venerdì 25 luglio 2014

MEZZANO, RUFFIANO & dintorni

MEZZANO, RUFFIANO & dintorni Anche questa volta faccio sèguito ad un quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi delle voci italiane in epigrafe, di altri eventuali sinonimi, voci collegate e delle corrispondenti voci del napoletano. Entro súbito in medias res cominciando con mezzano/a agg.vo e s.vo m.le o f.le; 1)come aggettivo indica ciò che è in mezzo, di mezzo; che occupa un posto intermedio in una gradazione: statura, età, grandezza mezzana; figlio, fratello mezzano, di età intermedia tra il maggiore e il minore; 2)come sostantivo (ed è di questo che mi à chiesto l’amico N.C.) indica 1 intermediario, mediatore 2 chi favorisce illeciti amori; la voce è dal lat. medianu(m), deriv. di medius 'mezzo'; il sinonimo di questa voce nell’accezione sub 2 è la voce che segue: ruffiano/a s.vo m.le o f.le 1 mezzano dei proibiti amori altrui. 2 (estens.) chi aiuta altri in un intrigo 3 persona che ricorre all'adulazione e ostenta modi servili per ottenere il favore altrui; la voce (che – con tutta probabilità - è pervenuta nell’italiano partendo dal napoletano come si evince dal tipico raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f)) è dal lat. volg. *rufianu(m) 'dai capelli rossi', o vestito di rosso , derivato – come ò détto - con raddoppiamento espressivo della consonante fricativa labiodentale sorda (f) da rufus 'rosso' addizionato del suff. anu(s) suffisso di aggettivi, spesso anche sostantivati, derivati dal latino o formati direttamente in italiano, che indicano pertinenza per tipologia, appartenenza a nazione, città, gruppo, partito oppure mestiere, classe, categoria e similari. Rammento che nel tardo ‘800 a Napoli, nella città bassa, con il nome in esame s’usò indicare anche un garzone di maniscalco atteso che colui, tal quale uno che aiuti chi intrighi, era addetto a distogliere l’attenzione del cavallo affinché non scalciasse al momento della ferratura. Altro sinonimo della voce mezzano, quantunque d’uso letterario e non del parlato è prosseneta s.vo m.le in primis sensale, mediatore; nell'antica Grecia, colui che assisteva i sacerdoti | ( poi spreg.) mezzano, ruffiano. La voce è dal lat. proxeníta(m), che è dal gr. proxenítés, deriv. di proxenêin 'ospitare, procurare', a sua volta deriv. di próxenos 'ospitante'; Ciò détto aggiungerò che per estensione le voci esaminate vengon rese anche con intrigante, agg.vo m.le e f.le 1 che à l'abitudine di tramare imbrogli per ottenere qualcosa; che si impiccia degli affari altrui: un avvocato intrigante; una persona pettegola e intrigante 2 (figuratamente) che incuriosisce, attira, cattura l'attenzione; accattivante; usato anche come s.vo m.le e f.le vale persona intrigante: essere un intrigante; comportarsi da intrigante la voce è il part. pres. di intrigare v. tr. 1 avviluppare, intricare: intrigare una matassa 2 (fig.) turbare, imbarazzare: 3 (fig.) affascinare, interessare, incuriosire: un film che intriga lo spettatore; come v. intr. vale darsi da fare, tramando imbrogli, per ottenere qualcosa; macchinare: intrigare per avere un posto, una nomina; quanto all’etimo intrigare è una variante di intricare (dal lat. intricare, comp. di in illativo ed un deriv. di tricae -arum (pl) 'intrighi, imbrogli'; variante di origine sett. (per l'occlusiva velare sonora g al posto della occlusiva velare sorda c); nel sign. 3 si avverte l’influsso del fr. intriguer; sempre per estensione le voci esaminate vengon rese anche con intrallazzatore/trice agg.vo e s.vo m.le o f.le 1 che, chi fa intrallazzi, scambi illeciti di beni o di favori,intrighi, imbrogli; voce denominale di intrallazzo dal sicil. 'ntrallazzu 'intreccio, intrigo', deriv. del lat. volg. *interlaceare, comp. di intra 'tra' e laqueus 'laccio'; andiamo oltre e diciamo che tutte le voci prese in condirezione si ritrovano anche in senso spregiativo come manutengolo, o paraninfo, mentre estensivamente ed in senso grandemente spregiativo si ànno lenone, magnaccia e gergalmente pappone; esaminiamo le singole voci: manutengolo/a s.vo m.le o f.le In primis Chi tiene mano a malviventi, aiutandoli in azioni illecite o delittuose senza avervi parte determinante. Per estensione, chi favoreggia altri nel compimento di attività o imprese giudicate comunque condannabili moralmente o idealmente; ma anche (come nell’accezione che ci occupa) mezzano, ruffiano; etimologicamente derivazione semidotta della locuz.manu tenere= tener mano. Paraninfo/a s.vo m.le o f.le 1 nell'antica Grecia, colui che conduceva la sposa in casa del marito; pronubo 2 (estens.) chi combina matrimoni; anche (ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano. Voce dal lat. tardo paranymphu(m), dal gr. paránymphos, comp. di para(primo elemento di parole composte di origine greca o di formazione moderna, dal gr. pará 'presso, accanto, oltre'; può indicare (come nel caso che ci occupa) vicinanza, oppure somiglianza, affinità o deviazione, alterazione, contrapposizione (paramilitare, paranormale); in chimica compare nei composti derivati dal benzene per sostituzione di due atomi di idrogeno dell'anello benzenico quando gli atomi sostituiti sono distanziati fra loro da altri due) e ny/mphí 'sposa'; lenone, s.vo m.le e solo maschile; non è attestato un corrispondente femminile 1 nell'antichità romana, mercante di schiave 2 (lett.) favoreggiatore, sfruttatore della prostituzione; ruffiano, mezzano. Voce dal lat. lenone(m) 'mercante di schiave'; magnaccia s.vo m.le invar. e solo maschile; non è attestato un femminile; ed è voce essenzialmente dei linguaggi regionali centro-meridionali; sfruttatore di prostitute (estens.) uomo che vive alle spalle di una donna. Voce deriv. dal romanesco magnà 'mangiare' con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle; pappone s.vo m.le e quasi esclusivamente maschile benché sia attestato il f.le pappona: 1 (fam.) persona ingorda; mangione 2 ( quale voce gergale) sfruttatore di prostitute; Voce deriv. dal romanesco pappare ' verbo scherzoso che vale mangiare con riferimento al comportamento di chi sfrutta qualcuno vivendone alle spalle. Esaurite le voci dell’italiano, passiamo ora al napoletano dove abbiamo: caicco s.vo m.le e solo maschile; non è attestato al femminile in primis indica un’imbarcazione piccola, leggera ed armata capace di incunearsi facimente in porticcioli o rade; per traslato persona che si intromette, spesso con violenza, in affari poco leciti; semanticamente il significato traslato è da collegarsi alla morfologia dell’imbarcazione che piccola, leggera ed armate facilmente e rapidamente si insinua dove sia necessario operare; cosí con non diversa facilità e rapidità la persona che prende il nome a margine, riesce ad insinuarsi in affari poco puliti; etimologicamente la voce deriva dal turco kayik = imbarcazione piccola, leggera ed armata; portapullaste s.vo m.le e f.le indeclinabile ruffiano, mediatore fra innamorati, procacciatore di matrimoni; interessantissima l’etimologia del sostantivo ricavato con traduzione pedissequa dell’espressione francese porte-poulet (portapolletto) ma che in realtà non si riferiva a qualcuno che realmente portasse dei polli, bensí a chi favorisse,recandoli, lo scambio di bigliettini amorosi tra gli innamorati; la particolare piegatura dei foglietti li faceva assomigliare a dei piccoli polli con le alucce donde il nome spiritoso di poulet (polletto) ed ovviamente chi recava quei bigliettini fu détto porte-poulet (portapolletto); da rammentare che originariamente tale scambio di bigliettini amorosi avveniva tra innamorati della medio-alta borghesia partenopea avvezza alla lingua francese usata anche nella corte per cui il mediatore fra innamorati, piú che esser détto semplicemente portabigliettini, fu détto alla francese porte-poulet; quando poi la medesima abitudine passò tra gli innamorati del popolo che non avevano dimestichezza con la lingua d’oltralpe, ma solo con l’idioma partenopeo ecco che porte-poulet (portapolletto)diventò portapullaste restando acquisito come sostantivo per indicare il mezzano, il ruffiano etc. e venne usato nell’espressione tipica Fà ‘o portapullaste. Ad litteram: fare il porta pollastri Id est: agire da mezzano, da ruffiano che rechi messaggi alternativamente all’ amoroso o all’amorosa; per traslato fare il propalatore di notizie, per il solo gusto di portarle in giro senza neppure riceverne alcun sia pure piccolo vantaggio quale ad es. una mancia che si è soliti dare ad un garzone di macellaio che rechi effettivamente dei polli acquistati e non bigliettini amorosi. Ruffiano/a s.vo m.le o f.le di questo s.vo ò già détto precedentemente; qui aggiungo solo che un tempo la suddetta funzione di intermediario, mediatore, ma di quelli onesti e non di quelli illeciti amori tra giovani coppie borghesi o piú spesso popolane, la funzione di procacciatore di matrimoni, era svolta da taluni canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano, compensati con una piccola offerta, a queste mansioni e poiché costoro indossavano delle calze tassativamente rosse ecco che la parola ruffiano che aveva un suo aspetto negativo atteso che – come ò détto – costui spesso era un mezzano di amori illeciti e/o proibiti ed estensivamente addirittura un intrallazzatore, ecco che con riguardo ai canonaci/confessori del duomo napoletano che si prestavano a far da intermediarî, mediatori, procacciatori di matrimoni, si dismise l’uso della voce ruffiano e si coniarono le semplici cauzerosse/cauzetterosse (calze rosse) con evidente riferimento a quelle indossate dai canonaci/confessori del duomo napoletano; tale clero era solito indossare non solo calze, ma anche talari di una particolare tonalità di rosso (diverso da quello cardinalizio),ma cosí brillante che li faceva riconoscer anche di lontano. Costoro oltre il generico nome di ruffiano o cauzarossa/cauzettarossa si ebbero anche quello intraducibile di rucco-rucco voce che ripeteva il suono onomatopeico ruc-ruc tipico dei colombi in amore e ciò non perché i canonaci/confessori del duomo napoletano amoreggiassero tra loro o con le fedeli, ma solo perché, con la loro azione, si impegnavano a favorire incontri d’amore tra nubendi. Ricuttaro/a s.vo m.le o f.le Con il s.vo a margine che solo iperbolicamente rientra tra i sinonimi delle voci in epigrafe, si rende in napoletano il termine lenone dell’italiano. Al proposito dirò che a Napoli da sempre il lenocinio è praticato da piccoli furfantelli e/o camorristi, uomini o donne. Temporibus illis,cioè a fine '800 i piccoli furfanti ed i camorristi venivano arrestati e finivano sotto processo durante il quale dovevano esser difesi da avvocati che,qualora non fossero affiliati alla camorra, volevano esser pagati. A mettere insieme i fondi necessarî provvedevano i compagni dei detenuti che procedevano ad una questua piú o meno vessatoria tra piccoli commercianti e bottegai sia adiacenti al Tribunale, sia operanti nel rione d’origine del/dei furfante/i sotto processo. Tale questua finalizzata era detta 'a recoveta (la raccolta) da recoveta a recotta il passo è breve e da recotta a ricuttaro è ancora piú breve;successivamente con il termine ricuttare si indicarono non soltanto i questuanti suddetti, ma piú segnatamente i lenoni,i ruffiani,i protettori,i prosseneti etc. che spessissimo traevano origine appunto dalle schiere di quei camorristi questuanti. rucco-rucco s.vo m.le e solo m.le; non è attastato un corrispondente femminile mezzano, ruffiano, paraninfo e per estensione furbesca anche prosseneta, protettore, lenone, pappone; il s.vo è dato dalla reiterazione d’una voce onomatopeica (rucc→rucco, ma talora, sia pure con poca precisione anche rucche donde rucche-rucche) riproducente il tubare dei colombi nel periodo degli amori; poiché il mezzano, il ruffiano,il paraninfo nello svolgere il suo compito di mediatore o intermediaro (che tende a persuadere solitamente una donna ad accettare gli approcci d’un uomo) è solito tenere un atteggiamento di estrema prossimità fisica con il soggetto da convincere, parlandogli sommessamente e fittamente tale atteggiamento è molto simile a quello che tengono i colombi quando amoreggiano donde il rucc→rucco dei colombi se ne è tratto la voce a margine. Ed a questo punto sarebbero esaurite le voci che strictu sensu ripeterebbero quelle dell’italiano e dell’epigrafe e potrei far punto fermo, ma nel napoletano esistono numerose altre voci partenopee di cui mette conto dire perché ripetono ad un dipresso quelle dell’italiano di cui mi sono occupato parlandone per estensione; esse sono: accordamessere s.vo m.le e f.le letteralmente chi accorda o compone rapporti interpersonali e dunque intermediario/a, mediatore/trice ed in senso esteso anche lenone, prosseneta, ruffiano, mezzano, paraninfo; la voce deriva dall’agglutinazione funzionale della voce verbale accorda con il s.vo messere; accorda è la 3ª pers. sg.ind. pres.dell’infinito accurdà =accordare, comporre rapporti, mettere d'accordo, conciliare dal lat. mediev. *accordare 'conciliare', deriv. del lat. cor - cordis 'cuore', sul modello di concordare; messere è un s.vo m.le = signore; voce antica ed ormai desueta, di sapore ironico, voce che si ritrova anche nel significato canzonatorio di stupido, sciocco e credulone in qualche poeta d’antan ( ad es.: E. Murolo che in una sua gustosa canzone di cui ora mi sfugge il titolo, lo usa ironicamente appunto in luogo di becco, affermando che una donna supera, se intende tradirlo, tutte le pastoie approntatele dal proprio uomo, giungendo, metaforicamente, a fumarselo e a farlo messere id est becco in quanto l’uomo è sciocco, stupido e credulone); la voce, ò detto di per sé etimologicamente sta per mio signore, mio sire risultando esser composta dal provenz.: mes=mio +sere/sire=signore e nella voce in esame à un significato piú generico stando ad indicare qualsiasi soggetto maschile messo d’accordo, conciliato con un soggetto dell’altro sesso dall’opera compositiva, persuasiva del/della intermediario/a, mediatore/trice ; custiunante, s.vo m.le f.le intermediario/a, mediatore/trice di affari illeciti con comportamenti implicanti dispute e diverbi;etimologicamente è una voce verbale (participio pr. dell’infinito custiunà=questionare); a sua volta custiunà è un denominale di custione che è dal lat. quaestione(m), deriv. di quaerere 'domandare, interrogare'; tipica ed interessante nel napoletano il passaggio della consonante (q) alla l'occlusiva velare sorda(c). facenniere/facennèra s.vo m.le o f.le mestatore, intrigante, intrallazzatore, traffichino, voce denominale attraverso il suff. di competenza iére (per il m.le) ed èra (per il f.le) voce denominale di facenna dal lat. facienda→facenna 'cose da farsi', propr. neutro pl. di faciendus, gerund. di facere 'fare'. mettennante s.vo m.le e f.le intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a avvezzo/a a proporre, consigliare, suggerire soprattutto donne di cui è solito esporre, porre innanzi le qualità migliori vere o presunte; la voce deriva dall’agglutinazione della voce verbale mette con l’avverbio annante=avanti; mette è la 3° pers. sg.ind. pres.dell’infinito mettere =,porre, disporre, collocare, mettere dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere' annante è dal lat. tardo abante, comp. di ab 'da' e ante 'prima'; mmezzejapiccerille s.vo m.le e f.le di per sé in primis chi istiga ed aizza bambini invogliandoli ad azioni malevoli e dunque intermediario/a, mediatore/trice intrigante e traffichino/a infido, infedele, perfido, sleale; anche questa voce deriva da una agglutinazione, quella della voce verbale mmezzeja con il s.vo pl.piccerille;mmezzeja è la 3ª pers. sg.ind. pres.dell’infinito ‘mmezzià: riferire dicerie e maldicenze o piú esattamente:suggerire azioni e/o pensieri malevoli e quindi: istigare; etimologicamente da riferire ad un tardo latino invitiare deverbale d’un in illativo + vitium = spingere all’errore e per estensione spingere ad azioni malevoli; qualcun altro propenderebbe per un ipotetico e peraltro non accertato basso latino in+*malitiare= spingere alla malizia; ma non si comprendono i motivi per lasciare una via certa e percorrerne una incerta nemmeno tanto agevole semanticamente parlando, non essendovi gran che di differente tra il vitium(errore, colpa, irregolarità) richiamato dalla prima e la supposta malitia (malizia, astuzia, furberia) della seconda; piccerille è un s.vo m.le pl. di piccerillo = bambino, piccino, ragazzino etimologicamente è voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk (donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso rillo(m.le)/rella(f.le) (cfr.piccerillo/piccerella) o altrove reniello/renella (piccereniello/piccerenella); ‘mpecajuolo/’mpecajola, s.vo m.le o f.le mediatore/trice intrigante e traffichino/a importuno/a e fastidioso/a infido/a, infedele, perfido/a, sleale che non lesina pur di pervenire al suo scopo di litigare; la voce è un denominale di‘mpeca s.vo f.le che connota un bisticcio futile, una faccenda importuna e fastidiosa, destinata però a risolversi in fretta; etimologicamente tale parola è da collegarsi ad un ant. tedesco biga (= lite) cui è anteposto un in→’m illativo;alla parola è unito il suffisso di pertinenza juolo/iola derivati del lat. olu(s)/ola; ‘mpechiero/‘mpechera, s.vo m.le o f.le sono parole antiche, ma non desuete che come altre erano in uso in famiglia e fra il popolo al tempo della mia fanciullezza ed ancóra oggi mi capita di ascoltare talvolta sulla bocca di amici o meglio di amiche riferita ad uomo,o piú spesso una donna intrigante, inframmettente, pettegola, che non disdegni – a maggior cordoglio – il raggiro, l’imbroglio nel tentativo di impicciarsi dei fatti altrui, impegolandovisi. La ricerca dell’etimo della voce a margine non mi appare complicatissiva; vi leggo molto chiaramente un deverbale del greco empleko=intratesso, intreccio addizionato dal solito suffisso di competenza era; la caduta della e iniziale di empleko giustifica il segno d’aferesi con cui preferisco scrivere ‘mpechera al posto del semplificato mpechera dove la m d’avvio priva d’aferisi potrebbe indurre qualcuno a ritenerla non etimologica, ma mera aggiunta eufonica come càpita ad. es. per la n di nc’è per c’è. ’ndrammera/’ntrammera, agg.vo e talora s.vo f.le e solo femminile atteso che un corrispondente maschile ’ndrammiero/’ntrammiero,oppure ‘ntrammettiere= uomo ,volgare, intrigante,pettegolo non è attestato e non è usato né nello scritto, né nel parlato comune;anche la voce a margine (unica voce con due grafie leggermente diverse) è voce antica ed abbondantemente desueta; letteralmente valse: donna pettegola ed intrigante, inframmettente, linguacciuta, che tesse trame; etimologicamente delle due grafie riportate la seconda (ntrammera) appare quella piú esatta e con ogni probabilità originaria atteso che risulta formata da una consonante eufonica n protetica del s.vo trama (con raddoppiamento espressivo della nasale bilabiale m) e con il suffisso di pertinenza èra; l’altra grafia (ndrammera) è palesemente ricavata dalla originaria ntrammera attraverso la sostituzione della consonante occlusiva dentale sorda t con la piú dolce consonante occlusiva dentale sonora d; percacciante agg.vo ed anche s.vo m.le e f.le procacciatore/trice, mestatore/trice, intrallazzatore/trice, traffichino/a, mediatore/trice ambiguo/a, ipocrita, sleale; etimologicamente la voce è il part. pres. del verbo percaccià = procacciare, procurare, produrre, determinare, arrecare etc.; percaccià è marcato sul fr. pourchasser e sul prov. percasar che si ritrovano anche nel siciliano e calabrese pircacciari. sanzaro/a s.vo m.le o f.le di per sé in napoletano, con la voce a margine si intende il sensale, il mediatore, l’intermediario, spec. per la compravendita di immobili o di prodotti agricoli e di bestiame. in senso estensivo chi combina matrimoni; oppure (ancóra in senso estensivo e furbesco)ed è il nostro caso) mezzano, ruffiano. La voce napoletana deriva dall’arabo simsâr→sinsâr→sansâr→sanzaro. Non mi pare ci siano altri vocaboli napoletani che strictu sensu o in maniera estensiva traducano quelli in epigrafe; per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C., interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori. e chiunque forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale

SCIÚSCIA ED ALTRE VOCI

SCIÚSCIA ED ALTRE VOCI Premesso il noto adagio: omnia munda, mundis dirò che un impertinente frequentatore (di cui, nel timore di incorrere in un reato contro la riservatezza, indico solo le iniziali: A.G.) del sito messo su dall’amico prof. R. Andria, sito cui indegnamente collaborai nel passato per informazioni circa la parlata napoletana,mi chiede proditoriamente (pensando di pormi in difficoltà) ch’io gli illustri e gli indichi oltre che il significato, un probabile, o certo etimo della voce in epigrafe. Non è mio costume farmi mettere in difficoltà con argomenti intesi scabrosi ed esimermi dal trattarli , per cui, attrezzatomi alla bisogna, raccolgo la sfida/provocazione ed entro súbito in medias res e comincerò col dire che il termine sciúscia, voce domestica,epperò intesa quasi volgare (ma - come vedremo – non penso lo sia ) è uno dei numerosi, icastici sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni visivo-gastronomiche, si è soliti indicare la vulva della donna, l’organo femminile esterno della riproduzione. Tra i piú usati di détti sinonimi, rammento: fessa, fresella, purchiacca/pucchiacca,quatturana, carcioffola, ficusecca mulignana, patana,pummarola, vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta,caccavella cestúnia,cardogna,ciaccara/ciaccarella,senga, sesca,sarcenella/sarchiella, pesecchia/pesocchia, pettenessa,chieja ‘e vesta, furnacella, tabbacchera etc. e qui di sèguito li illustrerò uno alla volta. Procediamo ordunque ordinatamente: féssa= fessura, apertura con etimo dal lat. fissa→féssa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano; fresella di per sé, letteralmente la fresella è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione, variamente condito con diversi ingredienti(in massima parte vegetali) per un gustoso asciolvere; la voce fresella è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli o nelle Puglie à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva; purchiacca o pucchiacca = letteralmente, fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina; premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti io stesso penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo; 1 -la prima ipotesi è che la voce a margine potrebbe risultar derivata dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il suff. dispreg. acca (femminilizzazione del maschile acco/accio suffisso che continua il lat. -aceu(m), usato per formare sostantivi e aggettivi alterati con valore peggiorativo . ),secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto proposto da altri quali l’Altamura, il D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono, che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto, corretto napoletano la voce usata per indicare l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee sempre in unione con un’altra erba/insalata detta arucola (rughetta), la voce dicevo è purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana è pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da prodotti ittici), cosa possa avere in comune con l’ organo femminile esterno della riproduzione; 2 - l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca fa riferimento ad una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti partire da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs) acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere; - quatturana letteralmente quattro grani; il grano fu vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens, che l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282. La Sicilia era divisa fra Aragonesi ed Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto. Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò. Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi. Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno. Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi, per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono. Torniamo al grano che, dicevo,fu vilissima moneta corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a 2,40 euro, cioè a quasi 5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto, le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la c.d. ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi di quell’edificio che fu in origine il monastero dei cosiddetti monaci di sant’Anna (in quanto ebbero come loro cappela la chiesa di sant’Anna posta all’imboccatura del Borgo sant’Antonio abate), poi sede delle Carceri san Francesco ed infine sino ad or non è guari sede degli uffici della Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto; - ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno'; - bbuatta s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite; -caccavella s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale pentolina ,piccolo paiolo di creta o talora di rame usato per la cottura di alimenti; per traslato e figuratamente valse anche grosso cappello da donna sempre per traslato come la precedente buatta indicò l’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per esser come quello un contenitore;partendo da tale accostamento con la voce a margine si indicò anche per metonimia la prostituta, soprattutto se non particolarmente avvenente e di forme sgraziate, che quel contenitore usasse; infine con la voce a margine (etimologicamente dal lat. tardo caccabella succedaneo di caccabulusdiminutivo di caccabus = paiolo,pentolone, dal greco kàkabos) per traslato sarcastico si indicò una donna che fosse grossa,grassa e bassa; piú precisamente tale donna fu détta caccavella ‘e Sessa: Sessa Aurunca (comune della provincia di Caserta, noto con il solo nome di Sessa,in origine Suessa, città appartenete alla Pentapoli Aurunca; il nome di Sessa derivò dalla felice posizione (sessio = sedile - dolce collina dal clima mite)fu una località dove veniva prodotto vasellame in terracotta, d’uso quotidiano; -chitarra (dall'ar. qîtâra, che è dal gr. kithára. che normalmente indica un noto strumento musicale a corde,provvisto di cassa armonica formata da due tavole (di cui la superiore con foro centrale, détto rosa) unite da una fascia, di paletta con meccanica per tender le corde) è usata per indicare furbescamente la vulva femminile, semanticamente richiamata dalla rosa/foro centrale, ed inteso quale strumento di piacere ; in tale medesima accezione la voce chitarra la si ritrova nella smorfia napoletana che al numero 67 fa corrispondere l’espressione ‘o totaro dint’ â chitarra letteralmente: il totano nella chitarra, e ci si trova davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figura riferirsi all’immagine del coito ( che è dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra con il foro della rosa; quanto all’etimologia abbiamo: totaro deriv. del gr. teuthís o têutòs con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu→ro. - senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum quale lettura metatetica poi femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga; - sesca propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio. Ora rammento che anche in lingua italiana, per furbesco traslato, con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè sisco soprattutto nel linguaggio colloquiale, si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco e cioè con sesca si è finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio. sarcenella/sarchiella s.vi f.li di carattere marcatamente furbesco atteso che con il termine sarcenella, ma anche con sarchiella(quantunque quest’ultima voce non trova riscontro alcuno, se non declinato al plurale ‘e ddoje sarchielle a commento del numero 66 del giuoco della tombola, e sia solo una patente corruzione della precedente sarcenella), si intende riferirsi all’organo sessuale femminile, e segnatamente a quello di una donna che per essere ancora nubile, sebbene abbastanza anziana l’abbia ispido e ben serrato a guisa di una piccola fascina (...buona solo per essere arsa!); il termine sàrcena ed il diminutivo sarcenèlla, nonché la corruzione sarchiella valse appunto in primis fascina, fardello di sterpi e poi – come ò spiegato - ebbe il significato traslato è voce derivata dal lat. sarcina(m), propr. 'bagaglio avvolto in una tela cucita', deriv. di sarcire 'cucire'; - pesecchia/pesocchia propriamente fessurina, piccola apertura atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo). - cestunia letteralmente è tartaruga che, nell’inteso comune partenopeo, è uno degli animali domestici piú longevi, che però mostrano tutti i segni del tempo trascorso sulla pelle raggrinzita e rugosa che copre capo, collo e zampe di questo piccolo rettile acquatico e/o terrestre, appartenente all'ordine dei Cheloni; esso rettile à corpo racchiuso in un robusto scudo corneo dal quale sporgono capo, zampe e coda; proprio dette rugosità e grinzosità della pelle, à fatto assegnare dai napoletani il nome di cestunia, alla raggrinzita e non piú rigogliosa vulva di una donna che passata ‘e cuttura e/o ‘e coveta cioè ormai anziana (quasi troppo cotta o raccolta tardi), sia ancóra illibata ed intonsa; l’etimo della voce cestunia si fa concordamente risalire ad un latino parlato testunia per il class. testudo; la voce napoletana à comportato la dissimilazione t-t→c-t. Prima di illustrare le voci mutuate dall’àmbito orticolo o ittico, rammento le due voci ricavate dall’àmbito dolciario; e sono brioscia e sfogliatella; brioscia s.vo f.le – 1 in primis piccolo dolce, soffice, leggero e saporito, a base di farina, burro, latte, zucchero e lievito di birra (la cosiddetta pasta brioche),d’uso segnatamente francese che viene cotto in forno in varie forme, di cui la piú tradizionale è quella di una mezza sfera sormontata da una mezza sfera più piccola, mentre in Italia è piú comune quella a mezzaluna, chiamata anche cornetto, spesso farcito di crema e/o marmellata. 2 per traslato d’uso volgare nel senso che ci occupa sesso femminile, vulva; il collegamento semantico si coglie tenendo presente che nell’inteso popolare non v’à nulla di più dolce del sesso femminile e dell’atto sessuale ch’essa permette di compiere. Voce adattamento del francese brioche; rammento che il terminein esame, nel significato sub 2, è presente in una icastica anche se becera espressione popolaresca nata nella città bassa ed improntata al piú sfrenato edonismo ed al materialismo pessimistico,espressione nella quale si afferma, giocando con numerose assonanze:’A vita, bbella mia, è ‘na brioscia, n’araputa ‘e cosce,’na ‘nfilata ‘e pesce, ‘na chiusura ‘e cascia e ttutto fernesce! Non mette conto tradurla atteso che è di facilissimo intendimento. Mette invece conto rammentare il nome di un altro gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) che viene usato per traslato furbesco per indicare appunto la vulva, il sesso femminile sfogliatella = sfogliatella s.vo f.le 1piccolo, gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla) avvolta su sé stessa e farcita con crema di semola, uova e ricotta, canditi e spezie varie; etimologicamente è un derivato di sfoglia→sfogliata→sfogliatella. 2 per traslato, ma non d’uso volgare, quanto affettuoso nel senso che ci occupa sesso femminile, vulva; la sfogliatella riccia appunto per la sua forma triangolare, a conchiglia, (vagamente rococò) oltre che per la sua dolcezza ben superiore a quella della brioche→brioscia è semanticamente accostata alla vulva femminile. E passiamo ora a tutte le voci mutuate dall’àmbito orticolo o ittico; abbiamo: - carcioffola s.vo f.le = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che non sia piú giovane e che per tanto si pensa abbia già avuto piú o meno numerosi rapporti coniugali, s’usa dire ironicamente che tene ‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola risulta derivato dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn; - cardogna s.vo f.le = s.vo f.le = cardo pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili affine al carciofo con riferimento all’ irsuto organo stretto e serrato di una di una donna matura, ma ancóra illibata; voce derivata dal lat.volg. cardunĭa marcato sul greco kardonía.La voce a margine è usata in una icastica espressione esclamativa che suona s’è ‘nfucata ‘a cardogna! (si è accalorato il cardo spinoso!), con riferimento all’innalzarsi della temperatura atmosferica durante il periodo dell’anno (primavera/estate)quando la pianta è piú rigogliosa; ma usata anche furbescamente per commentare gli improvvisi bollori d’una donna non sposata e non piú giovane, cui repentinamente si risveglino i sensi. - ciaccara s.vo f.le ed il suo diminutivo ciaccarella voci domestiche, mai intese volgari (anzi il diminutivo è pensato ipocoristico e quasi affettuoso) è uno dei numerosi, icastici sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni che investono i piú vari campi dalla gastronomia,alla botanica, alla fauna ittica etc. si è soliti indicare la vulva della donna adulta , l’organo femminile esterno della riproduzione, mentre con il diminutivo ci si riferisce alla vulva di una bambina; per quanto riguarda la semantica e l’etimologia della voce in esame,a mio avviso non penso si debba sbrigativamente parlare di voce onomatopeica (cosa mai dovrebbe fare ciacc ?)cosí come invece, pur senza chiarire, ipotizzò F.sco D’Ascoli e l’ Altamura che lo saccheggiò...Penso invece che la voce ciaccara sia stata costruita partendo dal s.vo ciacco (suino, maiale voce adattamento del greco sýbax-sýbakos→siacco→ciacco) addizionato del suffisso di competenza ara f.le di aro che continua il lat. arius; semanticamente come vedremo affrontando l’etimo di sciuscia ci troviamo a ragionare di parola (ciacco) che usata al maschile indicò il maiale,mentre usata al femminile(ciacca) sia pure solo nel parlato della città bassa indicò la scrofa e per metonimia la sua vulva; nulla osta poi che per traslato giocoso la voce passasse ad indicare anche la vulva della donna adulta e con il diminutivo poi quella di una bambina. - ficusecca s.vo f.le con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio metaplasmatico s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile. usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva. - patana, s.vo f.le= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana); - pummarola s.vo f.le = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso ; l’etimo di pummarola è, come per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l e cambio di genere per cui pummororo→pummarola; - vongola, s.vo f.le= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine, voce di origine napoletana trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di vongola è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m) da cui vongula→vongola con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.); - cozzeca, s.vo f.le= cozza, mitilo bivalve che aperto, come la precedente vongola ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso, ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di cozzeca è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca; e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da - scarola s.vo f.le = scarola letteralmente scariola, varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di scarola è dal lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca; - mulignana s.vo f.le letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente, viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto che inducesse alla pazzia. - pettenessa s.vo f.le ultima(anni ‘950) voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga, a denti lunghi e sottili, disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso semipreziosi, grosso pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in lingua napoletana, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m) da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone (derivato da un acc.vo lat. volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a m’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine, ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello, tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro, tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine. - chiéja ‘e vesta letteralmente piega di veste (femminile) siamo di fronte ad una fantasiosa, colorita espressione in uso nel parlato della borghesia medio/bassa napoletana e di conio relativamente recente risalente com’è a gli anni intorno al 1950 quando in Napoli venne in auge e si affermò il mestiere della sarta a domicilio (per donna), sarta dilettante protagonista in negativa del proverbio Parigge fa ‘a moda, Napule ll’affina e ‘a sarta ll’arruvina!( Parigi dètta la nuova moda, i couturiers napoletani la migliorano, le sartine autodidatte la rovinano). Fu proprio prendendo a spunto l’abitudine di quelle sartine di far ricorso a delle pretestuose pieghe usate per tentar di migliorar la linea di vestiti da donna, vestiti che, mal ideati e peggio cuciti, risultavano (alla prova di vestibilità) irregolari e che le sartine, una volta che gli abiti fossero indossati dalle clienti finivano addirittura per peggiorare fornendoli di innumerevoli pieghe e pieghettine; prendendo spunto da quell’abitudine si finí per assegnare icasticamente il nome di chiéja ‘e vesta (piega di veste (femminile)) al sesso femminile ritenuto semanticamente quasi una improvvida plica, una grinza, sgualcitura, spiegazzatura del basso ventre della donna. La voce chiéja è voce dal tardo lat. plica→chiega→chieja con normale passaggio del pl latino al chi napoletano (cfr. i normali sviluppi di pl→chj→chi ad es.: chino ←plenum, cchiú←plus, chiaja←plaga,platea→chiazza, chiummo←plumbeum etc.)). - tabbacchèra s.vo f.le letteralmente 1 tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto; 2 (per traslato furbesco) sesso femminile; il traslato semanticamente si spiega con ogni probabilità con il fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa, serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile. La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato traslato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera e fa riferimento ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di ridere e giocare,evitando di oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso. - furnacella s.vo f.le soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito, tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce sguessa/sguessera, s.vo f.le = mento pronunciato e sfuggente, ma non è in alcun modo chiaro quale possa essere il passaggio semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate meridionali il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 – † Roma, 15 aprile 1967),), la bazza sono resi con la voce sguessa o anche sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo, un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta, impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare gli apparenti sviamento e pronunciamento del mento; da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; infine da sguessa→sguessera. Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare. Rammento ancóra che in taluni dialetti provinciali (Capri, Visciano etc.) la vulva viene indicata anche con il nome di brasciola s.vo f.le( che, vedi alibi, di per sé indica un grosso involto di carne imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla ed in quanto tale è un s.f. derivato dal tardo latino brasa+ il suff.diminutivo ola femm. di olus; semanticamente la faccenda si spiega col fatto che originariamente la brasola fu una fetta di carne da cuocere alla brace, e successivamente con la medesima voce adattata nel napoletano con normale passaggio della esse + vocale (so) al palatale scio che generò da brasola→ brasciola si intese non piú una fetta di carne da cucinare alla brace, ma la medesima fetta divenuto grosso involto imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla e molto frequentemente, ma non necessariamente sugo di pomidoro, involto che è d’uso consumare caldissimo.Furbescamente, come ò détto, in talune province con tale voce viene indicata la vulva, con riferimento semantico alla focosità e carnalità del sesso femminile. A Napoli dove sono in uso numerose voci per indicar la vulva, questa provinciale brasciola non viene di norma usata. Esaurita la spiegazione delle voci elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce proditoriamente propostami dal sig. A.G. Parliamo cioè della sciuscia. - sciuscia s.vo f.le. Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale. Per la verità dico súbito che solo tre calepini della parlata napoletana ( l’antico D’Ambra,ed i piú vicini Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali vocabolaristi àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma a mio avviso, maldestramente, per un inconferente generico idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio! Personalmente penso di poter proporre altri due etimi di cui il primo, pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flos→sciore etc.) e ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia si è potuto avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è il corrispondente ía greco che sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è philosòphia(m), mentre in greco è philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti e, nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati) possa esser contentata cosí come m’auguro sia soddisfatto il provocatorio sig. A.G. e chiunque altro fosse interessato all'argomento. Satis est. Raffaele Bracale

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1.AJE VOGLIA 'E METTERE RUMMA, 'NU STRUNZO NUN ADDIVENTA MAJE BABBÀ. Letteralmente: Puoi anche irrorarlo con parecchio rum,tuttavia uno stronzo non diventerà mai un babà. Id est: un cretino, uno sciocco per quanto si cerchi di truccarlo, edulcorare o esteriormente migliorare, non potrà mai essere una cosa diversa da ciò che è... 2.SI 'A MORTE TENESSE CRIANZA, ABBIASSE A CHI STA 'NNANZE. Letteralmente: Se la morte avesse educazione porterebbe via per primi chi è piú innanzi, ossia è piú vecchio... Ma, come altre volte si dice, la morte non à educazione, per cui non è possibile tenere conti sulla priorità dei decessi. 3.PURE 'E CUFFIATE VANNO 'MPARAVISO. Anche i corbellati (cioè gli scherniti, i derisi, i dileggiati, i gabbati) vanno in Paradiso. Cosí vengono consolati o si autoconsolano i dileggiati prefigurando per loro o autoprefigurandosi il premio eterno per ciò che son costretti a sopportare in vita. Il cuffiato napoletano è il corbellato cioè il portatore di un peso anche figurato; il corbello è in arabo: quffa donde il cuffiato napoletano. 4.'O PURPO SE COCE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si cuoce con la propria acqua, non à bisogno di aggiunta di liquidi. Id est: Con le persone di dura cervice o cocciute è inutile sprecare tempo e parole, occorre pazientare e attendere che si convincano da se medesime. 5. 'A GATTA, PE GGHÍ 'E PRESSA, FACETTE 'E FIGLIE CECATE. La gatta, per andar di fretta, partorí figli ciechi. La fretta è una cattiva consigliera. Bisogna sempre dar tempo al tempo, se si vuol portare a termine qualcosa in maniera esatta e confacente. 6.FÀ 'E CCOSE A CAPA 'E 'MBRELLO. Agire a testa (manico) di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione è usata sarcasticamente a commento di chi colpevolmente agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente, alla carlona. 7.CHI NUN SENTE A MMAMMA E PPATE, VA A MURÍ ADDÓ NUN È NNATO... Letteralmente: chi non ascolta i genitori, finisce per morire esule. Id est: bisogna ascoltare e mettere in pratica i consigli ricevuti dai genitori e dalle persone che ti vogliono bene, per non incorrere in disavventure senza rimedio. 8.È GGHIUTA 'A MOSCA DINT' Ô VISCUVATO... Letteralmente: È finita la mosca nella Cattedrale. È l'icastico commento profferito da chi si lamenta di un risibile asciolvere somministratogli, che non gli à tolto la fame. In effetti un boccone nello stomaco, vi si disperde, quasi come una mosca entrata in una Cattedrale... Per traslato la locuzione è usata ogni volta che ciò che si riceve è parva res, rispetto alle attese... 9.CU 'NU SÍ TE 'MPICCE E CU 'NU NO TE SPICCE. Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... in quanto si impegna a fornire opere o largizioni che possono comportare seccature, impicci, beghe, grane; molto meglio, dunque, è il rifiutare, cosa che può evitare fastidi prossimi o remoti. 10. TENÉ 'A SALUTE D''A CARRAFA D''A ZECCA Ad litteram:tenere la salute (consistenza) della caraffa della Zecca. Id est: essere molto cagionevoli di salute al segno di poter essere figuratamente rapportati alla estrema fragilità della ampolla di sottilissimo vetro, (la cui capacità era di litri 0,727= ampolla che marcata, tarata e conservata presso la Regia Zecca Napoletana era la unica atta ad indicare la precisa quantità dei liquidi contenuti ed alla sua capacità dovevano uniformarsi le ampolle poste in commercio. 11.TENGO 'E LAPPESE A QUADRIGLIÈ, CA M'ABBALLANO PE CAPA. Letteralmente: Ò le matite a quadretti che mi ballano in testa. Presa alla lettera la locuzione non significherebbe niente. In realtà "lappese a quadrigliè" è la corruzione dell'espressione latina lapis quadratus o opus reticulatum antica tecnica di costruzione muraria romana consistente nel sovrapporre, facendo combaciare le facce laterali e tenendo la base rivolta verso l'esterno, ed il vertice verso l'interno, piccole piramidi di tufo o altra pietra, per modo che chi guardasse il muro, cosí costruito, avesse l'impressione di vedere una serie di quadratini orizzontati diagonalmente. Questa costruzione richiedeva notevole precisione ed attenzione con conseguente applicazione mentale tale da procurare nervosismo et similia. lapis quadratus fu corrotto nel parlato in lapis quadrella(tus) donde làppese a quadrigliè. 12.PARÉ 'A SPORTA D''O TARALLARO. Sembrare la cesta del venditore dei taralli. La locuzione è usata innanzi tutto per indicare chi, per motivi di lavoro o di naturale instabilità, si sposta continuamente, come appunto il venditore di taralli che con la sua cesta, per smaltire tutta la merce fa continui lunghi giri. C'è poi un'altra valenza della locuzione. Poiché gli avventori di taralli son soliti servirsi con le proprie mani affondandole nella cesta colma di tartalli per scegliere, alla stessa maniera c'è chi consente agli altri di approfittare e servirsi delle sue cose, ma lo fa piú per indolenza che per magnanimità. 13.LÀSSEME STÀ CA STONGO'NQUARTATO! Lasciami perdere perché sono irritato, scontroso, adirato. Per cui non rispondo delle mie reazioni... La locuzione prende il via dal linguaggio degli schermidori: stare inquartato, ossia in quarta posizione che è posizione di difesa, ma anche di prevedibile prossimo attacco il che presuppone uno stato di tensione massima da cui possono scaturire le piú varie reazioni. 14.SE FRUSCIA PINTAURO, D''E SFUGLIATELLE JUTE 'ACITO. Si vanta PINTAURO delle sfogliatelle inacidite. Occorre sapere che Pintauro era un antico pasticciere napoletano che, normalmente, produceva delle ottime sfogliatelle dolce tipico derivato per altro da uno analogo inventato dalle suore del convento amalfitano (Furore) di Santa Rosa e prodotte poi nel convento partenopeo detto Croce di Lucca. La locuzione è usata nei confronti di chi continua a pavoneggiarsi vantandosi di propri supposti meriti, anche quando invece i risultati delle sue azioni sono piuttosto deprecabili. 15. CU CCARCERE, MALATIA E NNICISSITÀ, SE SCANAGLIA 'O CORE 'E LL'AMICE. Carcere, malattia e necessità fanno conoscere la vera indole, il vero animo, degli amici. scanaglià = indagare, saggiare, tastare,investigare, sondare, andare a fondo; voce denominale di un lat. volg. *scandàc(u)lu(m)→scan(d)aclu→scanaglio, [deriv. del class. scandere]; 16.MURÍ CU 'E GUARNEMIENTE 'NCUOLLO. Letteralmente: morire con i finimenti addosso. La locuzione di per sé fa riferimento a quei cavalli che temporibus illis, quando c'erano i carretti e non i camioncini, tiravano le cuoia per istrada, ammazzati dalla fatica, con ancóra i finimenti addosso.Per traslato l'espressione viene riferita, o meglio veniva riferita a quegli inguaribili lavoratori che oberati di lavoro, stramazzavano,anche figuratamente, ma non recedevano dal compiere il proprio dovere.... Altri tempi! Oggi temo sia impossibile trovare, non dico uno stakanovista, ma un lavoratore che faccia per intero il suo dovere... 17.NISCIUNO TE DICE: LÀVATE 'A FACCIA CA PARE CCHIÚ BBELLO 'E ME. Nessuno ti dice: Làvati il volto cosí sarai piú bello di me. Ossia:non aspettarti consigli atti a migliorarti, in ispecie da quelli con cui devi confrontarti. 18.QUANN' UNO S'À DDA 'MBRIANCÀ, È MMEGLIO CA 'O FFA CU 'O VINO BBUONO. Quando uno decide d'ubriacarsi è meglio che lo faccia con vino buono. Id est: Se c'è da perdere la testa è piú opportuno farlo per chi o per qualcosa per cui valga la pena. 19.SCIORTA E CAUCE 'NCULO, VIATO A CCHI 'E TTÈNE! Beato chi à fortuna e spintarelle ovvero raccomandazioni! 20.ANCAPPA PE PRIMMO, FOSSERO PURE MAZZATE! Letteralmente: Acchiappa per primo, anche se fossero botte! L'atavica paura della miseria spinge la filosofia popolare a suggerire iperbolicamente di metter le mani su qualsiasi cosa, anche rischiando le percosse, per non trovarsi - in caso contrario - nella necessità di dolersi di non aver niente! 21.PARONO 'O SERVEZZIALE E 'O PIGNATIELLO. Sembrano il clistere e il pentolino. La locuzione viene usata per indicare due persone che difficilmente si separano, come accadeva un tempo quando i barbieri che erano un po' anche cerusici,chiamati per praticare un clistere si presentavano recando in mano l'ampolla di vetro atta alla bisogna ed un pentolino per riscaldarvi l'acqua occorrente... 22.QUANNO CHIOVONO PASSE E FICUSECCHE. Letteralmente: quando piovono uva passita e fichi secchi - Id est: mai. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare l'impossibilità di un accadimento che si pensa possa avverarsi solo quando dal cielo piovano leccornie, cosa che avvenne una sola volta quando il popolo ebraico ricevette il dono celeste della manna... 23.CHI ATO NUN TÈNE, SE COCCA CU 'A MUGLIERA... Chi non à altre occasioni, si accontenta di sua moglie, id est:far di necessità virtú. 24.NUN SPUTÀ 'NCIELO CA 'NFACCIA TE TORNA! Non sputare verso il cielo, perché ti ricadrebbe in volto! Id est: le azioni malevole fatte contro la divinità, ti si ritorcono contro. 25.CHIJARSELA A LIBBRETTA. Letteralmente:piegarsela a libretto. È il modo piú comodo per consumare una pizza, quando non si possa farlo comodamente seduti al tavolo e si sia costretti a farlo in piedi; si procede alla piegatura in quattro parti della pietanza circolare che assume quasi la forma di un piccolo libro (libbretta) e si può mangiarla riducendo al minimo il pericolo di imbrattarsi di condimento.Per estensione, locuzione usata per significare che si sta accettando una situazione contraria malvolentieri e per puro bisogno. Id est: obtorto collo, per necessità far buon viso a cattivo gioco. 26.VENNERE 'A SCAFAREA PE SICCHIETIELLO. Letteralmente:Vendere una grossa insalatiera presentandola come un secchiello.Figuratamente,la locuzione la si adopera sarcasticamente nei confronti di chi decanti la nettezza dei costumi di una donna, che invece notoriamente sia stata conosciuta biblicamente da parecchi. 27.S'È ARRECCUTO CRISTO CU 'NU PATERNOSTRO. o anche S'È ARRENNUTO CRISTO CU 'STU PATERNOSTRO Letteralmente: Si è arricchito Cristo con un padre nostro o anche Si è arreso Cristo con questo padre nostro! Ironiche locuzioni da ripetersi a commento dell’illusoria azione di chi speri di cavarsela con poca fatica e piccolo impegno, come chi volesse appunto ingraziarsi Iddio e trarlo dalla propria parte con la semplice recita di un solo pater. 28. 'E SÀBBATO, 'E SÚBBETO E SENZA PREVETE! Di sabato, di colpo e senza prete! È il grave, malevolo augurio che si lancia all'indirizzo di qualcuno cui si augura di morire in un giorno prefestivo, cosa che impedisce la sepoltura il giorno successivo, di morire di colpo senza poter porvi riparo e di non poter godere nemmeno del conforto religioso 29. A PPESIELLE NE PARLAMMO. Letteralmente: Parliamone al tempo dei piselli -(quando cioè avremo incassato i proventi della raccolta e potremo permetterci nuove spese...) Id est: Rimandiamo tutto a tempi migliori. 30. JÍ CERCANNO OVA 'E LUPO E PIETTENE 'E QUINNICE. Letteralmente:Andare alla ricerca di uova di lupo e pettini da quindici (denti). Id est: andare alla ricerca di cose introvabili o impossibili; nulla quaestio per le uova di lupo che è un mammifero per ciò che concerne i pettini bisogna sapere che un tempo i piú conosciuti nel popolo erano i pettini dei cardalana e tali attrezzi non contavano mai piú di tredici denti... brak

VARIE 4076

1.METTERE LL'UOGLIO 'A COPP' Ô PERETTO. Letteralmente: aggiungere olio al contenitore del vino. Id est:colmare la misura (sia in senso positivo che – piú spesso – in senso negativo). La locuzione viene usata sia per indicare che è impossibile ed inutile procedere oltre in una situazione, perché la misura è colma, sia per dolersi di qualcuno che, richiesto d'aiuto, abbia invece completato un'azione distruttrice o contraria al richiedente. Un tempo sulle damigiane colme di vino veniva versato un piccolo strato d'olio a mo' di suggello e poi si procedeva alla tappatura, avvolgendo una tela di sacco intorno alla imboccatura del contenitore vitreo. 2.QUANNO JESCE 'A STRAZZIONA, OGNE FFESSO È PRUFESSORE... Quando è avvenuta l'estrazione dei numeri del lotto, ogni sciocco diventa professore. la locuzione viene usata per sottolineare lo stupido comportamento di chi,incapace di fare qualsiasi previsione o di dare documentati consigli, s'ergono a profeti e professori, solo quando, verificatosi l'evento de quo, si vestono della pelle dell' orso...volendo lasciar intendere che avevano previsto l'esatto accadimento o le certe conseguenze...di un comportamento. 3.'A MONECA 'E CHIANURA:MUSCIO NUN 'O VULEVA MA TUOSTO LE FACEVA PAURA... La suora di Pianura:tenero non lo voleva, ma duro le incuoteva paura (si sottointende :il pane). La locuzione viene usata nei confronti degli incontentabili o degli eterni indecisi... 4.FÀ 'E SCARPE A UNO E COSERLE 'NU VESTITO. Letteralmente:confezionare scarpe ad uno e cucirgli un vestito.Id est: far grave danno a qualcuno o augurargli di decedere.Un tempo alla morte di qualcuno gli si metteva indosso un abito nuovo e gli si facevano calzare scarpe approntate a bella posta. 5.TIENE 'A CASA A DDOJE PORTE. Letteralmente: Ài la casa con due porte d'ingresso.Locuzione ingiuriosa in cui si adombra l'infedeltà della moglie di colui cui la frase viene rivolta.In effetti la casa con due usci d'ingresso consentirebbe l'entrata e l'uscita del marito e dell'amante senza che i due venissero a contatto. 6.FÀ ACQUA 'A PIPPA. Letteralmente: la pipa fa acqua; id est: la miseria incombe, ci si trova in grandi ristrettezze.Icastica espressione con la quale si suole sottolineare lo stato di grande miseria in cui versa chi sia il titolare di questa pipa che fa acqua. Sgombro subito il campo da facili equivoci: con la locuzione in epigrafe la pipa, strumento atto a contenere il tabacco per fumarlo, non ha nulla da vedere; qualcuno si ostina però a vedervi un nesso e rammentando che quando a causa di un cattivo tiraggio, la pipa inumidisce il tabacco acceso impedendogli di bruciare compiutamente, asserisce che si potrebbe affermare che la pipa faccia acqua. Altri ritengono invece che la pipa in questione è quella piccola botticella spagnola nella quale si conservano i liquori, botticella che se contenesse acqua starebbe ad indicare che il proprietario della menzionata pipa sarebbe cos í povero, da non poter conservare costosi liquori, ma solo economica acqua. Mio avviso è che la pippa in epigrafe sia qualcosa di molto meno casto e della pipa del fumatore, e di quella del beone spagnolo e stia ad indicare, molto pi ú prosaicamente il membro maschile che laddove, per sopravvenuti problemi legati all’ età o altri malanni, non fosse pi ú in grado di sparger seme si dovrebbe contentare di emettere i liquidi scarti renali, esternando cos í la sua sopravvenuta miseria se non economica, certamente funzionale. 7.SANT'ANTUONO, SANT' ANTUONO TECCOTE 'O VIECCHIO E DAMME 'O NUOVO E DAMMILLO FORTE FORTE, COMME Â VARRA 'E ARRETO Â PORTA... Sant' Antonio, sant' Antonio eccoti il vecchio e dammi il nuovo, e dammelo forte, forte come la stanga di dietro la porta. La filastrocca veniva recitata dai bambini alla caduta di un dente, anche se non si capisce perché si invochi sant' Antonio, che poi non è il santo da Padova, ma è il santo anacoreta egizio. 8.FACESSE 'NA CULATA E ASCESSE 'O SOLE! Letteralmente: Facessi un bucato e spuntasse il sole!Id est: avessi un po' di fortuna...La frase viene profferita con amarezza da chi veda il proprio agire vanificato o per concomitanti contrari avvenimenti o per una imprecisata sfortuna che ponga il bastone tra le ruote, come avverrebbe nel caso ci si sia dedicati a fare il bucato e al momento di sciorinarlo ci si trovi a doversi adattare ad una giornata umida e senza sole ,cosa che impedisce l'ascigatura dei panni lavati. 'a culata è appunto il bucato ed è detto colata per indicare il momento della colatura ossia del versamento sui panni, sistemanti in un grosso capace contenitore,dell'acqua bollente fatta colare sui panni attraverso un telo sul quale , temporibus illis, era sistemata la cenere ricca di per sé di soda(in sostituzione di chimici detergenti), e pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)... 9.CARTA VÈNE E GGHIUCATORE S'AVANTA... La sorte lo soccorre fornendoglii carte buone che gli permettono di vincere, ed il giocatore se ne vanta, come se il merito della vittoria fosse da attribuire alla sua abilità e non alla fortuna di aver avuto un buon corredo di carte vincenti. La locuzione è usata per commentare l'eccessiva autoesaltazione di taluni che voglion far credere di essere esperti e capaci, laddove son solo fortunati! 10.'A FEMMENA È 'NU VRASIERE, CA S'AUSA SULO Â SERA. La donna è un braciere che si usa solo di sera. Locuzione violentemente antifemminista che riduce la donna ad un dispensatore di calore da usare però parsimoniosamente solo a sera, nel letto 11.AMMORE, TOSSE E RROGNA NUN SE PONNO ANNASCONNERE. Amore, tosse e scabbia non si posson celare:ànno manifestazioni troppo palesi. 12.PARONO 'O SERVEZIALE E 'O PIGNATIELLO. Sembrano il clistere e il pentolino. La locuzione viene usata per indicare due persone che agiscano di conserva o che difficilmente si separano, come accadeva un tempo quando i barbieri che erano un po' anche cerusici,chiamati per praticare un clistere si presentavano recando in mano l'ampolla di vetro atta alla bisogna ed un pentolino per riscaldarvi l'acqua occorrente... Concetto analogo è espresso nella locuzione: 12bis. STANNO CAZZA E CUCCHIARA. Ad litteram:stanno (come) secchio della calcina e cucchiaia. - Cioè:vanno di pari passo, stanno sempre insieme. Icastica espressione usata in riferimento a chi sia uso procedere cotidie di conserva con qualche altro Erroneamente qualcuno riferisce il modo di dire con l’espressione: Stà tazza e cucchiaro (stare tazza e cucchiaio), espressione inesatta innanzi tutto perché la posata che accompagna la tazza, a Napoli è esclusivamente riportata come diminutivo: ‘o cucchiarino (il cucchiaino) o come ‘o cucchiaro (il cucchiaio) nel caso che con la voce tazza ci si riferisca non alla chicchera per il caffé, ma all’ampia scodella per il latte, ed invece la locuzione, sulle labbra dei vecchi napoletani comporta la presenza della grossa cucchiara, cioè della cazzuola l’arnese tipico dei muratori,arnese che non viene ovviamente usato né per accompagnare la tazzina da caffè, né il tazzone/scodella da latte, ma per mescolare la calcina nella cazza e per spargerla! 13.QUANNO CHIOVONO PASSE E FICUSECCHE. Letteralmente: quando piovono uva passita e fichi secchi - Id est: mai. La locuzione viene usata quando si voglia sottolineare l'impossibilità di un accadimento che si pensa possa avverarsi solo quando dal cielo piovano leccornie, cosa che avvenne una sola volta quando il popolo ebraico ricevette il dono celeste della manna... 14.CHI ATO NUN TÈNE, SE COCCA CU 'A MUGLIERA... Chi non à altre occasioni, si accontenta di sua moglie, id est:far di necessità virtú. 15.NUN SPUTÀ 'NCIELO CA 'NFACCIA TE TORNA! Non sputare verso il cielo, perché ti ricadrebbe in volto! Id est: le azioni malevole fatte contro la divinità, ti si ritorcono contro. Brak

QUANNO CHIOVENO PASSE E FFICUSECCHE.

QUANNO CHIOVENO PASSE E FFICUSECCHE. Ad litteram: quando pioveranno uva passita e fichi secchi Id est: mai; La locuzione è usata, per dileggio, a sarcastico commento di avvenimenti che si pensa non potranno mai verificarsi, o di situazioni che vengono ritenute non suscettibili di miglioramento alcuno, che potrebbe verificarsi solo nel caso di una fortuita ipotetica pioggia(novella manna) di uva passita e fichi secchi, evento - peraltro – ritenuto chiaramente impossibile da verificarsi. quanno = quando, allorché ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. di tempo derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd>nn; chiovono= letteralmente piovono voce verbale (3° pers. plur. ind. presente) dell’infinito chiovere che è dal latino pluere con tipico passaggio di pl>chi (vedi alibi: plaga>chiaia etc.) ed epentesi eufonica della v (vedi alibi:ruina>rovina, vidua>vedova etc.).Da notare che il verbo a margine, pur essendo indicativo presente è reso in italiano con il tempo futuro che acconciamente avrebbe dovuto essere: chiuvarranno che è il futuro, tempo che pur essendo previsto nella lingua napoletana è pochissimo usato, sostituito quasi sempre dall’indicativo presente o dalla costruzione verbale: devo da= aggi’’a etc. Ad es.: Domani mi taglierò i capelli si rende con: Dimane me taglio ‘e capille oppure Dimane m’aggi’’a taglià ‘e capille. passe = uva passita o passa; trattasi di un aggettivo sostantivato, plurale di passo: appassito, secco: uva passa e come tale derivato dal lat. passu(m), part. pass. di pandere 'aprire, stendere'; propr. 'steso a seccare, ad appassire'; ficusecche = fichi secchi; in napoletano plurale della voce femminile: ficusecca con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile. RaffaeleBracale

VARIE 4075

1. Tené 'e fruvole dint'ô mazzo. Letteralmente: avere i fulmini, i razzi nel sedere. Icastica espressione con la quale si indicano i ragazzi un po' troppo vivaci ed irrequieti ritenuti titolari addirittura di fuochi artificiali allocati nel sedere, fuochi che con il loro scoppiettio costringono i ragazzi a non stare fermi, anzi a muoversi continuamente per assecondare gli scoppiettii. La locuzione viene riferita soprattutto ai ragazzi, ma anche a tutti coloro che non stanno quieti un momento. Letteralmente 'e fruvole sono i fulmini, le folgori dal latino fulgor con roticizzazione e successiva metatesi della elle. 2. RUMMANÉ Â PREVETINA O COMME A DON PAULINO. Rimanere alla maniera dei preti o come don Paolino. Id est: Rimanere in condizioni economiche molto precarie addirittura come un mitico don Paolino, sacerdote nolano che, non avendo di che comprare ceri per celebrar messa, si doveva accontentare di tizzoni accesi. 3. TANTO VA 'A LANCELLA ABBASCIO Ô PUZZO, CA CE RUMMANE 'A MANECA. Letteralmente: tanto va il secchio al fondo del pozzo che ci rimette il manico. Il proverbio con altra raffigurazione, molto piú icastica, ripete il toscano: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, e ne adombra il significato sottointendendo che il ripetersi di talune azioni, a lungo andare, si rivelano dannose per chi le compie. La lancella è una brocca o un vaso di creta, quella della locuzione è propriamente un secchio atto a contenere acqua o ad attingerne dal pozzo; in tal caso è un secchio in terraglia o provvisto di doghe lignee e di un manico in metallo che, sollecitato lungamente, finisce per staccarsi dal secchio.la voce lancella/langella è dal lat. lanx-lancis e dai suoi diminutivi lancula e lancella 4. SIGNORE MIO SCANZA A MME E A CCHI COGLIE. Letteralmente: Signore mio fa salvo me e chiunque possa venir colto. E' la locuzione invocazione rivolta a Dio quando ci si trovi davanti ad una situazione nella quale si corra il pericolo di finire sotto i colpi imprecisi e maldestri di qualcuno che si stia cimentando in operazioni non supportate da perizia. 5. ESSERE 'NA GUALLERA CU 'E FILOSCE. Letteralmente: essere un'ernia corredata di frittate d'uova. Icastica offensiva espressione con cui si denota una persona molle ed imbelle dal carattere debole quasi si tratti di una molle pendula ernia a cui siano attaccate, per maggior disdoro delle ugualmente molli e spugnose frittatine d'uova. 6. Mettere a uno 'ncopp' a 'nu puorco. Letteralmente: mettere uno a cavallo di un porco. Id est: sparlar di uno, spettegolarne, additarlo al ludibrio degli altri, come avveniva anticamente quando al popolino era consentito condurre alla gogna il condannato trasportandolo a dorso di maiale – animale di cui la città di Napoli brulicava essendo detta bestia allevata da chiunque e dovunque – affinché il condannato venisse notato da tutti e fatto segno di ingiurie e contumelie. 7. Oramaje à appiso 'e fierre a sant' Aloja. Letteralmente: ormai à appeso i ferri a sant'Eligio. Id est: ormai non à piú velleità sessuali,(à raggiunto l'età della senescenza ...)Il sant'Aloja della locuzione è sant'Eligio (in francese Alois) al mercato, basilica napoletana dove i cocchieri di piazza andavano ad appendere i ferri dei cavalli che, per raggiunti limiti di età, smettevano di lavorare. Da questa consuetudine, nacque il proverbio ammiccante nei confronti degli anziani. 8. Si me metto a ffà cappielle, nascéno criature senza capa. Letteralmente: se mi metto a confezionare cappelli nascono bimbi senza testa. Iperbolica amara considerazione fatta a Napoli da chi si ritenga titolare di una sfortuna macroscopica. 9. A - Nun fa pérete a chi tène culo. B - Nun dà ponie a chi tène mane. I due proverbi in epigrafe, in fondo con parole diverse mirano allo stesso scopo: a consigliare cioè colui a cui vengon rivolti di porre parecchia attenzione al proprio operato per non incorrere - secondo un noto principio fisico - in una reazione uguale e contraria che certamente si verificherà; nel caso sub A, infatti è facile attendersi una salve di peti da parte di colui che, provvisto di sedere, sia stato fatto oggetto di una medesima salve. Nel caso sub B, chi à colpito con pugni qualcuno si attenda pure la medesima reazione se il colpito è provvisto di mani. 10. 'A sciorta 'e Cazzetta: iette a piscià e se ne cadette. Letteralmente: la cattiva fortuna di Cazzetta che si dispose a mingere e perse per caduta l'organo deputato alla bisogna. Iperbolica locuzione costruita dal popolo napoletano intorno ad un fantomatico Cazzetta ritenuto cosí sfortunato da non potersi permettere le piú elementari funzioni fisiologiche senza incorrere in danni incommensurabii. La locuzione è l'amaro commento fatto da chi veda le proprie opere non produrre gli sperati risultati positivi, ma al contrario negatività non prevedibili. 11. Quanno chiovono passe e ficusecche. Letteralmente: quando cadono dal cielo uva passita e fichi secchi. Id est: mai. La locuzione viene usata quale risposta dispettosa a chi chiedesse quando si potrebbe verificare un accadimento ritenuto invece dalla maggioranza irrealizzabile. 12. 'O culo 'e mal'assietto nun trova maje arricietto. Letteralmente: il sedere che siede malvolentieri non trova mai tregua. Per solito, con la frase in epigrafe si fa riferimento al continuo dimenarsi anche da seduti che fanno i ragazzi incapaci di porre un freno alla loro voglia di muoversi. 13. Fatte 'e cazze tuoje e vide chi t''e fa fà... Letteramente:Fatti i peni tuoi e vedi chi te li fa fare. Id est: impicciati dei casi tuoi e procura di trovare qualcuno che ti aiuti in tal senso.Il mondo è pieno, purtroppo di gente incapace di restare nel proprio ambito che gode ad intromettersi negli affari altrui dispensando consigli non richiesti che il piú delle volte procurano ulteriori affanni, invece di lenire la situazione di coloro a cui vengon rivolti i sullodati consigli. L'invito dell'epigrafe è perentorio e non ammette repliche. 14. Essere all'abblativo. Letteralmente: essere all'ablativo. Id est: essere alla fine, alla conclusione e, per traslato, trovarsi nella condizione di non poter porre riparo a nulla. Come facilmente si intuisce l'ablativo della locuzione è appunto l'ultimo caso delle declinazioni latine. 15. Essere muro e mmuro cu 'a Vicaria. Letteralmente: essere adiacente alle mura della Vicaria. Id est: essere prossimo a finire sotto i rigori della legge per pregressi reati che stanno per esser scoperti. La Vicaria della locuzione era la suprema corte di giustizia operante in Napoli dal 1550 ed era insediata in CastelCapuano assieme alle carceri viceregnali. Chi finiva davanti alla corte della Vicaria e veniva condannato, era subito allocato nelle carceri ivi esistenti o in quelle vicinissime di San Francesco. 16. Cu 'o tiempo e c 'a paglia... s’ammaturano ‘e nespole Letteralmente: col tempo e la paglia (maturano le nespole). La frase, pronunciata anche non interamente, ma solo con le parole in epigrafe vuole ammonire colui cui viene rivolta a portare pazienza, a non precorrere i tempi, perché i risultati sperati si otterranno solo attendendo un congruo lasso di tempo, come avviene per le nespole d'inverno o coronate che vengono raccolte dagli alberi quando la maturazione non è completa e viene portata a compimento stendendo le nespole raccolte su di un letto di paglia in locali aerati e attendendo con pazienza: l'attesa porta però frutti dolcissimi e saporiti. 17. Sî arrivato alla monaca ‘e lignammo. Letteralmente: sei giunto presso la monaca di legno. Id est: sei prossimo alla pazzia. Anticamente la frase in epigrafe veniva rivolta a coloro che davano segni di pazzia o davano ripetutamente in escandescenze. La monaca di legno dell’epigrafe altro non era che una statua lignea raffigurante una suora nell’atto di elemosinare . Detta statua era situata sulla soglia del monastero delle Pentite presso l’Ospedale Incurabili di Napoli, ospedale dove fin dal 1600 si curavano le malattie mentali. 18. Stammo all'evera. Letteralmente: stiamo all'erba. Id est: siamo in miseria, siamo alla fine, non c'è piú niente da fare. L'erba della locuzione con l'erba propriamente detta c'entra solo per il colore; in effetti la locuzione, anche se in maniera piú estensiva, richiama quasi il toscano: siamo al verde dove il verde era il colore con cui erano tinte alla base le candele usate nei pubblici incanti: quando, consumandosi, la candela giungeva al verde, significava che s'era giunti alla fine dell'asta e occorreva tentare di far qualcosa se si voleva raggiunger lo scopo dell'acquisto del bene messo all'incanto; dopo sarebbe stato troppo tardi. 19. Hê sciupato ‘nu Sangradale. Letteralmente: Ài sciupato un sangradale. Lo si dice di chi, a furia di folli spese o cattiva gestione dei propri mezzi di fortuna, dilapidi un ingente patrimonio al punto di ridursi alla miseria piú cupa ed esser costretti, magari, ad elemosinare per sopravvivere; il sangradale dell'epigrafe è il santo graal la mitica coppa in cui il Signore istituí la santa Eucarestia durante l'ultima cena e nella quale coppa Giuseppe d'Arimatea raccolse il divino sangue sgorgato dal costato di Cristo a seguito del colpo infertogli con la lancia dal centurione sul Golgota. Si tratta probabilmente di una leggenda scaturita dalla fantasia di Chrétien de Troyes che la descrisse nel poema Parsifal di ben 9000 versi e che fu ripresa da Wagner nel suo Parsifal dove il cavaliere Galaad, l'unico casto e puro, riesce nell'impresa di impossessarsi del Graal laddove avevan fallito tutti gli altri cavalieri non abbastanza puri. 20. Fatte capitano e magne galline. Letteralmente: diventa capitano e mangerai galline. Id est: la condizione socio-economica di ciascuno, determina il conseguente tenore di vita (olim il mangiar gallina era ritenuto segno di lusso e perciò se lo potevano permettere i facoltosi capitani non certo i semplici, poveri soldati). La locuzione à pure un'altra valenza dove l'imperativo fatte non corrisponde a diventa, ma a mostrati ossia: fa le viste di essere un capitano e godine i benefici. 21. Chi nasce tunno nun pò murí quatro. Letteralmente: chi nasce tondo non può morire quadrato. Id est: è impossibile mutare l'indole di una persona che, nata con un'inclinazione, se la porterà dietro per tutta la vita. La locuzione, usata con rincrescimento osservando l'inutilità degli sforzi compiuti per cercar di correggere le cattive inclinazioni dei ragazzi, in fondo traduce il principio dell'impossibilità della quadratura del cerchio. 22. A chi parla areto, 'o culo le risponne. Letteralmente: a chi parla alle spalle gli risponde il sedere. La locuzione vuole significare che coloro che parlano alle spalle di un individuo, cioè gli sparlatori, gli spettegolatori meritano come risposta del loro vaniloquio una salve di peti. 23. A craje a craje comme â curnacchia. Letteralmente: a crai, a crai come una cornacchia. La locuzione, che si usa per commentare amaramente il comportamento dell'infingardo che tende a procrastinare sine die la propria opera, gioca sulla omofonia tra il verso della cornacchia e la parola latina cras che in napoletano suona craje e che significa: domani, giorno a cui suole rimandare il proprio operato chi non à seria intenzione di lavorare . 24. Chello ca nun se fa nun se sape. Letteralmente:(solo) ciò che non si fa non si viene a sapere. Id est: La fama diffonde le notizie e le propaga, per cui se si vuole che le cose proprie non si sappiano in giro, occorre non farle, giacché ciò che è fatto prima o poi viene risaputo. 76 'O pesce gruosso, magna 'o piccerillo. Letteralmente: il pesce grande mangia il piccolo. Id est piú generalmente: il potente divora il debole per cui se ne deduce che è lotta impari destinata sempre all'insuccesso quella combattuta da un piccolo contro un grande. 77 'O puorco se 'ngrassa pe ne fà sacicce. Letteralmente: il maiale è ingrassato per farne salsicce. La locuzione vuole amaramente significare che dalla disincantata osservazione della realtà si deduce che nessuno fa del bene disinterassatamente; anzi chiunque fa del bene ad un altro mira certamente al proprio tornaconto che gliene deriverà, come - nel caso in epigrafe - il maiale non deve pensare che lo si lasci ingrassare per fargli del bene, perchè il fine perseguito da colui che l'alleva è quello di procurarsi il proprio tornaconto sotto specie di salsicce. 78 Jí mettenno 'a fune 'e notte. Letteralmente: Andar tendendo la fune di notte. Lo si dice sarcasticamente nei confronti specialmente dei bottegai che lievitano proditoriamente i prezzi delle loro mercanzie, ma anche nei confronti di tutti coloro che vendono a caro prezzo la loro opera. La locuzione usata nei confronti di costoro - bottegai e salariati - li equipara quasi a quei masnadieri che nottetempo erano soliti tendere lungo le strade avvolte nel buio, una fune nella quale incespicavano passanti e carrozze, che stramazzando a terra diventavano facilmente cosí oggetto di rapina da parte dei masnadieri. 79 Se so' rutte 'e tiempe, bagnajuò. Letteralmente: Bagnino, si sono guastati i tempi(per cui non avrai piú clienti bagnanti e i tuoi guadagni precipiteranno di colpo). La locuzione la si usa quando si intenda sottolineare che una situazione sta mutando in peggio e si appropinquano relative conseguenze negative. 80 Parla quanno piscia ía gallina! Letteralmente: parla quando orina la gallina. Cosí, icasticamente ed in maniera perentoria, si suole imporre di zittire a chi parli inopportunamente o fuori luogo o insista a profferire insulsaggini, magari gratuite cattiverie. Si sa che la gallina espleta le sue funzioni fisiologiche, non in maniera autonoma e separata, ma in un unicum, per modo che si potrebbe quasi pensare che, non avendo un organo deputato esclusivamente alla bisogna, la gallina non orini mai, di talché colui cui viene rivolto l'invito in epigrafe pare che debba tacere sempre. 81 Puozze passà p''a Loggia. Letteralmente: Possa passare per la Loggia (di Genova). E' come a dire: Possa tu morire. Per la zona della Loggia di Genova, infatti, temporibus illis, transitavano tutti i cortei diretti al Camposanto. 82 Core cuntento â Loggia. Letteralmente: Cuor contento alla Loggia. Cosí il popolo suole apostrofare ogni persona propensa, anche ingiustificatamente, ad atteggiamenti giocosi ed allegri, rammentando con la locuzione il soprannome dato, per la sua perenne allegria, alla fine dell'Ottocento, ad un celebre facchino della Loggia di Genova che era una sorta di territorio franco concesso dalla città di Napoli alla Repubblica marinara di Genova, dove i genovesi svolgevano i loro commerci, autoamministrandosi. 83 Farne una cchiú 'e Catuccio. Letteralmente: compierne una piú di Catuccio. Id est: farne di tutti i colori, compiere infamie e scelleratezze tali da sorpassare quelle compiute in Francia dal settecentesco Louis Philippe Bourguignon celebre brigante soprannominato Cartouche corrotto in napoletano con il termine Catuccio. La locuzione viene usata per bollare il comportamento non raccomandabile di chi agisce procurando danno a terzi, ma iperbolicamente anche per sottolineare il comportamento un po' troppo vivace dei ragazzi. 84 Essere passata 'e còveta o 'e cuttura. Letteralmente: essere passata di raccolta cioè già sfiorita sull'albero perché abbondandemente maturata oppure essere oramai passata di cottura cioè bruciacchiata perchè troppo cotta. Ambedue le espressioni fanno furbescamente riferimento ad una donna piuttosto in avanti con gli anni perciò sfiorita e non piú degna di attenzioni galanti alla medesima stregua o di un frutto lasciato sul ramo troppo tempo dopo la maturazione o come un cibo lasciato sul fuoco oltre il tempo necessario, facendolo quasi bruciare. 85 Quanno 'o diavulo t'accarezza è signo ca vò ll'anema. Letteralmente : quando il diavolo ti carezza, significa che vuole l'anima. Lo si afferma a commento delle azioni degli adulatori o di coloro che godono di cattiva fame; se uno di costoro ti blandisce, offrendoti servigi o opere gratuite, bisogna non fidarsi, giacché nel loro operare c'è nascosta la richiesta di qualcosa molto piú importante della prestazione offerta. 86 E' gghiuto 'o ccaso 'a sotto e 'e maccarune 'a coppa. Letteralmente: è finito il cacio sotto ed i maccheroni sopra. La locuzione la si usa per commentare con disappunto una situazione che non si sia evoluta secondo i principi logici ed esatti e codificati. In effetti, secondo logica si vorrebbe che il formaggio guarnisse dal di sopra un piatto di maccheroni, non che facesse loro da strame. Id est: maledizione! Il mondo va alla rovescia! 87 Doppo muorto, buzzarato. Letteralmente: dopo morto, buggerato; dopo aver subito la morte, sopportare anche il vilipendio. La locuzione corrisponde, anche se in maniera un po' piú dura al toscano: il danno e la beffa. Essa fu usata nel corposo linguaggio partenopeo da un napoletano che assistette al consueto percuotimento del capo del defunto papa PIO XII, con il previsto martelletto d'argento operato dal cardinale camerlengo, per accertarsi che il pontefice non reagisse dimostrando cosí d'essere morto. 88 Troppi galle a cantà nun schiara maje juorne. Letteralmente: troppi galli a cantare, non spunta mai il giorno. Id est: quando ci sono troppe persone ad esprimere un'opinione, un parere, non si arriva mai ad una conclusione; ed in effetti tenendo presente l'antico adagio latino: tot capita, tot sententiae: tante teste, tanti pareri, sarà ben difficile, anzi sarà impossibile trovarne di collimanti per modo che si possa finalmente giungere ad una conclusione. 89 Nun c'è prereca senza sant' Austino. Letteralmente: Non v'è predica senza sant'Agostino. Come si sa, sant'Agostino, vescovo d' Ippona, è uno dei piú famosi padri della Chiesa cattolica e non v'è predicatore che nei sermoni non usi citare gli scritti del santo vescovo. L'espressione in epigrafe viene usata a mo' di risentimento da chi si senta chiamato in causa - soprattutto ingiustamente - e fatto segno di attenzioni non richieste e perciò non desiderate. 90 'A malanova ll'accumpagna 'o viento. Letteralmente: la cattiva notizia viaggia sulle ali del vento. Id est: le cattive notizie ti raggiungono rapidamente, spinte come sono dal vento; per cui il popolo è solito affermare: nessuna nuova, buona nuova, poichè sono le cattive notizie a giungere sospinte dal vento; se non ne giungono, significa che si tratta di buone notizie che - per solito - non viaggiano col vento. 91 E bravo ô fesso! Letteralmente: E bravo allo sciocco! La frase in epigrafe la si usa sempre quando si voglia ironicamente plaudire all'operato di chi pretende da saccente e supponente, con la propria azione di dimostrare la propria valentia nei confronti di qualcuno a cui non riesca di agire alla medesima stregua. Piú chiaramente, la locuzione è usata a mo' di presa in giro di coloro che fanno le viste di ritenersi superiori agli altri e in realtà se lo sono non è per maggiori capacità fisiche e/o morali, ma solo per fortunose o ovvie ragioni. Per meglio chiarire spieghiamo con un esempio. Poniamo vi sia un uomo infortunato alle gambe che abbia difficoltà ad ascendere una scala a pioli. Si presenta uno sciocco che, essendo pienamente integro nella sua salute, con irrisoria facilità ascende la scala e commenta con aria saccente: "Visto come è facile?". La risposta che si merita codesto sciocco è quella in epigrafe, che nel caso dell'esempio starebbe a significare: Sei cosí stupido da non renderti conto che se anche io fossi nella mia integrità fisica, non avrei difficoltà a fare ciò che ài fatto tu! 92 Quanno 'o mellone jesce russo, ogneduno ne vò 'na fella. Letteralmente: Quando il cocomero al taglio si presenta ben colorito di rosso, ognuno ne vuole una fetta. Id est: Quando l'occasione è buona, ognuno cerca di ottenerne il massimo vantaggio. Per traslato, l'espressione si usa quando si voglia bollare il comportamento di chi è sempre pronto a saltare sul carro del vincitore... 93 Si 'o Signore me pruvvede, m'aggi' 'a fà 'nu quacchero luongo 'nfino a 'e piede. Letteralmente: Se il Cielo mi dà provvidenza, debbo farmi un soprabito lungo fino ai piedi. Id est: se avrò fortuna e aiuto dal Cielo mi voglio ricoprire fino ai piedi per modo che non possa temere offese dall'esterno. La parola quacchero nel senso di cappotto è modellata sul termine quaccheri, rammentando i lunghi costumi indossati da costoro. 94 Ll'abbate Taccarella. Letteralmente: l'abate Taccarella. Con questo soprannome viene bollato, a Napoli, la malalingua, lo sparlatore, colui che, metaforicamente, tagliuzzi gli abiti addosso ad una persona; il nome Taccarella è chiaramente un deverbale desunto appunto dal verbo taccarià che significa tagliuzzare, ridurre in minuti pezzetti. 95 T' hê pigliato 'e ccient' ove. Letteralmente: ài preso le cento uova; ài bevuto cento uova. Id est: sei diventato pazzo. La locuzione rammenta un antichissimo metodo di cura della pazzia in uso a Napoli nei sec. XV e XVI, al tempo di un famosissimo medico dei pazzi, tale Giorgio Cattaneo - dal cui nome derivò poi il termine mastuggiorgio che indica appunto il castigamatti - il quale medico pare inventasse la cura coercitiva per il folle di dover assumere ben cento uova di seguito e poi, sotto la minaccia di una frusta, di girare la ruota di un pozzo. 96 Frijenno, magnanno. Letteralmente: friggendo e mangiando. L'uso, tutto napoletano, di mettere in fila due gerundi, senza un apparente modo finito reggente, sta ad indicare che le due azioni debbono essere eseguite quasi contemporaneamente, senza soluzione di continuità, e - nella fattispecie - il cibo una volta fritto deve essere subito consumato, senza indugio, con immediatezza e rapidità. Il cibo, sottinteso nella locuzione, è rappresentato dalle famosissime paste cresciute, dai tittoli, dai fiori di zucca in pastella e da tutte quelle numerose verdure, fette di ricotta, uova sode, animelle etc. che concorrono a formare quello che erroneamente si dice fritto all'italiana e che sarebbe piú consono dire fritto alla napoletana, giacchè in Napoli fu ideato questo tipo di preparazione culinaria da consumarsi velocemente all'impiedi davanti ai banchi delle friggitorie (antenate delle moderne pizzerie) esercizi dove detto fritto veniva preparato ed offerto seduta stante all'avventore anche frettoloso. 97 Fatte 'na bbona annummenata e va'scassanno chiesie. Letteralmente: procura di farti una buona nomea e poi saccheggia pure le chiese. Id est: ciò che conta nella vita è di godere di una buona opinione presso i terzi, poi si possono operare i peggiori misfatti, addirittura furti sacrileghi, nessuno mai sospetterà di uno che gode di buona nomea. La locuzione insomma affronta l'antico dilemma: essere o apparire e propende, stranamente per la cultura popolare, da sempre incline dalla parte della sostanza piuttosto che da quella della forma, per il secondo corno del dilemma. 98 Ammacca e sala, aulive 'e Gaeta. Letteralmente: schiaccia e sala, olive di Gaeta! Di per sè è la voce - ossia la frase di richiamo - usata dai venditori di olive e con essa si rammenta la tecnica della conservazione in salamoia delle olive che vengono stipate in botticelle e conservate in un bagno di acqua salata. Con la stessa locuzione si suole commentare a mo' di riprovazione, il comportamento di coloro che operano in maniera rapida e superficiale, senza porre attenzione ed applicazione a ciò che sono stati chiamati a fare. 99 Cca 'e ppezze e cca 'o ssapone. Letteralmente: di qui le pezze e di là il sapone. È il modo rapidamente incisivo per dire che non si fa credito di sorta. Chi usa detta locuzione intende comunicare che con lui non si fanno contratti se non a prestazione e controprestazione immediata, contratti dove il do e il des sono contemporanei. Originariamente, la locuzione era usata dai robivecchi girovaghi detti "SAPUNARI" che offrivano in cambio di abiti dismessi un tot di sapone quale merce di scambio. 100 M''o ssento 'e scennere pe dereto a 'e rine. Letteralmente: me lo sento colare lungo il filo della schiena. L'espressione viene usata con senso di rammarico se non di timore, quando si voglia comunicare a terzi di avvertire su se stessi la sensazione di un prossimo imminente disastro e/o pericolo e di non potervi porre riparo. 101 Se so' 'ncuntrate 'o sango e 'a capa. Letteralmente: si sono uniti il sangue e la testa. Id est: si è verificato l'incontro di due elementi ugualmente necessarii al conserguimento di un quid. Anche in senso marcatamente dispregiativo per sottolineare l'incontro di due poco di buono dalla cui unione deriverà certamente danno per molti. La locuzione, in senso positivo, fa riferimento all'incontro liturgico della teca contenente i reperti ematici del sangue di san Gennaro con il busto contenente il cranio del santo; solo dopo détto incontro infatti per solito si verifica il miracolo della liquefazione del sangue. 102 Essere d''o bettone. Letteralmente: essere del bottone Id est: appartenere ad un medesima consorteria, ad una stessa associazione e perciò essere nella condizione di poter chiedere e ricevere aiuto ed assistenza dai propri sodali. Il bottone della locuzione è, senza dubbio, il distintivo, cioè il segno esteriore della appartenenza ad un determinato consesso, ma è inesatto ritenere il distintivo della locuzione quello fascista, perché l'espressione, a Napoli, era nota e si usava fin dall'epoca dei Borbone. 103 I' faccio pertose e tu gaveglie. Letteralmente: Io faccio buchi e tu cavicchi. Id est: mi remi contro. La locuzione la si usa quando si voglia redarguire qualcuno che proditoriamente e senza apparenti motivi, anzi quasi per dispetto, si adopera per vanificare l'opera di chi si sta affannando in un'azione di senso contrario come nella locuzione capita a chi si sta adoperando a fare buchi e trova chi invece si dà da fare per confezionare cavicchi atti a turare detti buchi. 104 Quanno scioscia viento 'e terra, 'o pesce nun zompa dint' â tiella. Letteralmente: quando spira il maerstrale il pesce non salta in padella. Id est: i giorni spazzati dal vento maestrale sono i meno adatti per la pesca. Piú in generale il proverbio sta a significare che per ottenere buoni risultati occorre attendere il momento propizio e non bisogna avventurarsi in alcuna opera quando spiri vento avverso. 105 Tre songo 'e putiente: 'o papa 'o rre e chi nun tène niente. Letteralmente: Tre sono i potenti: il papa il re e chi non possiede nulla. E' facile capire il perché della locuzione. Il Papa non à concorrenti, per cui nel suo ambito è da ritenersi veramente un potente; idem valga per il re inteso come despota. E non meravigli che sia considerato un potente il nullatenente, che basa proprio sulla sua penuria di mezzi la propria forza, potendosi infischiare di tutti, non temendo assalti da parte di nessuno, giacchè a nessuno verrebbe in mente di attaccare qualcuno a cui in caso di vittoria non si avrebbe che cosa sottrarre. 106 Signore 'e unu cannelotto. Letteralmente: signore da un solo candelotto. Cosí a Napoli viene appellato chi pretende di avere nobili ascendenti, ed invece risulta essere di nessuna nobiltà. La locuzione risale al tempo in cui l'illuminazione dei palchi del teatro san Carlo, massimo teatro lirico della città partenopea, era assicurata da alcuni candelabri che venivano noleggiati dalla direzione del teatro agli spettatori che ne facessero richiesta. Il prezzo del noleggio variava con il numero dei candelabri richiesti e questo dalle possibilità economiche dello spettatore. Va da sè che minore era il numero di candele, minore era la possibilità economica dimostrata e conseguenzialmente minore il grado di nobiltà; per cui un signore da un candelotto era da ritenersi proprio all'infimo gradino della scala sociale. 107 Carta vène e giucatore s'avanta. Letteralmente: carta (vincente) viene e giocatore (vittorioso) si vanta. La locuzione prendendo spunto dal giuoco delle carte stigmatizza il comportamento ridicolo e pretestuosamento presuntuoso - tipico peraltro di coloro che ànno scarse capacità intellettive - di chi tenti di farsi merito di successi ottenuti non per propria capacità, intelligenza e valore, ma per mera fortuna che lo abbia condotto al primato, come avviene in taluni giuochi di carte dove basta il possesso di determinate carte vincenti a procurare la vittoria e conta veramente poco il modo di giocare le predette carte. 108 Chella 'a mana è bbona; è 'a valanza ca vo’ essere accisa! Letteralmente: Quella la mano è buona, è la bilancia che vuole essere uccisa cioè che si comporta in modo tale da meritarsi d'essere ammazzata. La locuzione va riferita a chi proditoriamente tiri a derubare sul peso e tenti di far ricadere la colpa sul tramite ossia sulla bilancia. Per traslato la locuzione la si usa sarcasticamente nei confronti di chiunque, per un motivo o l'altro non si voglia assumere le responsabilità del proprio truffaldino comportamento. 109 Chisto è n'ato d''a pasta fina. Letteralmente: Costui è un altro della pasta fine. Id est: anche questo fa parte di un gruppo di brutti ceffi, di cui diffidare. La locuzione nacque allorché, alla fine del '800, in Napoli alcuni comorristi erano soliti riunirsi in una bettola tenuta da un tal Pastafina. Letta tenendo presente questa annotazione, la locuzione assume una sua valenza di offesa. 110 Fattélle cu cchi è mmeglio 'e te e fance 'e spese. Letteralmente: Intrattieni duraturi rapporti con chi è migliore di te e sopporta le spese che ne derivano.Id est: le proprie amicizie bisogna sceglierle tra chi ti è moralmente superiore , e occorre poi coltivarle anche se per fare ciò bisogna por mano alla tasca anche figurativamente parlando. 111 Addó sperdettero a Giesú Cristo. Letteralmente: dove dispersero Gesú Cristo. Lo si dice di un luogo lontano ed impervio, difficile da raggiungere... La locuzione fa certamente riferimento all'episodio dell'evangelo allorché Maria e Giuseppe persero di vista il Redentore che s'era attardato in Gerusalemme ed impiegarono alcuni giorni prima di ritrovarlo. 112 'A coppa sant' Ermo, pesca 'o purpo a mmare. Letteralmente: Di sopra sant' Elmo pesca un polpo a mare. Lo si dice, ironizzando sull'azione di chi si affanna a voler raggiungere un risultato, che certamente invece gli mancherà, stanti le errate premesse da cui parte la propria opera, come chi volesse appunto pescare un polpo nel mare del golfo partenopeo e si trovasse a farlo assiso sulla collina di sant'Elmo, che è vero che guarda il mare, ma lo fa da un'altezza di circa 250 metri... 113 Va' fà ll'osse ô ponte Letteralmente: vai a racimolare le ossa al ponte. Id est: mandare qualcuno a quel paese. Infatti la locuzione suona pure: mannà ô ponte, con il medesimo significato. Un tempo a Napoli presso il ponte della Maddalena, già ponte Licciardo esisteva un macello, dove il popolo si recava ad acquistare le carni delle bestie macellate. I meno abbienti si accontentavano di prelevare gratis et amore Dei le ossa, per farne del brodo, per cui spingere qualcuno a fare le ossa al ponte significa augurargli grande miseria. La medesima accezione vale per la locuzione mannà a ‘o ponte; (mandare al ponte) tenendo presente che questa seconda locuzione la si usa nei confronti di uomini attempati e un po’ rovinati dagli acciacchi e dall’età ecco che essa locuzione à una valenza un po’ piú amara della prima giacché la si rivolge a chi - probabilmente - non à la capacità di ripigliarsi ed è costretto a subire gli strali dell’avversa fortuna. 114 Nè femmena, nè ttela a lume de cannela. Letteralmente: Né donne, né tessuti alla luce artificiale. Id est: la luce artificiale può nascondere parecchi difetti, che - invece - alla luce del sole - vengono in risalto e ciò vale sia per la consistenza dei tessuti, sia - a maggior ragione - per la bellezza muliebre. 115 - Jí cercanno:’mbruoglio aiutame! Letteralmente: andare alla ricerca di un imbroglio che possa aiutarti. Id est: quando ci si trovi in situazioni o circostanze tali che non lascino intravedere vie d’uscita, l’unico mezzo di trarsi d’impaccio è quello di rifugiarsi in un non meglio identificato ‘mbroglio seu imbroglio,astuzia, inganno, moto di destrezza che in un modo o in un altro consenta di risolver la faccenda. La locuzione è usata a salace commento delle azioni di chi, per abitudine non è avvezzo ad agire con rettitudine o chiarezza e per àbitus mentale si rifugia nell’imbroglio, pescando nel torbido. RAFFAELE BRACALE