un'esistenza misera; una casa misera. DIM. miserello, miserino 2 infelice, disgraziato, miserevole: i miseri mortali; le misere vittime della strage | usato in escl. di commiserazione: o misero!; misero me, te! 3 abietto, spregevole, meschino: tentare miseri raggiri; fare una figura misera 4 scarso, insufficiente, da poco: un misero compenso; guadagnare quattro misere lire; fare un pranzo misero 5 (ant.) avaro, taccagno: un ricco fiorentino... piú misero e piú avaro che Mida (SACCHETTI) come s. m. [f. -a] persona misera; etimologicamente è dal lat. miseru(m)

indigente, agg.vo e s.vo m.le e f.le agg.

si dice di persona che manca dell'indispensabile, che vive in miseria: aiutare, soccorrere gli indigenti.

 etimologicamente è dal lat. indigente(m), part. pres. di indigíre 'avere bisogno';

 

bisognoso/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

1 che, chi à bisogno di qualcosa: bisognoso di cure 2 che, chi vive nel bisogno; povero: aiutare i bisognosi § bisognosamente avv. nel bisogno: vivere bisognoso;

etimologicamente è un  aggettivo/sostantivo formato quale deverbale aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a alla radice di  bisogn-are

(dal lat. mediev. bisoniare, che è di orig. germ.);

 

meschino/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

1 (voce d’uso region.) infelice, sventurato; che è in povertà o in miseria, che si trova in condizioni assai disagiate; 2 che è troppo scarso; insufficiente, inadeguato: dono, compenso meschino | aspetto meschino, gracile, debole; miserando 3 che à idee e sentimenti gretti, limitati: un uomo meschino; gente meschina | che rivela povertà di spirito, ristrettezza mentale: sentimenti meschini; idee meschine | fare una figura meschina, brutta e ridicola come s. m. [f. -a] 1 (d’uso region.) persona disgraziata e infelice 2 persona gretta 3 (ant.) schiavo, servo| Guerin Meschino, titolo di un romanzo cavalleresco di Andrea da Barberino (Barberino di Valdelsa 1370 ca -† ivi dopo il 1431) etimologicamente è dall'ar. miskin `povero, misero';

 

micragnoso, o migragnoso agg.vo e s.vo m.le o f.le

 (voce d’uso region.) 1 che si trova in miseria 2 taccagno, tirchio

 etimologicamente  è un  aggettivo/sostantivo formato quale denominale aggiungendo il suffisso di pertinenza osus/osa→oso/a alla radice del s.vo micragna (derivato dal

lat. hemicrani°a(m)→(he)micrania(m)→micragna  'emicrania', con allusione scherzosa al dolore provocato dalla indigenza;

 

 

nullatenente, agg.vo e s.vo m.le e f.le che, chi non è proprietario di alcun bene immobile e non percepisce alcun reddito oltre quello derivante dal proprio lavoro: un impiegato nullatenente; che non à beni di fortuna, e, in partic., che non possiede beni immobili, per cui non è soggetto a imposte fondiarie e sui fabbricati: essere n.; le classi n.; come sost.: essere un n.; quella birbonata di dividere fra i n. i fondi del comune (Verga). à sposato una nullatenente.

 etimologicamente è voce formata dall’agglutinazione di nulla (dal lat. nulla, neutro pl. di nullus 'nessuno')

 e di tenente part. pr. di tenere (dal lat. teníre, corradicale di tendere 'tendere').

E veniamo ora al napoletano dove troviamo numerosissime voci i cui significati spesso variano leggermente tra di essi  avendo ogni vocabolo una sua particolare nuance o sfumatura, dalle quali è bene non prescindere; abbiamo ordunque  le voci che seguono  che eviterò di indicare in ordine alfabetico, ma riporterò  nell’ordine crescente della intensità espressiva:

liscio/a agg.vo e s.vo m.le o f.le

1) in primis sta per liso= consunto, logoro 2) vale poi, come nel caso che ci occupa   meschino, ridotto male; etimologicamente è derivato dal lat. volg. (e)lisu(m), part. pass. di elidere 'rompere'  malandato; normale  il passaggio in napoletano di s seguita da vocale a sci+ vocale.

 disperato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

1 che non lascia sperare in una soluzione positiva; che non dà speranze: ‘nu caso disperato(un caso disperato); 2 che rivela disperazione, che è provocato dalla disperazione: ‘nu chianto, ‘nu ggesto disperato (un pianto, un gesto disperato); 3 che à perso ogni speranza; che è in preda alla disperazione: campà disperato(vivere disperato); essere disperato p’ ‘a morte ‘e n’amico (essere disperato per la morte di un amico  | â disperata(alla disperata), (fam.) in qualsiasi modo, alla meno peggio, in gran fretta come s. m. [f. -a] 1 chi è in preda alla disperazione | comme a ‘nu disperato(come un disperato), (fam.) con grande impegno, con tutte le forze: faticà, correre comme a ‘nu disperato(lavorare, correre come un disperato); 2 (fam. ed è l’accezione che ci occupa)) chi non à mestiere né denaro; chi vive alla meno peggio;

 etimologicamente è il part. pass. di disperare(dal lat. desperare, comp. del prefisso distrattivo  dí- 'de-' e sperare 'sperare');

 

pezzente, agg.vo e s.vo m.le o f.le mendicante, straccione; persona che vive in condizioni di grande miseria: jí vestuto comme a ‘nu pezzente(andare vestito come un pezzente); paré ‘nu pezzente(sembrare un pezzente) | persona meschina, eccessivamente attaccata al denaro: fà ‘o pezzente (fare il pezzente). Si tratta di unavoce di orig. merid., pervenuta anche nell’italiano, ed etimologicamente è propriamente il part. pres. del napol. pezzire 'chiedere l'elemosina', che è dal lat. volg. *petire, per il class. pètere 'chiedere';

arrepezzato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

1 in primis rattoppato,  aggiustato con toppe;

2 (fig.) accomodato alla meglio, rimediato in qualche modo;

3(per traslato) malmesso, indigente vergognoso  etimologicamente è un part. pass. marcato su di un tardo latino ad+repetiatu(m)→arrepetiatu(m)→arrepezzato; repetiatus è attestato nel Du Cange e lascia presupporre un repiare/ttiare= rattoppare;   

scajente/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le

1 in primis sfortunato, disgraziato, misero, mancante;

2(per traslato)

malridotto, malconcio, malandato, cadente,etimologicamente è un part. pres. di scajenzà = rovinare, cadere in disgrazia, verbo denominale di scajenza = sfortuna, disgrazia etc. (dal lat. ex-cadentĭa);

sfessato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.leletteralmente stanco/a, debole,svigorito/a e per ampliamento semantico molto rovinato, povero, squattrinato, spiantato etimologicamente la voce a margine risulta essere il p.p. del verbo sfessà= bastonare, ridurre male, fiaccare, indebolire  che va connesso all’acc.vo fessu(m)= stanco part. pass. di fatisci= 1 aprirsi, fendersi, sgretolarsi, dissolversi;

sbriscio/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le che sta per sbricio= 1 meschino, ridotto male;

2  grandemente malandato, ma pure  infelice, sventurato, disgraziato, misero, tapino;  etimologicamente è aggettivo deverbale  del lat. volg. *brisare 'rompere'; da notare morfologicamente l’assimilazione di c con la s  che produsse da sbricio→ sbrisio donde sbriscio con normale passaggio (come per il pregresso  liscio) in napoletano della s seguita da vocale a sci+ vocale;

 

liscesbriscio/a agg.vo e s.vo m.le o f.le agglutinazione espressiva degli aggettivi liscio e sbriscio ai quali rimando per l’etimologia. per il significato occorre  quasi sommare i due significati sino a giungere a  povero, scarso, miserabile, misero, logoro,  meschino, malmesso ; la voce or ora esaminata à anche una forma collaterale  d’ uso ed estrazione popolare in  liscesgriscio/a  di identico significato ed etimo;

 

paccariato/a, agg.vo  m.le o f.le misero, estremamente spiantato;etimologicamente è il part. pass. di paccarià  =schiaffeggiare con riferimento semantico a gli schiaffi che la sorte si diverte a dare ai poveri, ai miserabili; paccarià a sua volta è un denominale di pàccaro = sberla, schiaffo; rammento al proposito che pàccaro o pàcchero è lo schiaffo a mano aperta e tesa indirizzato al volto, colpo che quando sia cosí violento da lasciare il segno è detto pàccaro a ‘ntorzafaccia; percossa violenta in tutto simile al mascone esaminato alibi; da non confondere con la pacca della lingua toscana che è un colpo amichevole assestato solitamente sulle spalle, colpo che – contrariamente al pàccaro – non connota intenzioni proditorie e/o aggressive; va da sé che il pàccaro napoletano non possa etimologicamente derivare dalla suddetta pacca toscana attesa la gran diversità delle funzioni e scopi dei due colpi; infatti mentre la  pacca toscana à una derivazione probabilmente onomatopeica, il pàccaro  napoletano è da collegarsi al termine pacca (natica) addizionato del suffisso di pertinenza arius→aro: la pacca di riferimento non è ovviamente quella onomatopeica toscana, bensí quella che viene da un basso latino pacca(m) forgiato su di un longobardo pakka che indica appunto la natica, ma pure la quarta parte ricavata in senso longitudinale di una mela o pera; con ogni probabilità, originariamente il pàccaro/pàcchero  fu la sberla con cui si colpivano le natiche, una sorta di sculacciata cioè e da ciò ne derivò il nome che fu mantenuto, accanto ad altri, quando il colpo, lo schiaffo mutò destinazione; una gran copia di pàccare/i assestati in veloce combinazione prende il nome di paccariàta che oltre a sostanziare un’offesa è da intendersi anche quale forma di dileggio;  

sfasulato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le  estremamente indigente, povero in canna, sprovvisto quasicompletamente di danaro e/o mezzi di sostentamento; etimologicamente è voce costruita  usando il suffisso aggettivale del participio pass.  dei verbi in are: ato/a  aggiunto al s.vo fasule= danari con protesi di una s distrattiva; fasule= fagioli son dal lat. phaseolu(m), dim. di phasílus, dal gr. phásílos e furono

usati, temporibus illis  a mo’ di moneta o merce di scambio al pari ad es.  dei ciceri  ricordati alibi sub ‘e paparelle= i soldi;

 

smagliato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le sinonimo del precedente: estremamente indigente, povero in canna, sprovvisto completamente di danaro e/o mezzi di sostentamento; etimologicamente è voce costruita  usando il suffisso aggettivale del participio pass.  dei verbi in are: ato/a  aggiunto al s.vo maglie= danari con protesi di una s distrattiva; maglie è   dritto per dritto dal francese: maille=moneta, rammentado che chi è irrimediabilmente  sprovvisto di danaro è indicato alternativamente o con, come ò détto,  sfasulato (con riferimento ai  fasule= monete) o – giustappunto: smagliato;

spullecone agg.vo e s.vo m.le e solo m.le  non è attestata, sebbene morfologicamente possibile una spullecona; uomo sprovisto cronicamente di danaro, estremamente spiantato, poverissimo, aduso a rosicchiare, a spolpare sino all’osso pur di sopravvivere;  etimologicamente è voce deverbale di spulecà/spullecà = rosicchiare, spolpare, spulciare che letteralmente è levar le pulci, quindi cercare minutamente ed a fondo (dal lat. s+ pulicare con raddoppiamento espressivo della  consonante laterale alveolare (l);

sfrantummato/a, agg.vo e s.vo m.le o f.le in pretto napoletano l’aggettivo sfrantummato  letteralmente (con derivazione quale participio passato dal verbo sfrantummà che è dall’agglutinazione di una esse intensiva + il verbo frantummà denominale di frantume ( derivato da franto p.p. di frangere + il suff.collettivo ume che nel napoletano comporta il raddoppiamento espressivo della labiale m), dicevo che letteralmente l’aggettivo sfrantummato  vale

1 frantumato,smantellato, diroccato, spianato;devastato (détto di case, muri etc.) e

(per traslato,détto di persona)

2 del tutto rovinato, completamente squattrinato,assolutamentespiantato ma mai  attestato nel  senso di incapace, smidollato etc. come invece capitò erroneamente di intendere all’ ex  sindaco di Napoli sig.ra Rosa Russo Iervolino, (anzi piú correttamente Rosa Iervolino in Russo) in riferimento a taluni assessori della giunta comunale napoletana.(cfr. alibi sub sfrantummato). trentapagnotte agg.vo m.le e f.le = povero/a,indigente, squattrinato/a servitorello/fantesca addetto/a ai lavori piú umili cui veniva dato quale ricompensa del lavoro un’unica pagnotta giornaliera; voce formata dall’agglutinazione funzionale dell’agg.vo numerale card.  trenta con il s.vo pl. pagnotte  (voce dal provenz. panhota, deriv. del lat. panis 'pane');

E con questo penso d’avere esaurito l’argomento e d’avere  contentato  l’amico P.G. ed interessato qualcuno dei miei ventiquattro lettori per cui faccio punto fermo con il consueto satis est.

Raffaele Bracale