giovedì 27 agosto 2015

VARIE 15/547

1. 'A CARCIOFFOLA S'AMMONNA A 'NA FRONNA Â VOTA. Letteralmente: il carciofo va mondato brattea a brattea. Id est: le cose vanno fatte con calma e pazienza, se si vogliono ottenere risultati certi bisogna procedere lentamente e con giudizio. 2. ACQUA SANTA E TTERRA SANTA, PURE LOTA FANNO. Letteralmente: acqua santa e terra santa pure fango fanno. Id est: l'unione di due cose di per sè buone, non è detto che non possano produrre effetti spiacevoli. Lo si dice con riferimento alla società di due individui che, presi singolarmente, mai farebbero sospettare esser capaci di produrre danno e che invece, uniti, producono grave nocumento ai terzi. 3. CHI SE METTE PAURA, NUN SE COCCA CU 'E FFEMMENE BBELLE. Letteralmente: chi à paura, non va a letto con le donne belle. È l'icastica trasposizione dell'algido toscano: chi non risica, non rosica. Nel napoletano è messo in relazione il comportamento coraggioso, con la possibilità di attingere la bellezza muliebre, che rappresenta un gran bel rosicchiare. 4. ESSERE 'O RRE CUMMANNA A SCOPPOLE. Letteralmente. essere il re comanda a scappellotti. Cosí è detto chi voglia comandare o decretare maniere comportamentali altrui senza averne né l'autorità certificata, né il carisma derivante da doti morali o conclamate esperienze, un essere insomma che potrebbe comandare giusto ai ragazzini, magari assestando loro qualche scappellotto, per essre ubbidito. 5. CCA SOTTO NUN CE CHIOVE! Letteralmente: Qui sotto non ci piove. L'espressione, tassativamente accompagnata dal gesto dell' indice destro puntato contro il palmo rovesciato della mano sinistra, sta a significare che oramai la misura è colma e non si è piú disoposti a sopportare certe prese di posizioni o certi comportamenti soprattutto di certuni che sono adusi a voler comandare, impartire ordini et similia, non avendone né l'autorità, né il carisma; la locuzione è anche usata col significato di: son pronto a render pane per focaccia , nei confronti di chi à negato un favore, avendolo invece reiteratamente promesso. 6. 'A CERA SE STRUJE E 'A PRUCESSIONA NUN CAMMINA. Letteralmente: le candele si consumano, e la processione non cammina. La locuzione viene usata, soprattutto nei confronti degli abulici o inetti quando si voglia con dispetto sottolineare una situazione nella quale, invece di affrontare concretamente i problemi, ci si impelaga in discussioni oziose, vani cavilli e dispersive chiacchiere che non portano a nulla di concreto. 7. SULO ‘A MORTE È CCERTA, POTUTTO PO’ ESSERE, FORA CA LL'OMMO PRIÉNO. Solo l’evenienza della morte è un fatto certo, poi tutto può essere, fuorchè l'uomo incinto. Ciò è ancóra vero anche se l'alchimie della moderna scienza non ci permette di essere sicuri né dell’ineluttabilità della morte, né del fatto che l’uomo possa restare incinto... La locuzione viene usata per sottolineare che non ci si deve meravigliare di nulla, essendo, nella visione popolare della vita, oltre la morte solo una cosa impossibile. 8. ABBIÀRSE A CCURALLE. Letteralmente: avviarsi verso i coralli. Id est: Anticiparsi, muovere rapidamente e prima degli altri verso qualcosa. Segnatamente lo si dice delle donne violate ed incinte che devono affrettare le nozze. La locuzione nasce nell'ambito dei pescatori torresi (Torre del Greco -NA ), che al momento di mettersi in mare lasciavano che per primi partissero coloro che andavano alla pesca del corallo. 9. AGGIU VISTO 'A MORTE CU LL' UOCCHIE. Letteralmente: Ò veduto la morte con gli occhi. Con questa locuzione tautologica si esprime chi voglia evidenziare di aver corso un serio pericolo o rischio mortale tale da portarlo ad un passo dalla morte e di esserne fortunatamente restato indenne. 10. VULÉ PISCIÀ E GGHÍ 'NCARROZZA/VULé FóTTERE E SBATTERE ‘E MMANE. Letteralmente: voler mingere e al tempo stesso andare in carrozza Id est: pretendere di voler conseguire due risultati utili, ma incompatibili fra di essi.Per mingere bisogna necessariamente smontar di carrozza.Altrove con identico significato si dice: Vulé fottere e sbattere ‘e mmane. Td est: voler coire sbattendo le mani cosa impossibile soprattutto per l’uomo nella posizione détta del missionario. Piscià = míngere, orinare; quanto all’etimo dal t. lat. pi(ti)ssare→pisciare; gghí = andare; forma collaterale di jí che è dal lat. ire. fottere/ffottere = 1coire, congiungersi carnalmente possedere sessualmente; (assol.) avere rapporti sessuali | va' a farti fottere!, lo stesso che 'va' all'inferno, al diavolo' 11. VE DICO 'NA BUSCÍA. Vi dico una bugia. È il modo sbrigativo e piuttosto ipocrita di liberarsi dall'incombenza di dare una risposta, quando non si voglia prender posizione in ordine al richiesto e allora si avverte l'interlocutore di non continuare a chiedere perché la risposta potrebbe essere una fandonia, una bugia... 12. FÀ 'O FRANCESE. Letteralmente: fare il francese, id est: mostrare, dare a vedere o - meglio - fingere di non comprendere, di non capire quanto vien detto, allo scoperto scopo di non dare risposte, specie trattandosi di impegnative richieste o ordini perentorii. È l'equivalente dell'italiano: fare l'indiano, espressione che, storicamente, a Napoli non si comprende, non avendo i napoletani avuto nulla a che spartire con gli indiani, sia d'India che d' America, mentre ànno subíto una dominazione francese ed ànno avuto a che fare con gente d'oltralpe. 13. 'O PESCE FÈTE DÂ CAPA. Letteralmente: Il pesce puzza dalla testa. Id est: il cattivo esempio viene dall'alto, gli errori maggiori vengon commessi dai capi. Per cui: ove necessario, se si vogliono raddrizzare le cose, bisogna cominciare a prender provvedimenti innanzi tutto contro i comandanti. 14. 'O PURPO S' À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo va fatto cuocere con la sola acqua di cui è pieno. La locuzione si usa quando si voglia commentare l'inutilità degli ammonimenti, dei consigli et similia, che non vengono accolti perché il loro destinatario, è di dura cervice e non intende collaborare a recepire moniti e o consigli che allora verranno da lui accolti quando il soggetto si sarà autoconvinto della opportunità di accoglierli. 15. ACQUA 'A 'NNANZE E VVIENTO 'A RETO... Letteralmente: Acqua da davanti e vento da dietro. È il malevolo augurio con cui viene congedato una persona importuna e fastidiosa cui viene indirizzato l'augurio di essere attinto di faccia da un violento temporale e di spalle da un impetuoso vento che lo spingano il piú lontano possibile. 16. ABBUFFÀ 'A GUALLERA. Letteralmente: gonfiare l'ernia. Id est: annoiare, infastidire, tediare qualcuno al punto di procurargli una metaforica enfiagione di un'ipotetica ernia. Si consideri però che in napoletano con il termine "guallera" si indica oltre che l'ernia anche il sacco scrotale, ed è ad esso che con ogni probabilità fa riferimento questa locuzione. 17. QUANNO 'A FEMMENA VO’ FILÀ, LL'ABBASTA 'NU SPRUOCCOLO. Letteralmente: quando una donna vuol filare le basta uno stecco - non à bisogno di aspo o di fuso.Id est: la donna che vuole raggiungere uno scopo, una donna che voglia qualcosa, è pronta ad usare tutti i mezzi pur di centrare l'obbiettivo, non si ferma cioè davanti a nulla... 18. TENÉ 'E GGHIORDE. Letteralmente: essere affetto da giarda, malattia che colpisce giunture ed estremità di taluni animali; le parti colpite si gonfiano impedendo una corretta andatura. La locuzione è usata nei confronti di chi appare pigro, indolente e scansafatiche quasi avesse difficoltà motorie causate da enfiagione delle gambe che appaiono come contratte ed attanagliate da nodi. In turco, con il termine jord si indica il tipico doppio nodo dei tappeti - da jord a gghiorde il passo è breve. Brak

mercoledì 26 agosto 2015

PICCOLI QUESITI

PICCOLI QUESITI Rispondo qui di sèguito ad alcuni piccoli quesiti pervenutimi via e-mail da un amico che si trincera sotto lo pseudonimo di Capafresca. Ecco i quesiti: 1)Sgummato/scummato ‘e sanco letteramente schiumato di sangue cioè con il sangue privato della schiuma, cioè percosso tanto duramente da provocare copiosa epistassi (emorragia dal naso) quasi che il sangue (a sèguito delle percosse avesse perso la sua schiuma o la sua gomma e risultasse cosí liquido da scorrere copiosamente. Sgummato/scummato è il part. pass. dell’infinito sgummà/scummà denominale di gomma che è dal lat. tardo gumma(m), per il class. cummi e poi gummi, dal gr. kómmi, di orig. egiziana; 2) La voce vulva è resa in napoletano con svariati termini; eccoli qui elencati; Tra i piú usati sinonimi, rammento: fessa, fresella, purchiacca/pucchiacca,quatturana, carcioffola, ficusecca,mulignana, patana,pummarola, vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta, cestúnia,senga, sesca, pesecchia/pesocchia, pettenessa, furnacella, tabbacchera, sciúscia etc. e qui di sèguito li illustrerò uno alla volta. Procediamo ordunque ordinatamente: féssa= fessura, apertura con etimo dal lat. fissa→féssa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano; fresella di per sé, letteralmente la fresella è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione, variamente condito con diversi ingredienti(in massima parte vegetali) per un gustoso asciolvere; la voce fresella è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli o nelle Puglie à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva; purchiacca o pucchiacca = letteralmente, fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina; premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti io stesso penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo; 1 -la prima ipotesi è che la voce a margine potrebbe risultar derivata dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il suff. dispreg. acca,secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto proposto da altri quali l’Altamura, il D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono, che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto,corretto napoletano la voce usata per indicare l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee sempre in unione con un’altra erba/insalata detta arucola (rughetta), la voce dicevo è purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana è pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da prodotti ittici), cosa possa avere in comune con l’ organo femminile esterno della riproduzione; 2 - l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca fa riferimento ad una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti partire da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs) acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere; - quatturana letteralmente quattro grani; il grano fu vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens, che l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282. La Sicilia era divisa fra Aragonesi e Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto. Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò. Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi. Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno. Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi, per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono. Torniamo al grano che, dicevo,fu vilissima moneta corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a 2,40 euro, cioè a quasi 5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto, le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la cosiddetta ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi dell’attuale Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto; - ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno'; - bbuatta= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite; - senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum quale lettura metatetica poi femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga; - sesca propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio. Ora rammento che anche in lingua italiana, per furbesco traslato, con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè sisco soprattutto nel linguaggio colloquiale, si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco e cioè con sesca si è finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio. - pesecchia/pesocchia propriamente fessurina, piccola apertura atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo). - cestunia letteralmente è tartaruga che, nell’inteso comune partenopeo, è uno degli animali domestici piú longevi, che però mostrano tutti i segni del tempo trascorso sulla pelle raggrinzita e rugosa che copre capo, collo e zampe di questo piccolo rettile acquatico e/o terrestre, appartenente all'ordine dei Cheloni; esso rettile à corpo racchiuso in un robusto scudo corneo dal quale sporgono capo, zampe e coda; proprio dette rugosità e grinzosità della pelle, à fatto assegnare dai napoletani il nome di cestunia, alla raggrinzita e non piú rigogliosa vulva di una donna che passata ‘e cuttura e/o ‘e coveta cioè ormai anziana (quasi troppo cotta o raccolta tardi), sia ancóra illibata ed intonsa; l’etimo della voce cestunia si fa concordamente risalire ad un latino parlato testunia per il class. testudo; la voce napoletana à comportato la dissimilazione t-t→c-t; E passiamo ora a tutte le voci mutuate dall’ambito orticolo o ittico; abbiamo: - carcioffola = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che non sia piú giovane e che per tanto si pensa abbia già avuto piú o meno numerosi rapporti coniugali, s’usa dire ironicamente che tene ‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola risulta derivato dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn; - ficusecca con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile. usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva. - patana,= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana); - pummarola = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso ; l’etimo di pummarola è, come per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l e cambio di genere per cui pummororo→pummarola; - vongola,= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine, voce di origine napoletana trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di vongola è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m) da cui vongula→vongola con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.); - cozzeca,= cozza, mitilo bivalve che aperto, come la precedente vongola ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso, ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di cozzeca è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca; e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da - scarola = scarola letteralmente scariola, varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di scarola è dal lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca; - mulignana letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente, viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto che inducesse alla pazzia. - pettenessa ultima(anni ‘950) voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga, a denti lunghi e sottili, disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso semipreziosi, grosso pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in lingua napoletana, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m) da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone (derivato da un acc.vo lat. volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a mo’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine, ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello, tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro, tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine. - tabbacchèra s.vo f.le letteralmente tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto; per traslato furbesco sesso femminile; il traslato semantico è dovuto probabilmente al fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa, serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile. La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato traslato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera e fa riferimento ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di ridere e giocare,evitando di oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso. - furnacella soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito, tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce sguessa/sguessera, ma non è in alcun modo chiaro quale sia il passaggio semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate meridionali il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 – † Roma, 15 aprile 1967),), la bazza sono resi con la voce sguessa o anche sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo, un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta, impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare gli apparenti sviamento e pronunciamento del mento; da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; infine da sguessa→sguessera. Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare. Rammento ancóra che in taluni dialetti provinciali (Capri, Visciano etc.) la vulva viene indicata anche con il nome di brasciola ( che, vedi alibi, di per sé indica un grosso involto di carne imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla ed in quanto tale è un s.f. derivato dal tardo latino brasa+ il suff.diminutivo ola femm. di olus; semanticamente la faccenda si spiega col fatto che originariamente la brasola fu una fetta di carne da cuocere alla brace, e successivamente con la medesima voce adattata nel napoletano con normale passaggio della esse + vocale (so) al palatale scio che generò da brasola, brasciola si intese non piú una fetta di carne da cucinare alla brace, ma la medesima fetta divenuto grosso involto imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla e molto frequentemente, ma non necessariamente sugo di pomidoro, involto che è d’uso consumare caldissimo.furbescamente, come ò détto, in talune province con tale voce viene indicata la vulva, con riferimento semantico alla focosità e carnalità del sesso femminile. A Napoli dove sono in uso, come ò indicato, numerose voci per indicar la vulva, questa provinciale brasciola non viene di norma usata. Esaurita la spiegazione delle voci elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce sciuscia. - sciuscia Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale. Per la verità dico súbito che solo tre vocabolarî della lingua napoletana ( l’antico D’Ambra,ed i piú vicini Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali vocabolaristi àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma a mio avviso, maldestramente, per un inconferente generico idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio! Personalmente penso di poter proporre altri due etimi di cui il primo, pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flos→sciore etc.) e ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia si è potuto avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è il corrispondente ía greco che sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è philosòphia(m), mentre in greco è philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti; nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati); 3)'mpizze 'mpizze,locuzione avv.le temporale che vale a tempo a tempo, lí per lí la locuzione è formata con la reiterazione d’un avverbio modale ‘mpizzo (sulla punta, ai margini)derivato da pizzo (punta, becco) voce di origine espressiva con protesi di un in→’n→’m davanti alle esplosive p o b; 4)verrizzo pl. verrizze Con l’antica voce(peraltro nota ormai quasi solamente ai napoletani piú anziani, essendosi irrimediabilmente depauperato il lessico d’antan) verrizzo, che al plurale fa verrizze, nella parlata napoletana vengono indicati le bizze, i capricci stizzosi,le stravaganze, le voglie irrazionali ed estensivamente anche quelle lussuriose, libidinose; chi ne va soggetto è detto verruto/a, ma pure verrezzuso/osa. Annoto innanzi tutto che ‘e verrizze son quasi sempre riferiti nel loro significato primo di bizze, capricci,stranezze, voglie irrazionali o ai bambini o alle donne, nella presunzione che un uomo fatto, difficilmente possa lasciarsi prendere da bizze o capricci, di talché i termini verruto o verrezzuso, riferiti ad un uomo fatto, starebbero ad indacare un soggetto proclive alla lussuria o libidine, cosí come dal significato estensivo di verrizzo. Quanto all’etimologia del termine in epigrafe, la questione non è di poco conto; la maggior parte dei compilatori di dizionari, che accolgono il termine se la sbrigano con un’annotazione pilatesca: etimo incerto. Qualche altro, lasciandosi però chiaramente trasportare dal significato estensivo della parola, propone una timida paretimologia, legando la parola verrizzo, al termine verro che è il porco non castrato atto alla riproduzione, nella pretesa idea che il verro sia portato, almeno nell’immaginario comune, a pratiche libidinose, ma la proposta paretimologia poco mi convince. A mio sommesso parere, penso che la parola in epigrafe possa tranquillamente derivare dall’unione del verbo latino velle rotacizzato in verre con il sostantivo izza agganciandosi semanticamente ad un comportamento originariamente iracondo, stizzoso e poi capriccioso, stravagante,strano; la voce izza è piú nota nella forma varia ed intensiva bizza (ma sia izza che bizza provengono dall’antico sassone hittja = ardore). Partendo da vell(e)+izza si può pervenire a vellizzo e di qui a verrizzo con tipica alternanza della liquida L→R, successivo affievolimento della piena e tonica mutatasi nella evanescente e e maschilizzazione del termine passato da verrizza a verrizzo adattamento resosi necessario atteso che – pur trattandosi di un difetto (che comunque comportava una manifestazione d’ardore,non ipotizzabile di pertinenza del sesso femminile) era piú consono (in epoca di maschilismo) ritenerlo di genere maschile (suff. in o) piuttosto che femminile (suff. in a). Infine, a margine di tutto ciò che ò detto su verrizzo,voglio rammentare che esiste un altro antico vocabolo partenopeo, fortunatamente ancóra usato con cui si indica il capriccio, la bizza, le testarde impuntature, il reiterato insistere in richieste sciocche e pretestuose, quasi esclusivamente da parte dei bambini; il vocabolo è ‘nziria che estensivamente indica anche il prolungato, lamentoso pianto, apparentemente non supportato da cause facilmente riscontrabili o riconoscibili; tale lamentoso piagnucolare è, ovviamente, costume dei bambini e segnatamente degli infanti, ai quali – impossibilitati a rispondere – sarebbe vano o sciocco chieder ragione del loro pianto; spesso di tali piccoli bambini che, all’approssimarsi dell’ora del riposo notturno, comincino a piagnucolare lamentosamente se ne suole commentare l’atteggiamento con l’espressione:Lassa ‘o stà… è ‘nziria ‘e suonno… (lascialo stare, è bizza dovuta al sonno… per cui bisogna aver pazienza!). Rommento ancòra che un tempo accanto alla forma ‘nziria, vi furono anche, con medesimo significato:zírria, zirra ;per quanto riguarda l’etimologia del vocabolo ‘nziria (da cui gli aggettivi ‘nzeriuso/’nzeriosa che connotano i bambini/e che si abbandonano ai capricci ed alle bizze) scartata l’ipotesi che provenga da un in + ira: troppo distanti sono infatti l’idea di ira e di bizza, capriccio, non mi sento neppure di aderire a ciò che fu proposto dall’amico avv.to Renato De Falco nel suo Alfabeto napolitano e cioè che la parola ‘nziria potesse discender dal greco sun-eris = con dissidio stante quasi il contrasto che si viene a creare tra il bambino in preda alla ‘nziria e l’adulto che dovrebbe dar corso alle richieste, in quanto reputo l’eventuale contrasto solo un effetto della ‘nziria, non il suo sostrato; penso che sia molto piú probabile una discendenza dal latino insidiǽ a sua volta da un in + sideo = sto sopra, mi fermo su, che semanticamente ben mi pare possa rappresentare l’impuntatura che è tipica di chi si abbandona alla ‘nziria. 5)vase e frizze lett. baci e sfregamenti,pizzicotti,punzecchiature per provocare; di per sé la voce frizze fu anticamente il pl. di frezza = freccia, ma poi si affermò nel tardo ottocento e primi del novecento quale traslato nei significati che ò indicato; etimologicamente fu voce deverbale di frezzare/frizzare = 1 dare la sensazione di lievissime e frequenti punture:’o spirito ‘ncopp’ê fferite frezza (l'alcol, sulle ferite, frizza) | detto di bevande, provocare una sensazione di solletico al palato; essere effervescente:’a sciampagna frezzeca (lo spumante frizza) 2 stridere, detto di ferro rovente immerso in acqua 3 (fig.) essere pungente, caustico.; frezzare/frizzare è dal lat. volg. *frictiare, intens. di frigere 'friggere' 6)te ce avvizze lett. ti ci appassisci, ne resti vizzo, appassito, consunto; avvizze è voce verb. (2° ps. sg. ind. pr. dell’infinito avvezzí= appassire, sfiorire etimologicamente denominale di vizzo= appassito, sfiorito che à perduto la freschezza, la sodezza; seccato, flaccido ( dal lat. vietius, compar. neutro di viítus 'vizzo', deriv. di viíre 'legare'; 7)cchiú t’appizze lett. piú ti accanisci piú vi ,tendi, vi poni attenzione e mente; cchiú= piú dal lat. plu(s) con tipico passaggio di pl→chi (cfr. platea→chiazza – plumbeu(m)→chiummo – pluere→chiovere etc.), appizze è voce verb. (2° ps. sg. ind. pr. dell’infinito appezzà= tendere, appuntire, accanire etimologicamente denominale di pizzo (punta, becco) voce di origine espressiva; 8)è gghiuto ô ffrisco lett. è andato al fresco cioè è stato depositato al monte dei pegni; l’espressione semanticamente è da collegarsi alla medesima usata in riferimento a chi finisce carcerato; come di chi finisce in prigione si dice che è andato al fresco, cosí di un oggetto dato in pegno resta carcerato fino a che non venga riscattato pagando i relativi interessi e la somma ricevuta in prestito depositando l’oggetto al monte di pietà(Il Monte di Pietà o Banco/Monte dei pegni fu una istituzione finanziaria senza scopo di lucro nata verso la fine del XV secolo in Italia (soprattutto meridionale) su iniziativa dei Francescani per erogare prestiti di limitata entità (i) in cambio di un pegno. La funzione del Monte di Pietà o Banco/Monte dei pegni fu quella di finanziare persone in difficoltà fornendo loro la necessaria liquidità. A tal fine per il loro funzionamento i beneficiari fornivano in garanzia del prestito beni reali di valore ( monili ed oggetti di oro, o di argento, ma talora – nel caso di persone indigenti - anche biancheria che si vedevano restituito quando ripianavano il debito). 9)Bbelle ‘e jammere! 10)Mo t’ ‘e ccoglio e mmo t’ ‘e vengo! Letteralmente:Ora li raccolgo e súbito li vendo! Fu la voce degli ortolani girovaghi che vendevano frutta ed ortaggi di stagione e di cui magnificavano la freschezza asserendo di averli raccolti con le proprie mani nei campi di produzione e di venderli al minuto nel giorno stesso della raccolta. 11)‘O quadrillo e ‘a fijurella! Letteralmente: Il quadretto e la figurina! Fu la voce dei venditori girovaghi di oggetti di culto che nei mercati rionali o nelle festività di santi patroni offrivano quadretti, rosarii benedetti e non, medagliette o semplici figurine di santi. 12)Conciatielle! Letteralmente: Aggiustategami!Fu la voce degli operai girovaghi che per pochi soldi provvedevano illico et immediate alla riparazione di stoviglie in rame o piú spesso in coccio; per le stoviglie in rame al grido di Stagnateve ‘a ramma l’artiere provvedeva a ricoprire di stagno le pareti interne(quelle che sarebbero dovuto andare a contatto con i cibi cotti), mentre il conciatielle/conciatiane/conciambrelle fu colui che servendosi di mastici e/o fil di ferro provvedeva alla riparazione di padelle, tegami,pentole in coccio o anche di ombrelli: - conciatielle (chi aggiusta le padelle) da concia o acconcia voce verbale 3° p. sing. ind. pres. di cuncià o accuncià = aggiustare da un basso latino comptiare o ad-comptiare= preparare; + tielle pl. di tiella (dal tardo lat. te(g)ella(m)→tjella(m))- - conciambrelle (chi aggiusta gli ombrelli) da concia o acconcia voce verbale 3° p. sing. ind. pres. di cuncià o accuncià = aggiustare da un basso latino comptiare o ad-comptiare= preparare; + ‘mbrelle plurale adattato (normalmente dovrebbe esser ‘mbrielle) di ‘mbrello = ombrello da un basso latino umbrella maschilizzato. - conciatiane (chi ripare le pentole) da un concia o acconcia vedi sopra + tiane plurale di tiana da un basso latino tejana femminile di un tejano che fu dal greco tégano collaterale di tàghenon= pentola, padella. 13)Tiene chistu campo ‘e fave!… Espressione furbesca di sapore lubrico e scurrile che letteralmente vale: “Ài questo campo di fave!” irriguardosamente riferito al vasto fondoschiena d’una prosperosa forosetta, fondoschiena ritenuto campo in cui siano seminate delle fave (e si sa che con la voce fava in senso furbesco si intende il membro maschile!); E con questo penso d’aver adeguatamente risposto alla richiesta pervenutami. Satis est. Raffaele Bracale

LA MADRE ED IL PADRE DEI SANTI

LA MADRE ED IL PADRE DEI SANTI Premesso il noto adagio: omnia munda, mundis dirò che un impertinente frequentatore (di cui, nel timore di incorrere in un reato contro la riservatezza, indico solo le iniziali: A.G.) del sito messo su dall’amico prof. R. Andria, sito cui indegnamente collaborai nel passato per informazioni circa la parlata napoletana,mi chiede proditoriamente (pensando di pormi in difficoltà) ch’io gli illustri e gli indichi oltre che il significato, un probabile, o certo etimo della voce sciúscia e piú in generale gli elenchi esaminandole analiticamente le voci napoletane in uso per indicare quella che il Belli chiamò la madre de li santi e, per completare l’argomento,elenchi ed esamini le voci usate per indicare il padre de li santi . Non è mio costume farmi mettere in difficoltà con argomenti intesi scabrosi, nè son solito esimermi dal trattarli , per cui, attrezzatomi alla bisogna, raccolgo la sfida/provocazione ed entro súbito in medias res e comincerò col dire che il termine sciúscia, voce domestica,epperò intesa quasi volgare (ma - come vedremo – non penso lo sia ) è uno dei numerosi, icastici sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni visivo-gastronomiche, si è soliti indicare la vulva della donna, l’organo femminile esterno della riproduzione. Tra i piú usati di détti sinonimi, rammento: fessa,fibbia, fresella, purchiacca/pucchiacca,quatturana, carcioffola,carusella, ficusecca, mulignana, patana,pummarola, vòngola, còzzeca, scarola, ‘ntacca, bbuatta,caccavella cestúnia,cardogna,ciaccara/ciaccarella,senga, sesca,sarcenella/sarchiella, pesecchia/pesocchia, pettenessa, furnacella, tabbacchera etc. e qui di sèguito li illustrerò uno alla volta. Procediamo ordunque ordinatamente: féssa= fessura, apertura con etimo dal lat. fissa→féssa: part. pass. femm. del verbo lat. findere=fendere, aprire ;la voce a margine, semanticamente ripete il significato di porta, apertura che è anche del corrispondente vulva(dal lat. vulva(m), variante di volva(m)=porta, accesso) dell’italiano; fibbia s.vo f.le [dal lat. fībŭla, affine a figĕre «attaccare, appendere»]. in primis di per sé, letteralmente la fibbia è un tipico fermaglio d’osso, di metallo, di legno, di materiale plastico, ecc., di forma varia, provvisto di una traversa (staffa) in cui sono fissate una o più punte o un gancio per chiudere cinture, mantelli, scarpe, ecc. la fibbia si distingueva e distingue per la varietà delle forme (quadrate, a medaglione, a losanga, a quadrifoglio, ecc.) e per il pregio artistico, specialmente quelle gote e longobarde, adorne di smalti, filigrane, cammei, e quelle che, anche in seguito, furono adoperate per paramenti sacri e da cerimonia, ornate di smalti e di oreficerie; nei sec. 17°-18° ebbero gran voga le fibbie per scarpe, spesso di materiale prezioso (oro, argento), e talvolta tempestate di gemme; per traslato come nel caso che ci occupa vulva femminile; semanticamente la fibbia si collega alla vulva per il fatto di essere l’una e l’altra ornamento prezioso, la prima di abiti o calzature, la seconda del corpo femminile. Tuttavia in una tipica locuzione popolare valse cosa senza importanza, sciocchezza di cui non tener conto e ciò forse perché come da fessa si ricavò fessaria cioé fesseria, bazzecola, inezia, nonnulla, nullaggine, quisquilia, scemenza, sciocchezza, stupidaggine, cosí nell’espressione E salutace â fibbia, disse don Fabbio![Porgi i (nostri)saluti alla fibbia, disse don Fabio] la fibbia/vulva valse, senza alcun adattamento minchiata, scemenza, scempiaggine; rammento infatti che la locuzione testé presa in considerazione è usata a divertito commento quando si sia perso qualcosa di pochissima importanza di cui si possa non dolersi o ci si trovi in presenza di notizie/situazioni buone o cattive cosí poco interessanti da cui si possa tranquillamente chiamar fuori o disinteressarsi come di faccende di alcuna rilevanza.Rammento infine che con il don Fabbio della locuzione non ci si riferisce ad alcun personaggio reale o inventato, atteso che il nome Fabbio fu usato solo per la gradevole assonanza che à con fibbia. fresella di per sé, letteralmente la fresella è un tipico biscotto (pane biscottato) usato in un po’ tutto il meridione, variamente condito con diversi ingredienti(in massima parte vegetali) per un gustoso asciolvere; la voce fresella è un deverbale del lat. frindere= spezzettare in quanto,esso biscotto/pan biscottato à bisogno, per esser consumato, d’esser frantumato in piú pezzi.Va da sé che il significato traslato di fresella usata per indicare la vulva non nasce dal fatto che quest’ultima sia edibile tal quale la fresella-biscotto, né dal fatto che come la fresella, la vulva debba esser frantumata; la via semantica è un’altra ed attiene alla forma; infatti la fresella-biscotto può avere la forma di una fettina rettangolare di pane cotto e poi biscottato, ma piú spesso la fresella-biscotto a Napoli o nelle Puglie à la forma di corona circolare ed il pane biscottato si sviluppa intorno ad un congruo buco centrale, cosa che – ad un dipresso accade per la vulva; purchiacca o pucchiacca = letteralmente, fodero di fuoco, faretra infuocata e genericamente vulva, vagina; premesso che la voce originaria fu purchiacca trasformato poi nel lessico popolare in pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc dirò che l’etimo non è tranquillissimo ed infatti io stesso penso di poterne proporre per lo meno un paio dei quali opterei comunque per il primo; 1 -la prima ipotesi è che la voce a margine potrebbe risultar derivata dal greco pyr(fuoco) + koilos(faretra, vagina)+ il suff. dispreg. acca (femminilizzazione del maschile acco/accio suffisso che continua il lat. -aceu(m), usato per formare sostantivi e aggettivi alterati con valore peggiorativo . ),secondo un percorso morfologico che da koilos, attraverso un *koleaca porta a cljaca→chiaca e dunque: pyr+cliaca+acca= purcliacca→ puccliacca→pucchiacca con tipica assimilazione regressiva rc→cc, tutto ciò in luogo di quanto proposto da altri quali l’Altamura, il D’Ascoli, e tutti coloro che vi attingono, che ipotizzano un latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana); l’idea non m’appare perseguibile in quanto, in effetti in pretto, corretto napoletano la voce usata per indicare l’ erba commestibile porcacchia,che giunge sulle tavole partenopee sempre in unione con un’altra erba/insalata detta arucola (rughetta), la voce dicevo è purchiacchiello (diminutivo masch. ricostruito del femm. purchiacca = porchiacca con tipica chiusura della ō→u; la porcacchia/porcellana è pianta erbacea commestibile, con fusto ramoso e piccoli fiori gialli della fam. Portulacacee; tale erba non si vede però, a mio avviso, neppure per traslato o estensione (come invece avviene – e lo vedremo súbito – con altri nomi mutuati dagli ortaggi e/o da prodotti ittici), cosa possa avere in comune con l’ organo femminile esterno della riproduzione; 2 - l’altra mia ipotesi circa l’etimo di pucchiacca fa riferimento ad una iniziale porcacchia, ma questa non è l’erba porcacchia /porcellana; nel caso da me ipotizzato occorre infatti partire da una radice porc ( del latino porca=maiale/scrofa; tale voce (sostituendo il classico sus, nel latino parlato fu usata per indicare esattamente oltre che la scrofa, anche la sua vulva ) radice addizionata del suffisso diminutivo- spregiativo (cfr. Rohlfs) acchia: da porcacchia→purcacchia e pucchiacca con il medesimo significato di porca=vulva della scrofa ed estensivamente vulva in genere; - quatturana letteralmente quattro grani; il grano fu vilissima moneta in uso nel Napoletano (Regno delle Due Sicilie) sin dall’epoca degli Aragonesi ed Angioini (fine 13° sec.). Al proposito rammenterò, per incidens, che l'unità del Regno delle due Sicilie si era spezzata sin dalla ribellione dei Vespri Siciliani del 1282. La Sicilia era divisa fra Aragonesi ed Angioini fino al trattato di Caltabellotta quando fu sancita l'esistenza di due regni di Sicilia, quello di Trinacria che comprendeva solo l'isola e quello di Sicilia, che anacronisticamente si riferiva alla parte continentale, meglio conosciuta come Regno di Napoli, cioè le terre oltre il faro dello stretto fino al fiume Garigliano ed il Tronto. Il regno di Trinacria era governato da Pietro d'Aragona che aveva sposato Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Il regno di Napoli era governato, con l'appoggio del papa, suo signore feudale, dal conte di Provenza Carlo d'Angiò. Anche questo trattato, però non riportò pace fra Angioini e Aragonesi, che si accanirono sempre piú a combattersi. Dopo vari tentativi da parte degli Angioini e degli Aragonesi di imparentarsi fra loro per riunificare il regno. Nel 1420 la regina Giovanna II d'Angiò, rimasta senza eredi, per difendersi dal pontefice e da Luigi d'Angiò, chiese aiuto agli Aragonesi proponendo l'adozione di Alfonso V , figlio di Ferrante re d'Aragona, offrendogli il titolo di duca di Calabria e la qualifica di erede al trono. Torniamo al grano che, dicevo,fu vilissima moneta corrispondente all’incirca al valore di 60 centesimi dell’attuale euro per cui 4 grani corrispondevano all’incirca a 2,40 euro, cioè a quasi 5000 delle vecchie lire. e questa somma, secondo una teoria, era quanto si facevano pagare, per ogni rapporto, le meretrici di infimo ordine che prestavano la loro opera lungo la c.d. ‘mbricciata ‘e san Francisco (imbrecciata (di cui dissi alibi) di san Francesco)malfamata strada ubicata a Napoli poco fuori le mura di porta Capuana, nei pressi di quell’edificio che fu in origine il monastero dei cosiddetti monaci di sant’Anna (in quanto ebbero come loro cappella la chiesa di sant’Anna posta all’imboccatura del Borgo sant’Antonio abate), poi sede delle Carceri san Francesco ed infine sino ad or non è guari sede degli uffici della Pretura ; secondo altra teoria, che reputo piú esatta, la somma di quattro grani fu quanto sotto Alfonso V d’Aragona, si pretese dalle meretrici a mo’ di tassa sulle singole prestazioni; ora sia che fosse una tassa, sia che si trattasse del prezzo da pagare alla meretrice, la voce quatturana (quattro grani)finí per indicare lo strumento di lavoro della prostituta, e con estensione volgare, l’organo riproduttivo esterno di ogni altra donna soprattutto di basso ceto; - ‘ntacca = fessura, apertura, scanalatura, contrassegno con probabile etimo deverbale da ‘ntaccà=intaccare derivato dal germ. *taikka 'segno'; - bbuatta s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale barattolo, contenitore cilindrico in banda stagnata usato per commercializzare generi alimentari dalla frutta sciroppata ai pomidoro, alle melanzane, ai peperoni, al caffè; il traslato semantico è di facile comprensione; l’etimo è dal francese boite; -caccavella s.vo f.le= letteralmente la parola a margine vale pentolina ,piccolo paiolo di creta o talora di rame usato per la cottura di alimenti; per traslato e figuratamente valse anche grosso cappello da donna; sempre per traslato come la precedente buatta indicò l’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per esser come quello un contenitore;partendo da tale accostamento con la voce a margine si indicò anche per metonimia la prostituta, soprattutto se non particolarmente avvenente e di forme sgraziate, che quel contenitore usasse; infine con la voce a margine (etimologicamente dal lat. tardo caccabella femminilizzazione di caccabulus diminutivo di caccabus = paiolo,pentolone, dal greco kàkabos) per traslato sarcastico si indicò una donna che fosse grossa,grassa e bassa; piú precisamente tale donna fu détta caccavella ‘e Sessa: Sessa Aurunca (comune della provincia di Caserta, noto con il solo nome di Sessa,in origine Suessa, città appartenete alla Pentapoli Aurunca; il nome di Sessa derivò dalla felice posizione (sessio = sedile - dolce collina dal clima mite)fu una località dove veniva prodotto vasellame in terracotta, d’uso quotidiano; -chitarra (dall'ar. qîtâra, che è dal gr. kithára. che normalmente indica un noto strumento musicale a corde,provvisto di cassa armonica formata da due tavole (di cui la superiore con foro centrale, détto rosa) unite da una fascia,di un manico provvisto di divisioni per cercar le note e di paletta con meccanica per tender le corde) è usata per indicare furbescamente la vulva femminile, semanticamente richiamata dalla rosa/foro centrale, ed inteso quale strumento di piacere ; in tale medesima accezione la voce chitarra la si ritrova nella smorfia napoletana che al numero 67 fa corrispondere l’espressione ‘o totaro dint’ â chitarra letteralmente: il totano nella chitarra, e ci si trova davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figura riferirsi all’immagine del coito ( che è dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra con il foro della rosa; quanto all’etimologia abbiamo: totaro deriv. del gr. teuthís o têutòs con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu→ro. - senga propriamente si tratta di una fessura, una screpolatura una contenuta lesione, tutte cose riscontrabili su oggetti in legno (porte, antine di mobili) o in muratura e per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta fenditura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; l’etimo di senga si fa concordemente risalire al lat. signum quale lettura metatetica poi femminilizzata; da signum→singum→singo e da questo il femminile metafonetico senga; - sesca propriamente si tratta di una ferita,il piú delle volte da taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano, e come per la voce precedente, per giocoso traslato la voce a margine si riferisce all’organo femminile esterno della riproduzione cui semanticamente è avvicinata per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto; non di tranquilla lettura l’etimo di sesca che di per sé è la femminilizzazione metafonetica del maschile sisco= fischio che è un deverbale del latino fistulare→fisclare→fischiare→fischio. Ora rammento che anche in lingua italiana, per furbesco traslato, con la voce fischio si intende il membro maschile,cosí anche in napoletano con la corrispondente voce di fischio e cioè sisco soprattutto nel linguaggio colloquiale, si intende il membro maschile; e dunque non meraviglia se per analogia con il femm. di sisco e cioè con sesca si è finito per indicare il corrispondente organo femminile e quest’ultimo semanticamente è stato avvicinato ad un piccolo taglio, una contenuta lesione prodotta da un’arma bianca sulla viva carne del corpo umano per la tipica forma della lesione (contenuta apertura verticale) che ripete quasi quella dell’organo suddetto, per cui la voce sesca indica sia la vulva che una ferita da taglio. sarcenella/sarchiella s.vi f.li di carattere marcatamente furbesco atteso che con il termine sarcenella, ma anche con sarchiella(quantunque quest’ultima voce non trova riscontro alcuno, se non declinato al plurale ‘e ddoje sarchielle a commento del numero 66 del giuoco della tombola, e sia solo una patente corruzione della precedente sarcenella), si intende riferirsi all’organo sessuale femminile, e segnatamente a quello di una donna che per essere ancora nubile, sebbene abbastanza anziana l’abbia ispido e ben serrato a guisa di una piccola fascina (...buona solo per essere arsa!); il termine sàrcena ed il diminutivo sarcenèlla, nonché la corruzione sarchiella valse appunto in primis fascina, fardello di sterpi e poi – come ò spiegato - ebbe il significato traslato è voce derivata dal lat. sarcina(m), propr. 'bagaglio avvolto in una tela cucita', deriv. di sarcire 'cucire'; - pesecchia/pesocchia propriamente fessurina, piccola apertura atteso che con le voci a margine si indicano alternativamente la vulva di bambine molto piccole o un po’ piú cresciute; l’etimo è da una voce onomatopeica ps→pes (dello zampillo) addizionata di suffissi ecchia (diminutivo) o occhia (accrescitivo). - cestunia letteralmente è tartaruga che, nell’inteso comune partenopeo, è uno degli animali domestici piú longevi, che però mostrano tutti i segni del tempo trascorso sulla pelle raggrinzita e rugosa che copre capo, collo e zampe di questo piccolo rettile acquatico e/o terrestre, appartenente all'ordine dei Cheloni; esso rettile à corpo racchiuso in un robusto scudo corneo dal quale sporgono capo, zampe e coda; proprio dette rugosità e grinzosità della pelle, à fatto assegnare dai napoletani il nome di cestunia, alla raggrinzita e non piú rigogliosa vulva di una donna che passata ‘e cuttura e/o ‘e coveta cioè ormai anziana (quasi troppo cotta o raccolta tardi), sia ancóra illibata ed intonsa; l’etimo della voce cestunia si fa concordamente risalire ad un latino parlato testunia per il class. testudo; la voce napoletana à comportato la dissimilazione t-t→c-t. Prima di illustrare le voci mutuate dall’àmbito orticolo o ittico, rammento le due voci ricavate dall’àmbito dolciario; e sono brioscia e sfogliatella; brioscia s.vo f.le – 1 in primis piccolo dolce, soffice, leggero e saporito, a base di farina, burro, latte, zucchero e lievito di birra (la cosiddetta pasta brioche),d’uso segnatamente francese che viene cotto in forno in varie forme, di cui la piú tradizionale è quella di una mezza sfera sormontata da una mezza sfera più piccola, mentre in Italia è piú comune quella a mezzaluna, chiamata anche cornetto, spesso farcito di crema e/o marmellata. 2 per traslato d’uso volgare nel senso che ci occupa sesso femminile, vulva; il collegamento semantico si coglie tenendo presente che nell’inteso popolare non v’à nulla di più dolce del sesso femminile e dell’atto sessuale ch’essa permette di compiere. Voce adattamento del francese brioche; rammento che il termine in esame, nel significato sub 2, è presente in una icastica anche se becera espressione popolaresca nata nella città bassa ed improntata al piú sfrenato edonismo ed al materialismo pessimistico,espressione nella quale si afferma, giocando con numerose assonanze:’A vita, bbella mia, è ‘na brioscia, n’araputa ‘e cosce,’na ‘nfilata ‘e pesce, ‘na chiusura ‘e cascia e ttutto fernesce! Non mette conto tradurla atteso che è di facilissimo intendimento. Mette invece conto rammentare il nome di un altro gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) che viene usato per traslato furbesco per indicare appunto la vulva, il sesso femminile sfogliatella = sfogliatella s.vo f.le 1piccolo, gustosissimo dolce napoletano fatto di pasta sfoglia (sfogliatella riccia) o frolla (sfogliatella frolla) avvolta su sé stessa e farcita con crema di semola, uova e ricotta, canditi e spezie varie; etimologicamente è un derivato di sfoglia→sfogliata→sfogliatella. 2 per traslato, ma non d’uso volgare, quanto affettuoso nel senso che ci occupa sesso femminile, vulva; la sfogliatella riccia appunto per la sua forma triangolare, a conchiglia, (vagamente rococò) oltre che per la sua dolcezza ben superiore a quella della brioche→brioscia è semanticamente accostata alla vulva femminile. E passiamo ora a tutte le voci mutuate dall’àmbito orticolo o ittico; abbiamo: - carcioffola s.vo f.le = carciofo con riferimento all’organo stretto e serrato di una giovane donna tal quale il carciofo che se fresco e giovane à le brattee ben chiuse e serrate; ciò è tanto piú vero se si pensa che di una donna che non sia piú giovane e che per tanto si pensa abbia già avuto piú o meno numerosi rapporti coniugali, s’usa dire ironicamente che tene ‘a carcioffola sfrunnata=à il carciofo sfrondato id est:la vulva deflorata; l’etimo della voce carcioffola risulta derivato dall’arabo harsûf addizionato del suff. diminutivo lat. ola (femm. di olus); sfrunnata=sfrondata p. p. femm. dell’infinito sfrunnà= sfrondare che è un denominale di fronda con prostesi di una s distrattiva; normale nella voce napoletana l’assimilazione progressiva nd→nn; - carusella s.vo f.le =1(in primis e di per sé) finocchiella, varietà selvatica di finocchio; 2(per traslato giocoso) organo femminile di donna matura, glabro e/o canuto come ad un dipresso il finocchio selvatico; nell’accezione sub 2 la voce a margine è d’uso provinciale e d’àmbito rurale, adoperato quale contraltare di rafaniello = ravanello, voce che nel medesimo àmbito indica l’organo maschile della riproduzione, cui è semanticamente accostato per la forma oblunga.Etimologicamente trattasi di voce deverbale di carusà (tosare) che è da una rad. greca *kar- [cfr. karēnai inf. aor.pass. di keìrō di analogo significato]. - cardogna s.vo f.le = s.vo f.le = cardo pianta erbacea con foglie lunghe, carnose, di colore biancastro, commestibili affine al carciofo con riferimento all’ irsuto organo stretto e serrato di una donna matura, ma ancóra illibata; voce derivata dal lat.volg. cardunĭa marcato sul greco kardonía.La voce a margine è usata in una icastica espressione esclamativa che suona s’è ‘nfucata ‘a cardogna! (si è accalorato il cardo spinoso!), con riferimento all’innalzarsi della temperatura atmosferica durante il periodo dell’anno (primavera/estate)quando la pianta è piú rigogliosa; ma usata anche furbescamente per commentare gli improvvisi bollori d’una donna non sposata e non piú giovane, cui repentinamente si risveglino i sensi. - ciaccara s.vo f.le ed il suo diminutivo ciaccarella voci domestiche, mai intese volgari (anzi il diminutivo è pensato ipocoristico e quasi affettuoso) è uno dei numerosi, icastici sinonimi con i quali, con linguaggio piú o meno colorito e volta a volta mutuato da riferimenti storici o da osservazioni che investono i piú vari campi dalla gastronomia,alla botanica, alla fauna ittica etc. si è soliti indicare la vulva della donna adulta , l’organo femminile esterno della riproduzione, mentre con il diminutivo ci si riferisce alla vulva di una bambina; per quanto riguarda la semantica e l’etimologia della voce in esame,a mio avviso non penso si debba sbrigativamente parlare di voce onomatopeica (cosa mai dovrebbe fare ciacc ?)cosí come invece, pur senza chiarire, ipotizzò F.sco D’Ascoli e l’ Altamura che lo saccheggiò...Penso invece che la voce ciaccara sia stata costruita partendo dal s.vo ciacco (suino, maiale voce adattamento del greco sýbax-sýbakos→siacco→ciacco) addizionato del suffisso di competenza ara f.le di aro che continua il lat. arius; semanticamente come vedremo affrontando l’etimo di sciuscia ci troviamo a ragionare di parola (ciacco) che usata al maschile indicò il maiale,mentre usata al femminile(ciacca) sia pure solo nel parlato della città bassa indicò la scrofa e per metonimia la sua vulva; nulla osta poi che per traslato giocoso la voce passasse ad indicare anche la vulva della donna adulta e con il diminutivo poi quella di una bambina. - ficusecca s.vo f.le con derivazione, con passaggio al femminile dal masch. lat. ficum(che corrisponde al greco sýcon con cambio metaplasmatico s/f)+ siccum da una radice sik = secco, sterile. usata in senso furbesco, in napoletano si identifica la vulva avvizzita d’una donna anziana e non piú appetita; al proposito preciso che anche in greco con la voce sýcon si indica sia il frutto del fico che furbescamente la vulva. - patana, s.vo f.le= patata; il noto tubero edule è preso semanticamente a riferimento poiché come esso vive nascosto e protetto sottoterra, alla stessa stregua s’usa tener nascosta e protetta la vulva femminile, che di suo è già posta anatomicamente in posizione riservata; l’etimo della voce a margine è per adattamento dallo sp. patata, sorto dall'incrocio di papa (di orig. quechua) con batata (di orig. haitiana); - pummarola s.vo f.le = pomodoro il frutto rosso e carnoso della solanacea è preso a riferimento, cosí come l’altrove usato fica, non perché la vulva sia edula come il pomodoro o il frutto del fico, ma perché, come questi ultimi à il suo interno rosso ; l’etimo di pummarola è, come per la voce della lingua nazionale pomodoro da pomo d’oro con il passaggio in sillaba d’avvio di ō ad u (cfr. notte→nuttata), raddoppiamento espressivo popolare della labiale m (cfr. comme←q(u)omo(do), alternanza osco mediterranea d/r, onde pomodoro→pummororo, dissimilazione r-r→r-l e cambio di genere per cui pummororo→pummarola; - vongola, s.vo f.le= noto mollusco bivalve gustosissimo il cui nome anche in italiano, ripete quello a margine, voce di origine napoletana trasmigrata come molte altre (guaglione, camorra, scugnizzo, sfogliatella e derivati e molti altri ) nel lessico nazione; la voce vongola, come la successiva còzzeca è presa a modello per indicar la vulva, in quanto il bivalve aperto ricorda quasi la forma dell’organo femminile, l’etimo di vongola (voce che indica oltre che il mollusco e la vulva,estensivamente anche una sciocchezza, una panzana che, del resto altrove è detta anche fesseria con evidente riferimento alla prima voce di questa elencazione) l’etimo dicevo di vongola è da un acc.vo lat. concula(m)/*goncula(m)→gongula(m) da cui vongula→vongola con normale passaggio di g→v (vedi gulío/vulío – golpe/volpe etc.); - cozzeca, s.vo f.le= cozza, mitilo bivalve che aperto, come la precedente vongola ricorda quasi la forma dell’organo femminile; in piú la cozza, per essere di colore nero e provvista di bisso, ben si presta a rappresentare il fronzuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di cozzeca è, quasi certamente, da una forma ampliata di un lat. volg. *cocja→*cocjala→cozzala→cozzaca→cozzeca; e veniamo ai riferimenti orticoli cominciando da - scarola s.vo f.le = scarola letteralmente scariola, varietà di indivia; anche, in alcune regioni, varietà di lattuga o cicoria; la scarola e segnatamente la specialità detta riccia per essere in cespo arricciato, ben si presta a significare il fronzuto ricciuto organo femminile di una donna giovane; l’etimo di scarola è dal lat. volg. *escariola(m), deriv. del lat. escarius 'che serve per mangiare', da ìsca 'cibo, esca; - mulignana s.vo f.le letteralmente melanzana; siamo sempre nell’ambito orticolo ed essendo la mulignana = melanzana una pianta erbacea largamente coltivata per i frutti commestibili di forma oblunga o ovoidale, con buccia violacea lucente e polpa amarognola (fam. Solanacee), proprio per questa sua buccia liscia e lucente, viola scuro, quasi nera si presta a rappresentare icasticamente la scura e fronzuta, ma liscia vulva d’una giovane donna ; l’etimo della voce a margine è dall'ar. badingian, di orig. persiana, riaccostato, secondo alcuni al lat. mala(mela)+insana in quanto in origine si pensò che la melanzana fosse frutto che inducesse alla pazzia. - pettenessa s.vo f.le ultima(anni ‘950) voce entrata nel lessico popolare partenopeo per indicar la vulva, ed è voce traslata e giocosa; di per sé ‘a pettenessa indica un tipico pettine, in forma di conchiglia, d’osso o tartaruga, a denti lunghi e sottili, disadorno o ornato di piccoli orpelli spesso semipreziosi, grosso pettine usato dalle donne per sorreggere la crocchia dei capelli; atteso che in napoletano, per indicare il pube ( in ispecie)femminile si à la voce pettenale (derivato da un acc.vo lat. pectinale(m) da pecten= pettine), come del resto in lingua nazionale si à, per indicare la medesima cosa, la voce pettignone (derivato da un acc.vo lat. volg. *pectinione(m), dim. del class. pecten -tinis 'pettine'con riferimento (sia per l’italiano che per il napoletano) alla lunghezza dei peli del pube che ricordano i denti dei pettini,sia la forma a mo’ di conchiglia di ambedue: del pube e del grosso pettine, ecco che in senso traslato la voce pettenessa= grosso pettine (dal class. lat. pecten con suff. femminilizzante essa secondo il criterio che una voce femminile è usata per indicar qualcosa di piú grande del corrispondente maschile (cfr. pennellessa piú grande di penniello, tammorra piú grande di tammurro, cucchiara piú grande di cucchiaro, tina piú grande di tino carretta piú grande di carretto, etc., ma per eccezione caccavo piú grande di caccavella e tiano piú grande di tiana,,)) ben si prestò ad indicar la vulva ubicata all’estremità del pube i cui peli richiamano l’idea del pettine. - tabbacchèra s.vo f.le letteralmente tabacchiera,contenitore metallico, spesso finemente cesellato, provvisto di coperchio incernierato e chiusura a scatto; contenitore da asporto(solitamente celato in tasca) per tabacco da fiuto; per traslato furbesco sesso femminile; il traslato semantico è dovuto probabilmente al fatto che come la tabacchiera, se tenuta ben chiusa, serve a conservare il tabacco da fiuto con tutto il suo aroma, cosí il sesso femminile se tenuto serrato serve a difendere e conservare la virtú femminile. La voce etimologicamente è un derivato di tabacco (dallo spagnolo tabaco) + il suff. di pertinenza iera→era; normale nel napoletano il raddoppiamento espressivo della labiale esplosiva onde tabacchiera→tabbacchera. Relativamente al significato trasòato furbesco rammento il détto: Redimmo e pazziammo, ma nun tuccammo ‘a tabbacchera che letteralmente vale: Ridiamo e giochiamo, ma non tocchiamo la tabacchiera e fa riferimento ai comportamenti che si auspica tengano tra di loro gli innamorati ai quali si consiglia di contenersi e cioè di ridere e giocare,evitando di oltrepassare taluni limiti che coinvolgerebbero pesantemente il sesso. - furnacella s.vo f.le soprattutto addizionato dell’aggettivo sfunnata furnacella sfunnata letteralmente piccolo forno sfondato; va da sé che tale accoppiata è usata quale epiteto rivolto ad una donnaccola; nella fattispecie con la voce fornacella non si indica certamente il fornetto in pietra o metallo, ma furbescamente la vulva di colei cui è diretto l’epiteto, vulva che risultando sfunnata (sfondata) accredita la donnaccola offesa d’esser donna di facili costumi, se non addirittura una meretrice abbondantemente conosciuta in senso biblico; furnacella= fornetto portatile alimentato a carbone; nell’espressione a margine vale però per traslato : vulva atteso che sia il fornetto sia la vulva son sede(l’uno di un reale fuoco, l’altra di uno figurato; rammenterò al proposito che nel parlato napoletano, come ò già riferito, tra le piú comuni voci per indicare la vulva c’è quella che suona purchiacca/pucchiacca che con etimo dal greco pýr +k(o)leacca>*cljacca sta per fodero di fuoco; tornando a furnacella dirò che l’etimologia è dall’acc. lat. volgare furnacella(m) che è un diminutivo con cambio di suffisso per cui in luogo dell’atteso furnacula(m) dim. di furnum si è ottenuto la ns. furnacella(m); sfunnata= sfondata, rotta , consunta part. pass. femm. aggettivato dell’infinito sfunnà = sfondare; denominale del latino fundu(m) con protesi di una s questa volta distrattiva; in coda alle tante voci con cui viene reso il sesso femminile, rammenterò che in taluni paesi dell’entroterra napoletano (cfr. Visciano) talora la vulva viene resa con la voce sguessa/sguessera, s.vo f.le = mento pronunciato e sfuggente, ma non è in alcun modo chiaro quale possa essere il passaggio semantico che conduca a parlare della vulva come di una sguessa/sguessera; in effetti nelle parlate meridionali il mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato (cfr. il famosissimo mento del principe della risata Antonio de Curtis, in arte Totò (Napoli, 15 febbraio 1898 – † Roma, 15 aprile 1967),), la bazza sono resi con la voce sguessa o anche sguéssera; ambedue queste due ultime voci (di cui la seconda: sguéssera, è solo un’estensione espressiva popolare dell’originaria sguessa) risultano essere, quanto all’etimo, un adattamento della voce sghessa che (derivata da un ant. alto tedesco geicz (voracità), con tipica pròstesi di una s intensiva) indica una fame smodata, eccessiva quella che,talvolta, impegnando in un lavoro abnorme bocca e mandibola, può determinare gli apparenti sviamento e pronunciamento del mento; da sghessa→sguessa con caduta dell’ acca e successiva palatalizzazione della e che intesa breve viene dittongata in ue; infine da sguessa→sguessera. Rammenterò infine che la voce sghessa nell’identico significato di fame smodata, si ritrova con varî adattamenti in molti dialetti: emiliano (idem sghessa), lombardo(sgheiza, sgüssa) piemontese(gheisi) sardo(sghinzu) e persino nell’italiano sghescia; epperò in nessun modo si riesce a spiegare o ad ipotizzare il perché del passaggio semantico da fame smodata o mento pronunciato,quando non addirittura scentrato, deviato a vulva femminile; posso solo sospettare un iniziale errato riferimento protrattosi nell’uso popolare. Rammento ancóra che in taluni dialetti provinciali (Capri, Visciano etc.) la vulva viene indicata anche con il nome di brasciola s.vo f.le( che, vedi alibi, di per sé indica un grosso involto di carne imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla ed in quanto tale è un s.f. derivato dal tardo latino brasa+ il suff.diminutivo ola femm. di olus; semanticamente la faccenda si spiega col fatto che originariamente la brasola fu una fetta di carne da cuocere alla brace, e successivamente con la medesima voce adattata nel napoletano con normale passaggio della esse + vocale (so) al palatale scio che generò da brasola, brasciola si intese non piú una fetta di carne da cucinare alla brace, ma la medesima fetta divenuto grosso involto imbottito da cucinare in umido con olio, strutto, cipolla e molto frequentemente, ma non necessariamente sugo di pomidoro, involto che è d’uso consumare caldissimo.furbescamente, come ò détto, in talune province con tale voce viene indicata la vulva, con riferimento semantico alla focosità e carnalità del sesso femminile. A Napoli dove sono in uso numerose voci per indicar la vulva, questa provinciale brasciola non viene di norma usata. Esaurita la spiegazione delle voci elencate a monte, veniamo finalmente a trattare la voce proditoriamente propostami dal sig. A.G. Parliamo cioè della sciuscia. - sciuscia s.vo f.le. Come ò già detto è voce generica che vale vulva, vagina, organo riproduttivo esterno della donna il tutto senza particolari specificazioni concernenti l’età o la destinazione d’uso, ed è voce colloquiale privata in uso tra contraenti (sposi, amanti, fidanzati etc.) dei due sessi di qualsiasi ceto sociale. Per la verità dico súbito che solo tre calepini della parlata napoletana ( l’antico D’Ambra,ed i piú vicini Altamura e D’Ascoli che vi attingono spudoratamente) dei numerosi in mio possesso e che ò potuto consultare, prendono in considerazione la voce a margine, e però a malgrado che tali vocabolaristi àbbiano il merito di considerare la voce, per ciò che riguarda l’etimo non ànno merito alcuno, in quanto copiandosi l’un l’altro optano,ma a mio avviso, maldestramente, per un inconferente generico idiotismo (.s. m. (ling.) locuzione, voce o costrutto caratteristici di una lingua o di un dialetto) fatto scaturire con un arzigogolo fastidioso ed inattendibile da far risalire a cíccia→ciàccia→sciàscia→sciúscia … che pasticcio! Personalmente penso di poter proporre altri due etimi di cui il primo, pur essendo perseguibile quanto alla morfologia, convengo che zoppichi e non poco quanto alla semantica; a mio avviso si potrebbe morfologicamente pensare al solito latino ad un part. pass. femm. fluxa dell’infinito fluere atteso che il gruppo latino fl evolve sempre nel napoletano sci (vedi alibi flumen→sciummo, flore-m→sciore flamma→sciamma - flaccare→sciaccà etc.) ed ugualmente x=ss seguito da vocale diventa sci e dunque fluxa=flussa potrebbe aver dato morfologicamente sciuscia; ma, come ò io stesso notato, vi si oppone la semantica: una cosa scorsa, fluita poco o nulla à che spartir con una vulva… Occorre tenere altra via! È ciò che faccio e prendendo per buona un’idea dell’amico prof. Carlo Jandolo, la faccio mia e dico che partendo dalla considerazione che la voce sciuscia termina con il suff. latino/greco di appartenenza ia e che d’altro canto la voce classica latina sus indicò indifferentemente il maiale, la scrofa e la vulva, e tenendo presente che la sibilante s anche scempia seguíta da vocale evolve, come la precedente doppia ss in napoletano nel gruppo palatale sci, ecco che da un origianario sus addizionato del suffisso d’appartenenza ia si è potuto avere súsia→sciúscia e non susía→sciuscía ponendo bene attenzione che il suffisso latino ia comporta la ritrazione dell’accento tonico sulla sillaba radicale, mentre è il corrispondente ía greco che sposta l’accento sul suffisso come si ricava osservando la voce filosofia che in lat. è philosòphia(m), mentre in greco è philosophía; e posta l’ipotesi in questi termini, possiamo dire che anche la semantica (ramo della linguistica e, piú in generale, della teoria dei linguaggi (anche artificiali e simbolici), che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti e, nel caso delle lingue, studia il significato delle parole, delle frasi, dei singoli enunciati) possa esser contentata cosí come m’auguro sia soddisfatto il provocatorio sig. A.G. e chiunque altro fosse interessato all'argomento. Esaurita la trattazione circa la madre de li santi passiamo a quella concernente il padre de li santi. precisando súbito che sono numerosissime le voci usate in napoiletano lasciando libero sfogo alla fantasia; lasciando da parte la voce cazzo che non è segnatamente napoletana, ma è usata su tutto il territorio nazionale,ed ugualmente tenendo separate un paio di espressioni che non son riconducibili a classificazioni e cioè: ‘o pate d’ ‘e ccriature e ‘o dito ‘e san Paolo ca ‘ntorza ‘a panza dirò che quelle che son voci d’uso strettamente meridionale possono genericamente esser suddivise in tre gruppi; del primo fanno parte le voci mutuale dal mondo animale: pesce,cefalo,palàmmeto, capitone senza recchie, piccione,suricillo; del secondo quelle attinte dal regno vegetale: fenucchio, cetriuolo, fava, fungio, pipero, rafaniello ed infine del terzo gruppo fanno parte quelle in prestito tra altri dolciumi o alimenti: franfellicco, saciccio, bbabbà, panzarotto, pasticciotto oppure tra gli oggetti:chiuovo, junco,penniello,spruoccolo, martino. E passo ad analizzare le voci cosí come elencate: cazzo s.vo m.le1(in primis e come nel caso che ci occupa ) membro virile, pene 2 (fig.) persona sciocca, minchiona; testa di cazzo, (fig.) imbecille, minchione 3 (fig.) nulla, niente: voce del gergo marinaresco dal greco (a)kàtion = albero della nave); è ovvio l’accostamento semantico tra l’albero della nave ed il pene in erezione. ‘o pate d’ ‘e ccriature ad litteram: il padre dei piccoli; id est padre di bambini/e e cioè l’organo maschile della riproduzione, senza del quale si pensava fosse impossibile mettere al mondo dei nati, il péne; il giro di parole fu eufemisticamente usato per evitare di pronunciare parole piú disdicevoli; per vero tale circonlocuzione non è solo napoletana, ad un dipresso la si ritrova anche altrove; nel dialetto romanesco il poeta G.G.Belli trattando del medesimo organo riproduttivo intitolò un suo divertente sonetto addirittura Er padre de li santi e in riferimento all’organo femminile La madre de li santi. Prendiamo in esame la voce ‘e ccriature; scritta con la geminata iniziale cc essa è il plurale di criatura/o (che etimologicamente vengono dal latino creatura(m)) comprendente i due generi maschile e femminile: insomma ‘e ccriature sono onnicomprensivamente i nati maschi e le nate femmine e talvolta anche solo le nate femmine; mentre usando la c scempia: ‘e criature si indica il plurale del maschile criaturo e dunque i soli nati maschi. ‘o dito ‘e san Paolo ca ‘ntorza ‘a panza ad litteram: il dito di san Paolo che gonfia la pancia; espressione eufemistica/furbesca nella quale al pene, per evitare di assegnargli altro nome triviale è dato il nome di dito di san Paolo nell’inteso che al miracoloso santo fósse sufficiente l’uso del solo dito e di non altro per riuscire ad ingravidare una donna. Non è dato però sapere perché mai si parli di san Paolo e non di altro santo miracoloso a meno che con l’espressione non si faccia riferimento al fatto che san Paolo da lussurioso gentile fu convertito in credente purificandosi in età matura dopo d’aver abbondantemente esercitato svariate pratiche sessuali durante la sua gioventú. ‘ntorza = gonfia, indurisce voce verbale (3ª pers. sg. ind. pr. dell’infinito ‘nturzà= gonfiare, indurire, rendere incinta verbo denominale dal lat. in + tursu-m); panza = s.vo f.le pancia, epa; nella fattispecie ventre ingravidato; voce dal basso latino panticem con metaplasmo e sincope della sillaba ti donde pantice(m)→ *pan(ti)cja→*pancja→panza); pesce s.vo m.le 1 animale vertebrato acquatico di varia grandezza, per lo piú fusiforme, rivestito di squame e provvisto di pinne per nuotare, con respirazione branchiale e scheletro osseo o cartilagineo: pesce ago, pesce marino dal corpo lungo e sottile, comune nel Mediterraneo; pesce corvo, ombrina dalla tinta bruna scura e con i fianchi a strisce dorate; pesce dorato (o rosso), originario della Cina, allevato per ornamento; pesce farfalla, dotato di una pinna dorsale la cui parte anteriore è simile a un'ala di farfalla; pesce vela, istioforo; pesce pappagallo, pesce marino, presente nel Mediterraneo, con livrea vivacemente colorata; pesce rondine (o volante), pesce di mare dal corpo allungato, grigio e roseo a macchie, con capo grosso e arrotondato; le ampie pinne pettorali gli permettono di compiere lunghi salti fuori dell'acqua | natà comme a ‘nu pesce nuotare come un pesce, (fig.) benissimo ' essere, sentirese ‘nu pesce fora d’acqua essere, sentirsi un pesce fuor d'acqua, (fig.) sentirsi a disagio in un ambiente che non si conosce nun sapé che pisce piglià non sapere che pesci pigliare, (fig.) non sapere che decisione prendere 'menarse a ppesce buttarsi a pesce (su qualcosa), (fig.) con entusiasmo; riferito a cibo, cominciare a mangiarlo con avidità | fà ‘o pesce ‘mbarile fare il pesce in barile, (fig.) fare l'indifferente, far finta di nulla | piglià a ppisce ‘nfaccia prendere (qualcuno) a pesci in faccia, (fig. popolarmente) trattarlo in malo modo | pesce ‘e cannuccia' pesce da canna' (fig.) essere credulone, abboccare facilmente | pesce gruosso, piccerillo ' pesce grosso, piccolo, (fig.) persona molto, poco potente | pesce d’abbrile pesce d'aprile, burla che si fa tradizionalmente il primo di aprile ' prov. :’e pisce gruosse se magnano ê piccerille i pesci grossi mangiano quelli piccoli, i potenti ànno sempre la meglio. 2 (estens.) la carne del pesce come cibo; vivanda di pesce: pesce scaurato, ‘mbianco,â pezzajuola, affummecato; pesce lesso, in bianco, in umido, affumicato; zuppa, fritto ‘e pesce zuppa, fritto di pesce | pesce luvardo pesce azzurro, denominazione comune di alici, sardine, acciughe e sgombri | tené ‘na faccia ‘e pesce scauratoavere una faccia da pesce lesso, (fig.) avere un viso inespressivo 3 pl. (zool.) la classe di vertebrati acquatici cui appartiene ogni pesce 4 (pl.) Pesci, (astr.) costellazione e segno dello zodiaco in cui il Sole transita dal 20 febbraio al 20 marzo 5 (estens.) persona nata sotto questo segno 6 (tip.) errore di stampa che consiste nel saltare una parola o una frase del testo originale. 7 ( popolarmente come nel caso che ci occupa) pene. Da notare che nel sud d’Italia, circondato dal mare, popolarmente per pene s’usa, quale termine rappresentativo, un termine ittico (pesce), mentre nel centro-nord d’Italia, cioè in zone lontane dal mare, popolarmente per pene s’usa, quale termine rappresentativo un termine venatorio (uccello); la voce a margine è dal lat. pisce-m. totaro s.vo m.le . 1mollusco marino commestibile, con corpo allungato, pinne triangolari posteriori e dieci tentacoli provvisti di ventose; è noto anche col nome di totano 2 (fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene infatti nella smorfia napoletana al numero 67 si fa corrispondere l’espressione ‘o totaro dint’ â chitarra letteralmente: il totano nella chitarra, e ci si trova davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figurazione riferirsi all’immagine del coito ( che è dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra con il suo foro della rosa; quanto all’etimologia totano/aro è un deriv. del gr. teuthís o têutòs con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu→ro. piccione s.vo m.le 1 [f. -a] nome comune del colombo domestico, uccello di media grandezza, forte e veloce, con piumaggio grigio scuro e becco leggermente arcuato; è addomesticabile e viene allevato per le sue carni gustose (ord. Colombiformi) | tiro al piccione, gara sportiva nella quale i concorrenti cercano di abbattere con un colpo di fucile un piccione fatto uscire improvvisamente da una gabbia; piccione di gesso, di rame, bersagli di forma simile al piccione usati un tempo nelle gare di tiro al volo | piglià dduje picciune cu ‘na fava prendere due piccioni con una fava, (fig.) ottenere due risultati in una sola volta | fanno gluglú comme a dduje picciune tubano come due piccioni, (fig.) si dice di due innamorati che amoreggiano teneramente. 2 (fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, persona sempliciotta, che si può raggirare con facilità (cfr. sub cazzo n°2) 3 in macelleria, taglio di carne di bue compreso fra la rosa e le costole. Piccolo taglio triangolare situato sopra la noce, particolarmente tenero e saporito, si utilizza farne arrosti, ben legato.la voce piccione è voce in uso nel nord dell’Italia da Bologna in su; nel sud e segnatamente nel napoletano il termine piccione è sostituito con cularda/codarda(da non confondere con il cucuizzo che è la parte apicale e polposa della tracchia di gola) mentre in Calabria e Lucania è d’uso la voce tudisco. piccione è voce dal lat. tardo pipione(m), deriv. di pipiare 'pigolare' cfr. piccià←pipiare; rammento che nel napoletano l’accostamento del pene al piccione lo si ritrova nel commento al numero 29 della smorfia dove sotto l’espressione d’accompagnamento della sortita del numero: “Piccione e ova” giocata sull’assonanza tra nove ed ova, piccione è ovviamente il pene e le ove,sono i testicoli! cefalo s.vo m.le 1 (in primis) pesce di mare commestibile dal corpo quasi cilindrico,grossa testa e dorso scuro a squame argentee (ord. Mugiliformi) 2( fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene. voce dal lat. tardo cephalu(m), che è dal gr. képhalos, deriv. di kephalé 'testa'; l’accostamento semantico tra la voce cefalo ed il pene è da cercarsi proprio nella turgicità del glande in erezione che nell’inteso popolare richiama la grossa testa del cefalo. palàmmeto s.vo m.le 1 (in primis) pesce di mare commestibile simile al tonnetto (ord. Perciformi) 2( fig. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene.voce dal gr. pílamís –ídos; come per la precedente voce l’accostamento semantico tra la voce palàmmeto ed il pene nel furbesco inteso popolare è da cercarsi nella voluminosità del pesce palamida con il turgore dell’asta in erezione.La voce infatti è usata quando iperbolicamente e per vanteria si intenda millantare le dimensioni del proprio membro. capitone s.vo m.le 1 (in primis) famosa anguilla femmina di grosse dimensioni, pregiata per le sue carni, che è cibo tradizionale delle feste di Natale;di essa si dice che sia provvista di orecchi: in effetti il capitone e cioè la grossa anguilla femmina, regina delle napoletane tavole di magro della vigilia di Natale, allorché viene ammannito arrostito alla brace, in carpione, in umido, all’agro o fritto à una morfologia particolare e la sua grossa testa appare fornita di due minuscole appendici laterali traslucide, volgarmente détte orecchie; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene; tuttavia in tale accezione si precisa che trattasi di un capitone privo di orecchie; la voce capitone etimologicamente è dall’accusativo latino capitone(m) da capito/onis collaterale di caput/tis in quanto oltre il corpo à una testa molto pronunciata; rammenterò che nelle tombole familiari quando si estraesse il num. 32 chi lo estraeva annunciava trionfante: trentaroje ‘o capitone!,ma súbito chiosava: cu ‘e rrecchie volendo significare che si intendeva riferire proprio alla grossa anguilla provvista ai lati del capo di due piccole, trasparenti appendici ritenute orecchie, e non intendeva, col dire capitone, riferirsi ad altro furbesco richiamo non ittico, di appendice maschile spesso ricordata come ò détto con la voce: ‘o capitone senza recchie (il capitone privo d’orecchie). suricillo s.vo m.le diminutivo 1 (in primis) topino, piccolo topo; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene;nell’accezione sub 2 la voce a margine è rammentata in una famosa esclamazione/maledizione : mannaggia ô suricillo e ppezza ‘nfosa che ad litteram è : accidenti al topino ed (alla) pezza bagnata;Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale specialmente davanti a situazioni negative sí, ma poco importanti. di tale esclamazione/maledizione diffusamente dissi alibi e lí rimando chi volesse approfondire; qui mi limito a rammentare l’etimo della parola che deriva da uno xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula per indicare il membro maschile. Abbandoniamo ora il regno animale e passiamo a quello vegetale,nel quale si pescano alcuni nomi di ortaggi per assegnarli al pene sempre con riferimento alla durezza o alla forma allungata dell’ortaglie; vi incontriamo: fenucchios.vo m.le 1 (in primis) pianta erbacea con foglie basali dal picciolo largo, bianco e carnoso che vengono consumate come ortaggio; i semi sono usati per aromatizzare i cibi (fam. Ombrellifere) | finocchio dolce, si coltiva negli orti per consumarne la testa carnosa ed il fusto ingrossato; 2 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) membro maschile; rammento che in questa seconda accezione si fa riferimento semantico al finocchio dolce, quello dalla grossa testa carnosa e dal fusto ingrossato; voce dal lat. tardo fenuculum→ fenuclum→fenucchio, per il class. feniculu(m), deriv. di fìnum 'fieno'. cetriuolo s.vo m.le 1 (in primis) pianta erbacea rampicante con foglie lobate e fiori gialli, coltivata per i frutti commestibili verdi, allungati e carnosi (fam. Cucurbitacee). 2 (fig.) uomo sciocco, goffo 3 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, membro virile; di tutto riposo l’accostamento semantico da cercarsi nella forma e nel turgore dell’ortaggio; voce dal lat. volg. *citriolum, deriv. di citrus 'cedro', per il colore verde fava s.vo f.le 1 (in primis) pianta erbacea con foglie paripennate, fiori bianchi macchiati di nero e legume a baccello contenente semi commestibili, di color verde e della forma di un grosso fagiolo appiattito (fam. Leguminose) | (estens.) il seme commestibile della pianta: piglià dduje picciune cu ‘na fava - prendere due piccioni con una fava, (fig.) raggiungere due obiettivi in un colpo solo 2 (ant.) voto in un'assemblea che si esprimeva deponendo in un vaso fave bianche o nere 3 (per metafora furbesca e giocosa e popolarmente come nel caso che ci occupa) glande; e per estens., pene: voce dal lat. faba-m; anche in questo caso l’accostamento semantico è da cercarsi nella forma allungata dell’ortaglia; rammento che nell’accezione sub 3 il s.vo in esame è presente in una canzone di Raffaele Viviani [Castellammare di Stabia10/1/ 1888 – †Napoli22/3/1950] La rumba degli scugnizzi lí dove il poeta mette sulla bocca di uno scugnizzo l’espressione, rivolta ad una procace contadinella:”Pacchianè, chi s’ ‘o ppenzava, tiene chistu campo ‘e fave!” con riferimento salace al fondoschiena della ragazza ritenuto terreno da poterci piantare metaforiche fave. fungio s.vo m.le 1 (in primis) vegetale inferiore privo di clorofilla, e perciò obbligato a vita parassitaria o saprofitica, costituito da cellule disposte lungo filamenti detti ife | nell'uso comune, corpo fruttifero dei funghi piú grandi, di solito formato da un gambo sormontato da un cappello; può essere velenoso o commestibile: funghi freschi, secchi; funghi velenosi, mangerecci; risotto coi funghi; funghi trifolati, fritti | andare a, per funghi, a cercarli nei boschi | crescere, venir su come funghi, (fig.) rapidamente e in gran quantità | a fungo, a forma di fungo. 2 (estens.) qualsiasi oggetto a forma di fungo 3 (per traslato furbesco e giocoso. e popolarmente come nel caso che ci occupa) pene, membro virile; ancóra un accostamento semantico da cercarsi nella forma del vegetale con particolare attenzione al turgido e lungo gambo del fungo ed al cappello che lo sormonta; voce dal lat. fungu-m→fungio (dove il pl. funge giustifica anche la palatalizzazione del sg. fungio laddove in italiano fungo continua il suono gutturale latino mantenuto anche nel pl. attraverso l’acca diacritica: funghi; rammento che nell’accezione sub 3 anche il s.vo in esame pure se addizionato dello specificativo cinese è presente in una gustosa, salace canzonetta di Renato Carosone [pseudonimo di Renato Carusone (Napoli , 3 gennaio 1920 – †Roma , 20 maggio 2001),] ‘Stu fungo cinese nella quale il vegetale, con evidente metafora è accreditato della potenzialità di ingravidare una donna! pípero s.vo m.le ( al plurale pípere)1(in primis) nella parlata napoletana si identifica un tipo particolare di gustoso peperone,di vario colore (rosso, giallo, verde chiaro), non quadrilobato, ma di pizzuta forma conica allungata e di sapore piuttosto forte come dal nome che con derivazione dall’ acc.vo neutro tardo latino pipere(m) indica appunto un peperone dal sapore intenso, quasi pepato); è una bacca di colore verde chiaro , rosso o giallo di gustoso sapore piuttosto piccante, di media grandezza e di forma conica richiamante quella di un corno di toro ed in effetti nel resto d’Italia questo peperone è détto appunto corno di toro; si presta ad essere consumato per intero o ridotto in piccole falde fritto o imbottito e talvolta è usato nella elaborazione di risotti o altri primi piatti oppure nella preparazione di spezzatini di maiale (cfr. alibi); 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico alla tipica forma di questo peperone. rafaniello s.vo m.le 1(in primis) ravanello, pianta erbacea che si coltiva per la radice commestibile di colore rosso o bianco, dal sapore forte (fam. Crocifere). 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico non solo alla tipica forma allungata e puntuta di questo ortaggio, ma anche alla sua piccantezza. voce diminutiva (cfr. suffissi i + ello del s.vo rafano che è dal lat. raphanu(m),marcato sul greco rháphanos. Abbandonato cosí il regno vegetale, passiamo ad altri alimenti dolci o rustici; troveremo: franfellicco s.vo m.le 1(in primis) duro, dolcissimo bastoncino di zucchero filato, da succhiare, a forma di J che è l’iniziale del nome Jesus e nella tradizione popolare napoletana il franfellicco essendo un dolce, in origine natalizio, destinato ai bambini fu ritenuto figurazione del Bambino Gesú, roccia su cui fonda la salvezza dell’uomo. 2(per traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato vale pene, membro maschile con riferimento semantico alla forma ed alla durezza del dolciume; la voce franfellicco etimologicamente è un adattamento locale del fr. franfeluque. bbabbà s.vo m.le 1(in primis) dolce soffice e cedevole monoporzione di forma tronco-conica sormontata da un gonfio cappello, dolce principe, accanto alla sfogliatella ed alla mitica pastiera, della cucina partenopea. Esso dolce pur essendo originario della Polonia pervenne a Napoli (divenendo uno dei dolci piú graditi della pasticceria partenopea) attraverso i cuochi francesi (i famosissimi monzú[voce corruttiva del fr. monsieur]) chiamati a Napoli dalla regina Maria Carolina d’Asburgo (sorella della notissima Maria Antonietta, quella che finí i suoi giorni ghigliottinata con il consorte Luigi XVI al tempo (1793 rispettivamente 21/1 il re e 16/10 la regina) della rivoluzione francese) in occasione delle proprie nozze ( 7 aprile 1768) con Ferdinando IV Borbone – Napoli. Il dolce deve il suo nome alla morbidezza e cedevolezza dell’impasto atto alla malferma dentatura delle persone anziane;baba in lingua polacca vale:nonna,donna vecchia; quando poi il baba polacco, al seguito del re Stanislao Leszczinski, (che qualcuno vuole ne sia stato casualmente l’inventore)re di Polonia dal 1704 al 1735, giunse in Francia dapprima a Luneville e di lí a Parigi alla pasticceria Sthorer, dove tutti lo conobbero ed apprezzarono, esso vide il suo nome pronunciato alla francese con la a finale accentata babà e tale fu anche a Napoli (che anzi ne raddoppiò espressivamente la seconda esplosiva labiale e babà diventò babbà e preceduto dall’articolo addirittura ‘o bbabbà); nella città partenopea , come ò détto, prese stabile dimora per il tramite dei monzú francesi (cuochi di corte); anzi a Napoli vide raddoppiata b intervocalica diventando babbà e fu dolce tanto amato ed apprezzato da pervenire in talune locuzioni napoletane; Cito,ad es. : Sî ‘nu bbabbà! (Sei un babà) détto di persona (uomo) d’indole buona e mansueta fino alla prona accondiscenza, mentre riferito ad una donna Sî ‘nu bbabbà vale Sei tanto bella e buona (che meriteresti d’esser mangiata, come un babà!). Rammento altresí che soprattutto nell’ icastico parlato della città bassa la voce bbabbà è usata 2quale traslato furbesco e giocoso come nel caso che ci occupa per indicare il pene, il membro virile con riferimento semantico alla forma del dolce monoporzione. panzarotto s.vo m.le 1(in primis) specialità della cucina napoletana; voce con cui si indica una tipica frittella di forma cilindrica, frittella lunga 10, 12 cm.ricavata da un impasto di patate lesse e schiacciate, farina, rossi d’uova, sale, pepe, erbe aromatiche, farcita di pezzetti di salame e bastoncini di mozzarella o provola affumicata ,frittella intinta nella chiara d’uovo, rollata nel pan grattato e fritta in olio bollente e profondo; allor che la parola napoletana panzarotto emigrò nella lingua toscana ecco che, inopinatamente,forse per confusione con il panzerotto pugliese, perdette la seconda a (per altro etimologica e dunque sacrosanta) in favore della chiusa E ritenuta piú elegante e consona alla lingua di Alighieri Dante,e si ridusse a panzerotto voce con la quale, come ò detto, non si indicò piú la frittella di pasta di patata, ma una sorta di piú o meno grosso raviolo di semplice pasta lievitata rustica o dolce adeguatamente imbottito di ingredienti salati (ricotta, formaggi etc.) o dolci (marmellate, uvetta etc.) e la frittella di patate divenne, nell’italiano, crocchetta o crocchè, assegnandole scioccamente ed erroneamente (la frittella di patate non deve esser croccante, ma morbida e tenera!) un nome mutuato dal francese croquant = che crocca, nella fallace convinzione che una preparazione di origine popolare e rustica si ingentilisca e diventi di nobile prosapia se le si assegna un elegante nome francesizzante, come alibi già capitò con l’umile, ma gustosa frittata di sole uova, formaggio sale e pepe frittata che,diventata omelette, non migliorò…, né d’altra parte lo poteva: era già buona di suo! Etimologicamente sia il panzerotto pugliese che il panzarotto napoletano derivano quali diminutivi con riferimento al rigonfiamento sia del panzerotto che del panzarotto. dal s. panza (lat.pànticem→pan(ti)cem, donde per metaplasmo pan(ti)cia→ pan(ti)cja→panza.). Nella città bassa la voce panzarotto, con riferimento semantico alla sua forma, è usato anche per indicare 2quale traslato furbesco e salace come nel caso che ci occupa il membro maschile. pasticciotto s.vo m.le 1(in primis) dolce monoporzione, per solito di pasta choux farcito di crema 2quale traslato furbesco e salace come nel caso che ci occupa il membro maschile; questa voce però è usata solo nell’espressione SFRUCULIÀ 'O PASTICCIOTTO Ad litteram: sbreccare il dolcino. Id est:annoiare, infastire, molestare qualcuno; locuzione di valenza simile a quella che recita NUN SFRUCULIÀ 'A MAZZARELLA 'E SAN GIUSEPPE, usata anch'essa in tono imperativo preceduta da un canonico NON. Qui, in luogo della mazzarella, l'oggetto fatto segno di figurate sbreccature è un ipotetico pasticcino, chiaramente usato eufemisticamente al posto dell’ intuibilissimo sito anatomico maschile Esaurite cosí anche le voci alimentari passiamo a vedere quali oggetti sono presi a prestito per indicare il membro virile. Troviamo: chiuovo, chiuovo s.vo m.le (in primis)1 barretta metallica di varie forme e dimensioni, generalmente appuntita a un'estremità e con una testa piú o meno larga all'altra, che serve a unire fra loro parti di metallo, legno o altro materiale, o per appendere oggetti alle pareti: conficcare, piantare un chiodo con il martello; chiodi da tappezziere, da calzolaio, da carpentiere | elemento metallico da applicare a suole di scarpe, pneumatici ecc. per rinforzarli e migliorarne l'aderenza al suolo | in alpinismo, attrezzo che si conficca in parete per sostenere una corda: chiodo da roccia, da ghiaccio | essere sicco comme a ‘nu chiuovo -esseremagro come un chiodo, magrissimo | rrobba ‘a chiuove - roba da chiodi, (fam.) cosa incredibile o gravemente riprovevole, meritevole d’essere inchiodata al muro a mo’ di ricordo o ammonimento | chiuovo leva chiuovo - chiodo scaccia chiodo, (fig.) una preoccupazione ne fa dimenticare un'altra | attaccà quaccosa ô chiuovo - attaccare qualcosa al chiodo, (fig.) cessare di usarla: attaccà ‘e guantune, ‘a bicicletta ô chiuovo- attaccare i guantoni, la bicicletta al chiodo, ritirarsi dal pugilato, dal ciclismo | tené ‘nu chiuovo ‘nfronte, dint’ô scianco avere un chiodo in fronte, al fianco, (fig.) avere mal di testa, provare una fitta al fianco | tené ‘nu chiuovo ‘ncapa-avere un chiodo in testa, (fig.) un'idea fissa, una preoccupazione assillante; 2 (fig. fam.) debito: piantà e levà chiuove-piantare e levar chiodi, fare, pagare debiti 3 (figuratamente e semanticamente collegato al sentimento d’amore, perché – come questo – punge e perfora (l’animo))i figli, la prole definiti chiuove ‘e dDio.) 4 chiuovo ‘e carofano = chiodo di garofano, (bot.) gemma florale di un albero esotico delle mirtacee che, essiccata, si usa come spezie voce derivazione del lat. clavu(m);normale nel napoletano la risoluzione in chi del digramma cl (cfr. clausum→chiuso, ecclesia→chiesa, clave-m→chiave etc.) 5(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa vale pene, membro maschile con riferimento semantico alla tipica forma di una grossa barretta metallica appuntita ed alla sua attitudine a penetrare qualcosa. junco s.vo m.le [pl. -che] 1(in primis) pianta erbacea monocotiledone dallo stelo flessibile, che cresce spontanea nei terreni umidi e paludosi, pianta le foglie forniscono materiale d'intreccio (fam. Giuncacee) 2 (estens.) il fusto stesso della pianta, fusto che mondato delle foglie viene usato per produrre flessuosi bastoncini da passeggio; 3(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa vale pene, membro maschile in erezione con riferimento semantico alla rigidezza, elasticità e fllessuosità del fusto giuncaceo [cfr. Raffaele Viviani in ‘O guappo ‘nnammurato]; voce dal lat. iuncu-m penniello 1(in primis) attrezzo costituito da un mazzetto di peli naturali o di fibre sintetiche fissato all'estremità di un supporto di legno, per lo piú adoperato per dipingere, per verniciare o per spalmare sostanze liquide o semiliquide: pennello di setole di maiale, di tasso; pennello da imbianchino, da pittore | penniello p’ ‘a barba pennello per la (o da) barba, con cui ci si insapona il viso prima della rasatura ' pennello per labbra, per occhi, pennellino usato per il trucco ' pennello da spolvero, per la pulizia di mobili intagliati o di oggetti delicati 'll’arte d’ ‘o penniello l'arte del pennello, la pittura ' a pennello, alla perfezione: chillu vestito te sta a ppenniello -quel vestito ti sta a pennello; 2(per traslato furbesco e caustico, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa vale pene, membro maschile con riferimento semantico non solo alla tipica forma dell’attrezzo, ma salacemente con riferimento alla capacità del pennello e del pene di splamare sostanze liquide o semiliquide; voce dal lat. volg. *penĕllu(m), dim. di pínis 'coda, pene' con dittongazione della breve ĕ e raddoppiamento espressivo della consonante nasale dentale (n) spruoccolo s.vo m.le1(in primis) stecco, pezzetto di legno 2o di ramo, bastoncello, zeppa 2(per traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce nel parlato della città bassa vale pene, membro maschile con riferimento semantico non soltanto alla forma dell’aggeggio ma anche rammentandosi di una tipica espressione partenopea che associa lo stecco ad un buco.Questa la locuzione:'Nfila 'nu spruoccolo dinto a 'nu purtuso! Letteralmente: Infila uno stecco in un buco! La locuzione indica una perentoria esortazione a compiere l'operazione indicata che deve servire a farci rammentare l'accadimento di qualcosa di positivo, ma talmente raro da doversi tenere a mente mediante un segno ben visibile come l'immissione di un bastoncello in un buco di casa, per modo che passandovi innanzi e vedendolo ci si possa rammentare del rarissimo fatto che si è verificato. Per intenderci, l'espressione viene usata, a sapido commento allorchè, per esempio, un uomo politico mantiene una promessa, una donna è puntuale ad un appuntamento et similia.L’espressione rammenta una cerimonia in uso nell’antica Roma repubblicana allorché il Sommo sacerdote, a fini eponimi, soleva ad inizio d’anno infiggere un chiodo in una delle pareti del tempio di Giano. Nel salace inteso della città bassa partenopea il purtuso/buco dell’espressione richiamò d’acchito quello anatomico femminile per cui lo spruoccolo finí per indicare il membro maschile deputato a riempire quel purtuso (buco); etimologicamente spruoccolo è da un tardo lat. *(e)xperŏccolo→sp(e)roccolo→spruoccolo (da ex + pedunculu-m) con sincope, assimilazione regressiva nc→cc dittongazione della ŏ diventata tonica e roticizazione osco/mediterranea d→r; pertuso/purtuso s.vo m.le = buco, foro, fessura, passaggio stretto voce da un lat. tardo pertusiu(m), deriv. del class. pertusus, part. pass. di pertundere 'bucare, forare', comp. di per 'attraverso' e tundere 'battere. martino s.vo m.le1(in primis) coltello , pugnale, generica arma bianca affilata ed appuntita; 2(per icastico traslato furbesco e salace, come nel caso che ci occupa ) la voce in tale accezione desueta nel parlato della città bassa valse pene, membro maschile con riferimento semantico non soltanto alla forma dell’aggeggio ed alla sua attitudine a perforare e/o deflorare, ma soprattutto rammentandosi di una tipica espressione partenopea dalla quale la voce fu mutuata.Questa la locuzione:Chiave ‘ncinta e martino dinto! Letteralmente:Chiave nella cintola,e membro dentro! Antichissima locuzione risalente addirittura al tempo della ultima crociata [1271-1272] e che si riferí alla disavventura occorsa ad un geloso cavaliere che, partito portando seco la chiave della cintura di castità di cui aveva fornito la consorte,ritornando ebbe la sgradita sorpresa di imbattersi nel fabbro (costruttore della cintura)che, evidentemente in possesso di un duplicato della chiave, gli stava violando la moglie con il suo martino. Etimologicamente la voce martino è una voce furbesca – gergale ricavata sul nome , del soldato san Martino che perdura ancóra nell’agg.vo ammartenato : che è precisamente colui che incede con aria di gradasso, di spavaldo, di prepotente , come chi sia – in linea con la etimologia – provvisto di martino alternativamente la spada, lo stocco, il coltello, l’arma bianca insomma qualsiasi arma che offra sicurezza, quando non sicumera a chi ne sia provvisto. Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato il provocatorio lettore A.G. . ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in queste paginette. Satis est. Raffaele Bracale