mercoledì 27 maggio 2015

VARIE 15/434

1.PULICENELLA MURETTE SICCO E PPANZUTO Icastica antica espressione che a tutta prima parrebbe configurare un ossimoro se considerata nella sua traduzione letterale:Pulcinella morí magro e panciuto, acquista invece tutto il suo pregnante significato che chiarirò qui di sèguito, tenendo presente ch’essa era usata nei tempi d’antan da chi, in presenza di reiterati dispiaceri occorsigli, voleva raccomandare a coloro con i quali fosse in continuo contatto di parentela od affari di non procurargli continui rammarichi, crucci, pene, o tristezze sottolineando il fatto che prima o poi le suddette dispiacenze l’avrebbero fatto morire... In effetti nell’espressione in esame con il termine sicco = secco, magro (dal lat. siccu(m)) si vuol significare chi sia afflitto da inopia, mancanza di sostentamento tale da poter condurre alla morte, mentre con il termine panzuto(denominale di panza forgiata sul latino pantice(m)→panticja(m)→pan(ti)cja(m)→panza con metaplasmo cj→z) = di per sé panciuto, però qui si intende non il satollo, il sazio, il pieno, ma l’idropico,l’affetto da idropisia, morbo che procurava l’enfiagione del ventre enfiagione che nell’inteso comune si pensava fosse dovuta ai dispiaceri. Riepilogando: per essere compresa nel suo pregnante significato l’espressione in esame va intesa come Pulcinella(cioè io, napoletano pacifico che rifuggo da scontri, litigi e violenze)non posso morire che di fame o di dispiaceri. Atteso che, per grazia di Dio, il sostentamento non mi manca, procuratemi di non farmi dolere o ne morirò! 2.QUANNO CURRETTE ‘A LAVA D’ ‘O SEJE Ad litteram: Quando corse la lava del sei. Id est: quando si verificò l’eruzione del Vesuvio datata 4 - 21 aprile 1906. Anche con questa espressione ci si intende riferire ad avvenimenti molto remoti, a tempi lontani ed essa è usata a caustico commento delle parole di qualcuno che continui a rammentare/rsi cose o luoghi o avvenimenti ormai remotissimi e probabilmente irripetibili. L’espressione è alternativa di quella che recita Arricurdarse ‘o cippo a Furcella, ‘a lava d’’e Virgene, ‘o catafarco ô Pennino, ‘o mare ô Cerriglio. ma – come ò anticipato – nell’espressione in epigrafe non si fa riferimento ad una copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua, quale quella [cfr. alibi] che interessava la via Vergini bensí ci si riferisce ad un’autentica colata lavica, quella che dalle ore 5.30 circa del 4 e sino a tutto il 21 aprile 1906 interessò il versante meridionale del Vesuvio risultando la maggiore eruzione del Vesuvio nel 20° secolo, eruzione che nel quarto giorno con caduta di cenere e lapilli, oltre ad interessare sensibilmente i paesi vesuviani ad est del vulcano tra cui Ottaviano e S.Giuseppe Vesuviano e Napoli, raggiunse anche la Puglia. Il s.vo f.le lava nell’idioma napoletano, etimologicamente dal lat. labe(m) 'caduta, rovina', deriv. di labi 'scivolare', nel caso che ci occupa indica la massa fluida e incandescente costituita di minerali fusi, che fuoriesce dai vulcani in eruzione: colata di lava., ma alibi,come ripeto, anche una copiosa, quasi torrentizia caduta di acqua. quanno = quando, allorché ogni volta che, tutte le volte che (con valore iterativo) giacché, dal momento che (con valore causale):: avv. di tempo derivato dal latino quando con assimilazione progressiva nd→nn; currette = córse voce verbale (3ª p. sg. pass. rem. dell’inf. correre dal lat. currere) seje = sei numero naturale connotante sei unità usato come risultato dell’aferesi della cifra 1906→’6 connotante il sesto anno del 20° secolo; 1906 è un numero naturale corrispondente a diciannove centinaia piú sei unità. 3. CRAVÚGNOLO GRAVUOGNOLO o CRAVUONCHIO Cosí nel napoletano vengono indicati foruncoli, bitorzoli, sporgenze, pustolette presenti in genere sul volto di persone il piú delle volte giovani, foruncoli, bitorzoli, sporgenze, pustolette talora lividi o di colore bruno; à/ànno derivazione da carbunculus diminutivo di carbo/onis; debbo ritenere quindi che “graungelo” o “gravungelo”attestate in Castelvolturno nei medesimi significati siano adattamenti locali delle voci che ò indicato. 4.CURNUTO E MMAZZIATO Letteralmente: becco e percosso È il modo partenopeo di rendere l’italiano: il danno e la beffa prendendo a termine di paragone il povero ovino assurto a modello ed emblema del marito tradito, ma qui simbolo di chi, avuto un torto debba subire anche il dileggio. Altrove in maniera molto piú icastica e cruda, piú estesamente si suole affermare ‘a sciorta d’’o piecoro: nascette curnuto e murette scannato id est: (è veramente amara) la sorte del becco che nacque cornuto e morí sgozzato; la medesima sorte cioè del marito tradito che oltre a sopportar il peso delle corna, spesso deve subire l’onta delle percosse. curnuto/a agg.vo m.le o meno spesso f.le; talvolta è usato anche come sostantivo (volg.) persona cornuta 1 provvisto di corna: animale cornuto ' argomento cornuto, (fig.) il dilemma in quanto consiste di due proposizioni contrapposte, dette corni 2 (lett.) che à forma di corno o di corna. 3 (volg.) si dice di persona tradita dal proprio coniuge; quanto all’etimo è dal lat. cornutu(m), deriv. di cornu 'corno' mazziato/a agg.vo m.le o talvolta f.le : percosso, colpito, bastonato; viene maggiormente usato l’agg.vo maschile in quanto il femminile è usato come sostantivo per indicare una variata ed estesa serie di percosse; quanto all’etimo è un derivato de l lat. mattea = bastonr, randello; sciorta s.vo f.le = sorte, destino anche, specialmente nell’esclamazioni buona fortuna o cattiva fortuna (cfr. ‘í che sciorta! = guarda che fortuna!(buona o cattiva a seconda del contesto) etimologicamente dal lat. sorte(m) con il solito passaggio della esse seguita da vocale a sci come in semum→scemo, simia→scigna, ex-aqueo→sciacquo; piecoro s.vo m.le = becco, montone, maschio della pecora etimologicamente da un lat. volg. *pĕcoru(m)→piecoro; nascette = nacque; voce verbale (3° pers. sg. pass. rem. dell’infinito nascere dal lat. volg. *nascere, per il lat. class. nasci; murette = morí; voce verbale (3° pers. sg. pass. rem. dell’infinito murí dal lat. volg. *morire, per il lat. class. mori scannato = sgozzato, ucciso mediante recisione della gola; voce verbale: part. pass. aggettivato dell’infinito scannà denominale di canna= gola (dal greco kànna) con protesi di una esse detrattiva. Concludendo si può dire che l’espressione curnuto e mazziato fu adoperata per addolcire quasi la più cruda curnuto e scannato. 5.NUN ME FIRO Letteralmente: non mi fido cioè non mi sento bene, oppure non ò voglia o volontà di fare alcunché; semanticamente l’espressione nel senso di non mi sento bene si spiega sottintendendo delle mie condizioni fisiche cioè non confido, non faccio affidamento sulle mie condizioni fisiche; id est: non sto bene; nel senso di non ò voglia o volontà di fare alcunché si spiega sottintendendo del mio desiderio, della mia volontà cioè non faccio affidamento sulle mia volontà o sul mio desiderio Etimologicamente il verbo fidà (fidarse) viene dal Lat. volg. *fidare, per il class. fidere 'confidare'. 6.MEGLIO 'NU MINUTO ARRUSSÍ, CA CIENT’ANNE AVVERDÍ Letteralmente: Meglio arrossire un minuto che diventar verdi (di bile) per cento anni. Id est: Meglio brevemente vergognarsi (arrossire) (per avere opposto un rifiuto ad una richiesta) che esser costretti a lunghi travasi di bile (per aver acconsentito a qualcosa che ci costerà lungo lavoro, dispendio d’energie, fatica e tormenti morali) Etimologicamente il verbo arrussí (vergognarsi) viene dall’agg.vo russo (rosso) che è dal lat. parlato *russu(m) per il class. ruber; etimologicamente il verbo avverdí (farsi verde di bile) vienedall’agg.vo vierde= verde che è dal lat. viride(m), deriv. di viríre 'verdeggiare'. 7.CU 'NU SÍ TE 'MPICCE E CU 'NU NO TE SPICCE. Letteralmente: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti. sí avverbio olofrastico affermativo corrispondente all’italiano sí 1) si usa dunque nelle risposte come equivalente di un'intera frase affermativa (può essere ripetuto o rafforzato): "Ệ capito?" "Sí"; "Venono pure lloro?" "Sí"; anche, "Sí, sí", "Sí certo", "Comme!Sí!", "Sí overamente ", "Ma sí!" | ' dicere ‘e sí, acconsentire ' risponnere ‘e sí, affermativamente ' paré, sperà, crerere ecc. ‘e sí, che sia cosí ' | e ssí ca = e dire che ' sí, dimane, (fam. iron.) no, assolutamente no 2) spesso contrapposto a no: dimme sí o no!; un giorno sí e n’ato no, a giorni alterni ' sí e nno, a malapena ' ti muove, sí o no?, esprimendo impazienza ' cchiú ssí ca no, probabilmente sì ; 3) con valore di davvero, in espressioni enfatiche: chesta sí ca è bbella!; chesta sí ch’è ‘na nuvità! talvolta è usato come s. m. invar. 1) risposta affermativa, positiva: m’aspettavo ‘nu sí; risponnere cu ‘nu un bellu sí; ‘e spuse ànno ggià ditto ‘o sí; stare tra ‘o sí e o no, essere incerto; decidersi p’’o ssí, decidere di fare qualcosa ' 2) pl. voti favorevoli: si songo avute tre ssí e quatto no. L’etimo di questo sí è dal lat. sic 'cosí', forma abbreviata della loc. sic est 'cosí è'; poi che la voce in esame deriva da un si(c) con la caduta di una consonante e non di una sillaba non sarebbe previsto alcun segno diacrito sulla parola derivata, ma è stato giocoforza accentare la i di questo sí per con confonderlo anche graficamente dal si congiunzione o dal si’ apocope di signore. Di... segno opposto l’avverbio olofrastico negativo no scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no. A margine rammento che nel napoletano diversi tipi di SI: SI –SI’ - Sĺ E SÎ Cominciamo con la congiunzione A)--si corrispondente all’italiano se 1) posto che, ammesso che (con valore condizionale; introduce la protasi, cioè la subordinata condizionale, di un periodo ipotetico): si se mette a pparlà,nun ‘a fernesce cchiú; si i’ fosse a tte ,me ne jesse a ffà ‘na scampagnata ; si tu avisse sturiato ‘e cchiú ,fusse o sarriste stato prumosso; si fosse dipeso ‘a me, mo nun ce truvarriamo o truvassemo a chistu punto; si fusse stato cchiú accorto , non te fusse o sarriste truvato dinto a ‘sta situazziona (o pop.: si ire cchiú accorto , non te truvave dinto a ‘sta situazziona ) | in espressioni enfatiche, in frasi incidentali che attenuano un'affermazione o in espressioni di cortesia: ca me venesse ‘na cosa si nun è overo!; pure tu, si vulimmo sî ‘nu poco troppo traseticcio; si nun ve dispiace, vulesse ‘nu bicchiere ‘e vino; pecché, si è llecito,aggio ‘a jrce semp’i’? | può essere rafforzata da avverbi o locuzioni avverbiali: si pe ccaso cagne idea, famme ‘o ssapé; si ‘mmece nun è propeto pussibbile, facimmo ‘e n’ata manera | in alcune espressioni enfatiche e nell'uso fam. l'apodosi è spesso sottintesa: ma si non capisce ‘o riesto ‘e niente!; si vedisse comme è crisciuto!; se sapessi!; se ti prendo...!; e se provassimo di nuovo...? | si maje, nel caso che: si maje venisse, chiàmmame; anche, col valore di tutt'al più: simmo nuje, si maje, ca avimmo bisogno ‘e te; 2) fosse che, avvenisse che (con valore desiderativo): si vincesse â lotteria!; si putesse turnarmene â casa mia!; si ll’ avesse saputo primma! 3) dato che, dal momento che (con valore causale): si ne sî proprio sicuro, te crero; si ‘o ssapeva, pecché nun ce ll’ à ditto? 4) con valore concessivo nelle loc. cong. se anche, se pure: si pure se pentesse, ormaje è troppo tarde; si anche à sbagliato, no ppe cchesto ‘o cundanno 5) preceduto da come, introduce una proposizione comparativa ipotetica: aggisce comme si nun te ne ‘mportasse niente; me guardava comme si nun avesse capito; comme si nun si sapesse chi è! 6) introduce proposizioni dubitative e interrogative indirette: me dimanno si è ‘na bbona idea; nun sapeva si avarria o avesse fernuto pe ttiempo; nun saccio che cosa fà, si partí o restà; s’addimannava si nun se fosse pe ccaso sbagliato | si è overo?, si tengo pacienza?, sottintendendo 'mi chiedi', 'mi domandi' ecc. Rammento che questa congiunzione si napoletana non viene mai usata come sost. m. invar. come invece capita con il corrispettivo se dell’italiano. Quanto all’etimo il si a margine è dal lat. tardo sí(d), dall'incrocio del class. si'se' col pron. (qui)d 'che cosa'. Lasciando da parte altre congiunzioni monosillabiche che non sono tipiche del napoletano in quanto corrispondenti in tutto e per tutto a quelle della lingua nazionale ( e, ma, o= oppure etc.) mi lascio portar per mano dalla congiunzione si per illustrare l’omofono, ma non omografo B --SI’ che è l’apocope di si(gnore) e pertanto esige il segno diacritico dell’apostrofo. viene usato per solito davanti ad un sostantivo comune o davanti a nome proprio di persona (ad es.: ‘o si’ prevete= il signor prete, ‘o si’ Giuanne = il signor Giovanni.) L’etimo del lemma signore da cui l’apocope a margine si’ è dal francese seigneur forgiato sul latino seniore(m) comparativo di senex=vecchio,anziano. Ricordo che càpita spesso che sulla bocca del popolino, meno conscio o attento della/alla propria lingua, (la qual cosa non fa meraviglia)ma – inopinatamente – pure sulle labbra e sulla punta della penna di taluni pur grandi e grandissimi autori partenopei accreditati d’essere esperti e/o studiosi della lingua napoletana la voce a margine è resa con la trasformazione del corretto si’ (che è di per sé – come ò sottolineato - è l’apocope di si(gnore) ) con uno scorretto C –sî = corrispondente all’italiano sei voce verbale (2° p.sg. indicativo pres. o cong. ) dell’infinito essere dal lat. esse la forma sî forse derivata, piú che dalla scrittura contratta dell’italiano sei (il napoletano non è mai tributario dell’italiano!...) etimologicamente dal lat. si(s) che eccezionalmente esige l’indicazione di un segno diacritico (accento circonflesso) non etimologico, ma utile per distinguere la voce verbale a margine dagli illustrati altri omofoni si presenti nel napoletano. D - SÍ avverbio olofrastico affermativo ò già detto. --NO scritto privo di qualsiasi segno diacritico, da non confondersi con l’omofono,ma non omografo art. indeterminativo ‘nu/’no Avverbio olofrastico negativo corrispondente al no dell’italiano 1) negazione equivalente a una frase negativa, usata spec. nelle risposte (si contrappone a sí): «Ll'hê visto?» «No»; «Parte oje?» «No, dimane» | accompagnato da rafforzativi: proprio no;; certamente no; ma no! | no e pò no!, proprio no | pare ‘e no, sperammo ‘e no, che non sia cosí | dicere ‘e no, negare, rifiutare: à ditto ‘e no; ‘na perzona ca nun dice maje ‘e no, che è spesso incline ad acconsentire, disponibile | nun dicere ‘e no, acconsentire, ammettere, o almeno non escludere: «È ‘na cosa straurdinaria» «Nun dico ‘e no, ma nun se po’ ffà!» | risponnere ‘e no, dare una risposta negativa | fà ‘e no cu ‘a capa, dare una risposta negativa senza parlare | si no, (fam.) altrimenti: aggi’ ‘a jí â casa ampressa , si no sarranno guaje | meglio ‘e no!, meglio ca no per esprimere un parere negativo: «T’’a siente ‘e ascí?» «Meglio ca no!» | comme no!, altro che, eccome: «Te piaceno ‘e sfugliatelle ?» «Comme no!» | E pecché no, come risposta affermativa a una proposta: «Ce jammo ô cinema stasera?» «E pecché no!» | anze ca no, alquanto, piuttosto: ‘na pellicula scucciante anze ca no | sí e nno, neanche, appena: ce sarranno state sí e nno vinte perzone | cchiú ssí ca no, probabilmente sí; cchiú nno ca sí , probabilmente no | forze sí forze no , può darsi | ‘nu juorno sí e ‘nu juorno no, a giorni alterni 2) nelle proposizioni disgiuntive stabilisce una contrapposizione: dimme si t’è piaciuto o no; chi sturia, e chi no; bella jurnata o no , ce vaco ‘o stesso | sí o no?, per esprimere impazienza: viene sí o no? 3) con valore rafforzativo o enfatico: no, nun ce vengo!; nun ce pozzo credere, no!; aggiu ditto ca nun ce vaco, no!; ma no, nun è ppe cchesto! | ma no!, per esprimere sorpresa, incredulità o una forte emozione: «’A quistione è ggià risolta» «Ma no!»; «Aggio avuto ‘na brutta brunchita» «Ma no!» 4) posposto al termine da negare sta per un non anteposto: «È proprio friddo ‘o ccafè tujo?» «Friddo no, ma appena appena scarfato»; «’O vide spisso?» «Spisso no, quacche vota»; «Mi faje ‘o probblema ?» «Fartelo no, ma pozzo aiutà» | 5) con il valore di non è vero?: ti piacesse si fosse accussí, no?; v’aggiu ggià ditto, no,’e ve stà zitte! L’etimo dell’avv. no è dal lat. non. ‘NU/’NO = corrispondono ad un ed uno della lingua italiana dove sono agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm. [ in italiano, uno come agg. num. e art. maschile si tronca in un davanti a un s. o agg. che cominci per vocale o per consonante o gruppo consonantico che non sia i semiconsonante, s impura, z, x, pn, ps, gn, sc (un amico, un cane, un brigante, un plico; ma: uno iettatore, uno sbaglio, uno zaino, uno xilofono, uno pneumotorace, uno pseudonimo, uno gnocco, uno sceriffo); il napoletano non conosce tante complicazioni ed usa indifferentemente ‘nu/‘no davanti ad ogni nome maschile sia che cominci per vocale, sia che cominci per consonante o gruppo consonantico (ad es.: n’ommo= un uomo – ‘nu sbaglio= un errore;) da notare che mentre nella lingua nazionale si è soliti apostrofare solo l’art. indeterminativo una davanti a voci femm. comincianti per vocali, mentre l’art. indeterminativo maschile uno non viene mai apostrofato e davanti a nomi maschili principianti per vocali se ne usa la forma tronca un (ad es.: un osso) nella lingua napoletana è d’uso apostrofare anche il maschile ‘no/‘nu davanti a nome maschile che cominci per vocale con la sola accortezza di evitare di appesantir la grafia con un doppio segno diacritico: per cui occorrerà scrivere n’ommo= un uomo e non ‘n’ommo l’etimo di ‘no/’nu è ovviamente dal lat. (u)nu(m) l’aferesi della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori seguano il malvezzo di scrivereno/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile ;la medesima cosa càpita con il corrspondente art. indeterminativo femm.le ‘na = corrispondente ad una della lingua italiana dove è agg. num. card. , pron. indef. , art. indeterm.come del resto nel napoletano dove però come agg. num. card. non viene usata la forma aferizzata ‘na, ma la forma intera una (cfr. ad es.: pòrtane ‘na cannela= portami una candela quale che sia –ma pòrtame una cannela = portami una sola candela) ; l’etimo di ‘na è ovviamente dal lat. (u)na(m); l’aferesi della prima sillaba (u) comporta la doverosa indicazione di un segno diacritico (‘) quantunque oggi numerosi autori, anche preparati, seguano il malvezzo di scrivere l’articolo na come pure, come ò detto, il corrispondente del maschile e neutro no/nu privi di qualsiasi segno diacritico, ma è costume che aborro, non trovando, ragioni concrete e corrette per eliminare un sacrosanto segno etimologicamente ineccepibile; a mio avviso infatti non è ragione concreta e corretta quella, accampata da qualcuno, che mancando nel napoletano scritto la forma intera degli articoli indeterminativi uno/unu- una ed esistendo pressoché solo quella aferizzata no/nu – na sarebbe inutile fornire questi ultimi del segno d’aferesi. Nel napoletano scritto c’è del resto una parola che potrebbe ingenerare confusione con l’art. indeterminativo ‘nu/’no : sto parlando della negazione nun= non che talvolta viene apocopata in nu da rendersi però nu’ (facendo un’eccezione rispetto alla regoletta per la quale i termini apocopati di cononante/i e non di sillaba vocalica, non necessitano di segni diacritici (ad es.: cu da cum – pe da per – mo da mox – po da post ) dicevo da rendersi però nu’ per evitarne la confusione con l’omofono articolo ‘nu (un, uno) che conviene sempre fornire del segno (‘) d’aferesi e ciò in barba a troppi moderni addetti e non addetti ai lavori partenopei per i quali è improvvidamente invalso il malvezzo di rendere l’articolo indeterminativo maschile nu senza alcun segno diacritico alla medesima stregua dell’articolo indeterminativo femminile ‘na che è reso na senza alcun segno diacritico, quasi che il segnare in avvio di parola un piccolo segno (‘) comportasse gran dispendio di energie o appesantisse la pagina scritta, laddove invece,il non segnarlo, a mio avviso, è segno di sciatteria, pressappochismo dello scrittore (si chiami pure Di Giacomo,F. Russo, E.De Filippo, EduardoNicolardi etc.). Del resto non è inutile ricordare che tanti (troppi!) autori napoletani, anche famosi e/o famosissimi non potettero avvalersi di adeguati supporti grammaticali e/o sintattici del napoletano, supporti che furono inesistenti del tutto, mentre i pochissimi esistenti (Galiani, Oliva, Serio) furono malamente diffusi, né potettero far testo, vergati com’erano stati da addetti ai lavori non autenticamente napoletani e pertanto, spesso, imprecisi e/o impreparati. Ancóra ricordiamo che moltissimi autori furono istintivi e spesso mancavano del tutto di adeguata preparazione scolastica (cfr. V.Russo, R.Viviani etc.), altri avevano studiato poco e male e quelli che invece avevano adeguata preparazione scolastica (cfr. Di Giacomo, F. Russo, E. Nicolardi etc. spessissimo la usarono maldestramente adattando le nozioni grammaticali-sintattiche dell’italiano al napoletano che invece non è mai tributaria dell’italiano essendo linguaggio affatto originale e diretto discendente del latino parlato. Per concludere, a mio avviso nel napoletano scritti gli articoli indeterminativi vanno sempre corredati del segno d’aferesi (etimologicamente esatti!)ed il non farlo è segno di sciatteria, pressappochismo e forse sicumera! E dunque ‘nu – ‘no – ‘na e mai nu – no – na. I grandi autori vanno seguíti quando fanno bene, non quando sbagliano! Si può tentare di capire le ragioni del loro errare, ma occorre evitare di porsi nella scia di chi sbaglia, fosse pure un grande autore! 8.'O GUAIO È DE CCHI 'O SENTE, NO ‘E CCHI PASSA E TENE MENTE. Il guaio è di colui che l’avverte (sulla propria pelle) (non del terzo) che passando guarda ciò che accade, (ma certamente non à diretta contezza o ne subisce gli effetti deleterei).Va da sé cioè che solo chi subisce un danno o una disgrazia è facultato a dolersene, mentre l’occasionale spettatore delle altrui disgrazie potrà solo superficialmente rammaricarsene o far finta di farlo in quanto non è realmente compartecipe dell’accidente, calamità o sciagura; guaio s.vo m.le 1 disgrazia; situazione difficile: stà dint’ a ‘nu mare ‘e guaje(essere in un mare di guai);jí cercanno guaje cu ‘o lanterino( andare in cerca di guai con la lanterna) 2 impiccio, inconveniente; danno voce etimologicamente da un antico tedesco wàwa =disgrazia, sventura ed in senso piú limitato: calamità, fastidio, impiccio; tene mente = lett.: pone mente, cioè osserva, guarda; espressione verbale formata dall’ unione del s,vo mente con la voce verbale tène (3° p. sg. ind. pres. dell’infinito tènere/tené = avere, porre,possedere etc. dal lat. teníre, corradicale di tendere 'tendere'); il s.vo f.le mente (che è dal lat. mente(m), da una radice *men- indicante in generale l'attività del pensiero) vale appunto 1 l'insieme delle facoltà intellettive che permettono all'uomo di conoscere la realtà, di pensare e di giudicare 2 la sede in cui l'attività del pensiero ha luogo; testa, capo 3 particolare attitudine, inclinazione mentale 4 intelligenza, capacità intellettiva 5 il pensiero, l'attenzione 6 memoria 7 il complesso delle idee, delle cognizioni di una persona; anche, la persona stessa fornita di determinate qualità; nella fattispecie però in unione con il verbo tenere serve a dargli il significato di guardare, osservare, porre attenzione, scrutare, esaminare come chi mettesse al servizio della osservazione tutto l'insieme delle proprie facoltà intellettive che permettono all'uomo di conoscere la realtà, di pensare e di giudicare. 9. CHE SANGO ‘E CHIAVARDA 'E FIERRO! Si tratta d’un’ antica espressione esclamativa, piuttosto becera, in uso dapprima tra i reclusi delle carceri di san Francesco nella piazza omonima e successivamente tra il popolino della città bassa,espressione esclamativa, coniata per leggera assonanza, marcandola su altra che si evitava di pronunciare nel timore di incorrere in aggiuntivi rigori di legge per offese ai secondini o forze di polizia.L’espressione originaria fu infatti Mannaggia ô sanco ‘e chi v’afferra con evidente riferimento ai tutori della legge che operavano gli arresti dei delinquenti o a gli addetti alla sorveglianza nelle carceri, addetti che controllavano i detenuti. L’originaria Mannaggia ô sanco ‘e chi v’afferra generò dapprima Mannaggia ô sanco ‘e chiavarda ‘e fierro snellita poi in che sango ‘e chiavarda 'e fierro! portandosi dietro tutto il suo significato di malcelato risentimento, di dolorosa stizza, irritazione, astio, livore, rancore avverso la situazione niente affatto piacevole in cui versavano originariamente i detenuti e poi – nel parlato comune – quelle di chiunque si trovasse a gestire situazioni fastidiose, circostanze sfavorevoli.La chiavarda s.vo f.le che di per sé (cfr. la derivazione dal s.vo chiave (lat. clavu(m)) è 1 (mecc.) grosso bullone che serve per ancorare i basamenti delle macchine fisse o per unire parti di macchine o di strutture 2 tirante a sbarra che serve a contenere una spinta ( di un lettuccio,di un arco, un tetto e sim.) 3 (rar.) grosso chiodo. Nell’accezione sub 2 la chiavarda era ben nota ai carcerati i cui lettucci ne erano forniti ed il sostantivo suggerí il passaggio da e chi v’afferra a ‘e chiavarda ‘e fierro. 10.VULISSE METTERE ‘O CÀNTERO CU ‘ARCIULO? Letteralmente: Vorresti porre (a confronto) il pitale con l’orcio? Id est: Avresti forse intenzione, con il tuo errato comportamento,e/o argomentare di entrare in una tale confusione da non essere in grado piú di cogliere le differenze intercorrenti tra un volgare contenitore di deiezioni (il càntaro) ed un signorile, magari pregiato grande vaso panciuto di terracotta usato per conservare olio o derrate alimentari (l’orcio)? L’espressione in epigrafe ripete, ma in maniera quanto piú colorita ed icastica, il concetto dell’italiano confondere la lana con la seta espressione quest’ultima che, oltre ad essere meno colorita della napoletana, à in sé un che di anòdino, ambiguo, dubbio, enigmatico, oscuro atteso che non è semplicissimo intendere quale tra la lana e la seta sia il filato da tenere in maggior considerazione; al contrario nell’espressione napoletana che non ingenera dubbi, facilmente si coglie quale tra i due sia il contenitore piú nobile; l’espressione napoletana è usata come sarcastico, salace commento al vacuo, vuoto, inconsistente, futile, fatuo ragiomento di uno sciocco sprovveduto che pone a paragone due soggetti o concetti diametralmente opposti e tra i quali non vi dovrebbe essere confusione e/o competizione; l’espressione è usata altresí come salace commento all’ inconsistente, futile, fatuo atteggiamento che tenga uno spocchioso supponente che, privo di ogni acclarata dote fisica (forza,energia, vigore etc. ) e/o morale (cultura,preparazione, istruzione, coraggio etc.) pretenderebbe di entrare in competizione con chi invece di quelle doti sia indubbiamente e patentemente fornito; va da sé che in tale ipotetico confronto il supponente rappresenterebbe il càntaro e l’antagonista l’arciulo. vulisse letteralmente volessi, ma qui vorresti voce verbale (2 °prs. sg. dell’imperfetto congiuntivo) dell’infinito vulere/é= volere che è dal lat. volg. *volíre→*vulire→vulére, per il class. velle, ricostruito sul tema del pres. volo e del perfetto volui; la voce a margine come détto è la 2°prs. sg. dell’imperfetto congiuntivo e correttamente andrebbe reso con il congiuntivo volessi , ma spesso il napoletano usa il congiuntivo come condizionale (modo che pure esiste in grammatica napoletana, ma che è raramente usato preferendoglisi il congiuntivo imperfetto ed è presente quasi soltanto negli scritti di poeti canzonieri o giornalisti letterati fattisi condizionare per un motivo od un altro dalla lingua ufficiale: cfr. ad es.: Vincenzo Russo I’ te vurria vasà e Armando Pugliese Vurria;bizzarrie di chi si lascia influenzare se non addirittura mettere le pastoie dall’italiano o di chi vi si abbandona temendo di incorrere in qualche strafalcione grammaticale; un popolano nel suo istintivo eloquio veracemente napoletano non potrebbe mai dire: I’ te vurria vasà” direbbe sempre “I’ te vulesse vasà”, né direbbe “Vurria”, ma sempre “vulesse” con buona pace di V. Russo, A.Pugliese e qualche altro!; per tale motivo l’attesto congiuntivo volessi è stato reso qui con il condizionale vorresti; mettere = disporre, collocare, porre (anche fig.) indossare, vestire etc. dal lat. mittere 'mandare' e poi 'porre, mettere'; càntaro s.m. alto vaso cilindrico di terracotta rivestito all’interno ed all’esterno di uno smalto o patina idrorepellente che, dopo l’uso favorisse la pulizia di tale vaso di comodo,contenitore provvisto, per lo spostamento, di due anse laterali e di un’ampia bocca con cordolo doppio su cui potersi comodamente sedere; tale vaso fu usato un tempo per raccogliere le deiezioni solide; per quelle liquide ci si serviva di un piú piccolo e maneggevole contenitore di ceramica patinata o, piú spesso, di ferro smaltato che ebbe come nome alternativamente o ruagno o piú comunemente rinale(voce però piú moderna, evidentemente ricavata per deglutinazione da (o)rinale ;) ruagno fu invece voce piú antica usata ancóra negli anni ’50 sia pure soltanto sulla bocca delle persone piú vecchie: nonni, nonne e/o zii molto anziani,voce usata anche come bruciante offesa(cfr. l’espressione: Sî ‘na scarda ‘e ruagno!(Sei un coccio di orinale!); quanto all’etimo di ruagno dirò che essendo solitamente questo piccolo vaso di comodo ubicato nei pressi del letto per essere prontamente reperito in caso di impellente necessità, scartata l’ipotesi fantasiosa che ne fa derivare il nome da un troppo generico greco organon (strumento), penso si possa aderire all’ipotesi che fa derivare la voce ruagno dal greco ruas che indica lo scorrere, atteso che il ruagno era destinato ad accogliere improvvisi scorrimenti derivanti o da cattiva ritenzione idrica, oppure da attacchi diarroici viscerali; tornando alla voce càntaro, etimologicamente esso è un derivato del lat. cantharu(m) che è dal greco kantharos;rammento che il termine càntaro non va assolutamente confuso con la voce cantàro che è voce indicante una misura: quintale ed è derivata dall’arabo qintar (cfr. l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! Meglio un quintale in testa che un'oncia nel sedere! Id est: meglio patire un danno fisico, che sopportare il vilipendio di uno morale. In pratica gli effetti del danno fisico, prima o poi svaniscono o si leniscono, quelli di un danno morale perdurano sine die. A margine di tale espressione rammento che talvolta sulla bocca di napoletani meno consci della propria lingua l’espressione Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo! è resa con una scorretta È mmeglio ‘nu càntaro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo cioè Meglio portare un càntaro in testa che un’oncia in culo espressione che comunque non à una ragione logica in quanto è incongruo mettere in relazione un pitale (càntaro) con un peso (oncia) piuttosto che rapportare due misure: quintale (cantàro) ed oncia (onza)). arciulo s.m. orcio; come ò già détto: grande vaso panciuto di terracotta, che soprattutto un tempo era usato per conservare liquidi, in partic. l'olio e /o altre derrate alimentari come olive in salamoia, oppure ortaggi bolliti in aceto e conservati sott’olio(melanzane, peperoni, sedano ed altro) oggi si impiega per lo piú come vaso da piante; l’etimo di arciulo è dal lat. *urceolu(m) diminutivo di urce(um). 11. ASPETTÀ CU LL’OVE 'MPIETTO. Letteralmente: attendere con le uova in petto. Id est: attendere spasmodicamente, con impazienza, preoccupazione... L'espressione viene usata quando si voglia sottolineare la spasmodicità dell'attesa di un qualsivoglia avvenimento. E prende le mosse dall'uso invalso in certe campagne del napoletano, allorché le contadine, accortesi che la chioccia, per sopraggiunti problemi fisici, non portava a termine la cova, si sostituivano ad essa e si ponevano tra le mammelle le uova per completare con il loro calore l'operazione cominciata dalla chioccia. 12.'A SCIORTA 'E CAZZETTE:JETTE A PPISCIÀ E SSE NE CADETTE. La cattiva fortuna di Cazzetta: si dispose a mingere e perse...il pene. Iperbolica notazione per significare l'estrema malasorte di un ipotetico personaggio cui persino lo svolgimento delle piú ovvie necessità fisiologiche comportano gravissimo nocumento. 13.ATTACCA 'O CIUCCIO ADDÓ VO’ 'O PATRONE Letteralmente: Lega l'asino dove vuole il padrone Id est: Rassegnati ad adattarti alla volontà altrui, specie se è quella del capintesta(e non curarti delle conseguenze). È una sorta di trasposizione del militaresco: gli ordini non si discutono... Una curiosità: Un tempo vi fu chi usava dire e forse piú acconciamente, come chiarirò: Attacca ‘o ciuccio addó va ‘o varrone id est: Lega l’asino sul lato del carro dove la stanga principale tende ad inclinare (affinché faccia acconciamente da bilancino e secondi la fatica del cavallo o mulo che sopportano il peso principale); successivamente visto che l’espressione non era intesa pienamente se non da gli addetti ai lavori di trasporto, essa fu mutata in quella assonante in esame che comunque ne stravolse alquanto il significato originario che connotava un esatto consiglio pratico ed efficiente, mentre nella versione in uso configura solo un consiglio opportunistico! 14.'E MACCARUNE SE MAGNANO TENIENTE TENIENTE Letteralmente: i maccheroni vanno mangiati molto al dente. La locuzione a Napoli oltre a compendiare un consiglio gastronomico ineludibile, viene usata anche per significare che gli affari devono esser conclusi sollecitamente, senza por troppe remore in mezzo. Teniente è il participio presente aggettivato del verbo tené (che è dal lat. teníre); nella fattispecie il verbo sta per mantenere (la cottura) e (poi che il participio è reiterato vale quase superlativo come quasi sempre nel napoletano) significa molto al dente; altrove l’espressione è riportata come 'E maccarune se magnano vierde vierde dove l’aggettivo reiterato vierde vierde = verdi verdi à la medesima valenza del teniente teniente: molto al dente e ciò perché qualunque cosa sia détta verde vale immatura perciò non ammorbidita, ancóra duretta, quasi acerba. 15.'NU MACCARONE, VALE CIENTO VERMICIELLE. oppure MEGLIO ‘NU MACCARONE CA CIENTO VERMICIELLE Letteralmente: Un maccherone, vale cento vermicelli.oppure meglio un solo maccherone, che cento vermicelli Ma le locuzioni non si riferiscono alle pietanze in sé. Il maccherone delle locuzioni adombra la prestanza fisica ed economica che la vincono sempre sulle corrispondenti gracilità, quantunque strictu sensu un maccherone (pasta doppia) sia veramente preferibile per gusto a cento vermicelli (pasta sottile). 16.ACRUS EST! Letteralmente: E' acre! Cosí esclama un napoletano davanti ad una situazione ineludibile pur essendo difficile da sopportare. Un vecchio sacrestano, per far dispetto al suo parroco, aveva messo dell'aceto nell'ampollina del vino. Giunto al momento di comunicarsi il prete si adontò dicendo, appunto, acrus est - è acre - ed il sacrista replicò: te ll'he 'a vevere (lo devi bere) controreplica del prete: Dopp''a messa t'aspetto dint’ â sacrestia - dopo la messa ti attendo in sacrestia... - il sacrista: Hê 'a vedé si mme truove... - È probabile che non mi troverai... - 17.ALESIO, ALÈ, 'STU LUCIGNO QUANNO SE STUTA? Letteralmente: Alessio, Alessio, questo lucignolo quando si spenge? La locuzione viene usata nei confronti di chi fa discorsi lunghi, noiosi, oziosi e ripetitivi nella speranza, il piú delle volte vana, che costui punto dal richiamo, zittisca e la pianti. E' da rammentare che in napoletano la parola cantilena si traduce, appunto, cantalesia. 18.AGGE PACIENZA E FATTE JÍ 'NCULO SO' 'A STESSA COSA... Porta pazienza e lasciati fregare son la medesima cosa!L'invito proposto dalla prima parte della locuzione a sopportare, ad aver pazienza, viene dalla saggezza popolare equiparato a quello ben piú doloroso di lasciarsi sodomizzare! 19.NUN SPUTÀ 'NCIELO CA 'NFACCIA TE TORNA... Letteralmente: Non sputare verso il cielo, perché ti ritorna in viso.L’imperativo oltre a contenere un’evidente riproduzione della realtà (poi che chi sputi verso l’alto, per l’ineludibile legge dell’attrazione terrestre, si vede ritornare in viso il suo medesimo sputo), è da intendersi nel senso che chi si ponesse contro la divinità,offendendola anche con un ipotetico, figurato sputo ne subirebbe certamente le pronte conseguenze. 20.SCIÚ, Â FACCIA TOJA! Espressione volgare di schifo e disprezzo, intraducibile ad litteram, che viene pronunciata, accompagnata spesso dal gesto di un finto sputo, all'indirizzo di chi è tanto spregevole da meritarsi di esser raggiunto da uno sputo al volto: infatti la parola sciú altro non è se non l'onomatopeica riproduzione di uno sputo, che - come precisato nel prosieguo della locuzione – à come destinazione proprio la faccia di colui che si intende disprezzare! Talvolta l’espressione è limitata al solo sciú mantenendo però inalterato il senso di schifo e disprezzo contenuto nell’intera espressione. 21.'E FODERE CUMBATTONO I 'E SCIABBOLE STANNO APPESE. Letteralmente: I foderi combattono e le sciabole stanno appese. La locuzione viene usata per commentare l'inettitudine di taluni che demandano, per indolenza o incapacità, il loro compito ad altri, cercando di esimersi dal lavoro. 22.STÀ 'NCAPPELLA. Letteralmente: stare in cappella Id est: essere male in arnese, stare mal combinati, anzi stare alla fine della vita , al punto di aver necessità degli ultimi sacramenti. La locuzione fa riferimento ai condannati al patibolo della fine del 1600, che, a Napoli, prima dell'esecuzione venivano condotti in una cappella della Chiesa del Carmine Maggiore, adiacente la piazza Mercato, dove era innalzato il patibolo e nella cappella ricevevano l'estremo conforto religioso. 23.LL' AVIMMO FATTO 'E STRAMACCHIO. Letteralmente: l'abbiamo compiuto alla chetichella,- o anche di straforo, di soppiatto, quasi "alla macchia", ai margini della legalità. L'espressione di stramacchio deriva pari pari dal latino extra mathesis, id est: al di fuori dei retti insegnamenti, dalle buone regole di condotta e perciò clandestinamente. 24.CHISTO È CCHILLO CA TAGLIAIE 'A RECCHIA A MMARCO. Letteralmente: Questo è quello che recise l'orecchio a Marco. La locuzione è usata per indicare un attrezzo che abbia perduto le proprie precipue capacità di destinazione; segnatamente p. es. un coltello che abbia perduto il filo e non sia piú adatto a tagliare, come la tradizione vuole sia accaduto con il coltello con il quale Simon Pietro, nell'orto degli ulivi recise l'orecchio a Malco (corrotto in napoletano in Marco), servo del sommo sacerdote. 25.'O CCUMMANNÀ È MMEGLIO D''O FFOTTERE. Letteralmente: Il comando è migliore del coito. Id est: c'è piú soddisfazione nel comandare che nel coire. La locuzione viene usata per sottolineare lo scorretto comportamento di chi - pur non avendone i canonici poteri - si limita ad impartire ordini e non partecipa alla loro esecuzione. Brak

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1.MENÀ ‘O MUCCATURO Â NNUNZIATA Ad litteram: Gettare il fazzoletto alla (Santa Casa dell')Annunziata. Id est: impalmare una trovatella. Antichissima espressione ancóra in uso tra i napoletani d’antan riferita a chi, con l’intenzione di compiere un’opera buona, prende in isposa una trovatella o una ragazza che sia orfana, povera e senza dote.Ò parlato di antichissima espressione risalente alla fine del 1700, principi del 1800 quando era ancóra operante la Casa Santa dell’ Annunziata, istituzione benefica nata nel XIV secolo, insieme all'annessa Chiesa, come istituzione assistenziale per la cura dell'infanzia abbandonata.Détta Casa fu ricostruita una prima volta nel XVI secolo in forme rinascimentali e poi nel XVIII secolo dopo un incendio, da Luigi e Carlo Vanvitelli. Dal monumentale cortile della Casa si accedeva alla "Ruota" lignea che era quella che accoglieva i bambini abbandonati che venivano introdotti in una sorta di tamburo di legno, di ovvia forma cilindrica e raccolti all'interno da monache e bàlie, avvertite dal suono della campanella annessa alla ruota, monache e bàlie pronte ad intervenire ad ogni chiamata. All'esterno, al di sopra della ruota, vi era un puttino di marmo con un cartiglio dittante: "O padre e madre che qui ne gettate, alle vostre Limosine siamo raccomandati". All’interno proprio accanto alla bocca della ruota v’è una fontanella dove gli abbandonati ricevevano per mano delle medesime monache e bàlie, illico et immediate, appena raccolti, il santo Battesimo ed una sommaria prima abluzione. Gli ospiti dell'istituzione venivano chiamati "Figli della Madonna", "Figli d'Annunziata", o "Esposti" e godevano di particolari privilegi. Alcuni venivano trovati con al collo un foglio di carta con il nome dei genitori, o portavano con sé qualche pezzo d'oro o d'argento. Tutto quello che indossavano e qualsiasi segno particolare, veniva annotato in un libro, in modo da rendere piú facile in futuro un eventuale riconoscimento da parte dei genitori pentiti dell’abbandono . La "Ruota" con il suo triste fascino, era una delle piú note d'Italia e non venne piú utilizzata dal 22 giugno 1875. La basilica attuale fa parte di un vasto complesso monumentale costituito in origine, oltre che dalla chiesa, da un ospedale, un convento, un ospizio per i trovatelli ed un "conservatorio" per le esposte (le ragazze povere e/o prive di famiglia, che venivano internate per conservarne la virtù, ma anche fornite di una piccola dote per essere maritate; tali ragazze (una volta che fossero in età da marito) erano, durante un’annuale cerimonia che si teneva il 5 agosto giorno della festività della Madonna Annunziata, presentate a pretendenti [spesso sottoufficiali provenienti dall’Accademia militare della Nunziatella] che, in procinto di partire per operazioni belliche facevano voto, se fossero ritornati incolumi di impalmare una trovatella e sceglievano la propria sposa lanciando un fazzoletto di seta alla ragazza prescelta). La locuzione in esame, che in origine si riferí alla cerimonia ricordata, successivamente venne estesa ad indicare il lodevole comportamento di chi per mera bontà prendesse in isposa una trovatella o una ragazza che fósse orfana, povera e senza dote L'istituzione, dedicata alla cura dell'infanzia abbandonata, era patrocinata dalla Congregazione della Santissima Annunziata, fondata nel 1318. Nel 1343 la regina Sancia di Maiorca, moglie di Roberto d'Angiò, provvide a dotare la congregazione, che crebbe, da allora, all'ombra dei re di Napoli, assumendo la veste giuridica di Real Casa dell’Annunziata di Napoli;la congregazione, sostenuta dalle famiglie nobili di Napoli, fu ricca ed ebbe vita assai lunga, giungendo fino a metà del Novecento. In chiusura rammento che la locuzione in esame fu usata in senso sarcastico preceduto da un esclamatorio Aeh! quando ci si volesse riferire non al lodevole comportamento di chi per mera bontà prendesse o avesse preso in isposa una trovatella o una ragazza che fósse orfana, povera e senza dote, ma al furbo comportamento di chi avesse preso o prendesse in isposa una ragazza rampolla di buona e famiglia fornita di adeguata dote; di costui sorridendo si diceva: Aeh! À menato ‘o fazzuletto â Nnunziata! menà, che à la forma riflessiva in menarse è verbo transitivo che à un vasto ventaglio di accezioni: buttare, sospingere dentro o fuori ed anche, ma meno comunemente, trascorrere, passare, vivere ed estensivamente assestare, dare con forza, picchiare; In parecchie frasi à senso affine a fare, sollevare, produrre, manifestare e sim., determinato meglio dal complemento: menà rummore =far parlare di sé, essere sulla bocca di tutti; ; menà a uno p’ ‘o naso = raggirarlo, dargli a intendere, fargli fare o credere ciò che si vuole; l’etimo è dal tardo lat. minare, propr. 'spingere innanzi gli animali con grida e percosse', deriv. di minae 'minacce'. muccaturo s.vo m.le = fazzoletto da naso etimologicamente deverbale d’un lat. volg. *muccare (denominale di mucus con raddoppiamento espressivo popolare della C) addizionato del suffisso turo che è da uro/asuffisso di pertinenza spesso nella forma turo/a deriv. dal fr. -ure, usato al maschile ed al f.le (uro/turo – ura/tura); al m.le è usato per formare sostantivi relativi ad oggetti o a parti di oggetti (cfr. pisciaturo,trapenaturo, ballaturo,accuppatura etc.) o termini tecnici, chimici etc.ed al f.le (ura/tura) per formare sostativi deverbali astratti (cfr. friscura,bruttura, pensatura) o concreti(cfr. frittura,futtitura, appusatura) . 2.'O TURCO FATTO CRESTIANO, VO' 'MPALÀ A TTUTTE CHILLE CA GHIASTEMMANO. Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi. 3. 'O PATATERNO ADDÓ VEDE 'A CULATA, LLA SPANNE 'O SOLE Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, là invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorrono. 'a culata è appunto il bucato (che è dal ted. bukon) ed è detto culata (deverbale di colare) per indicare il momento della colatura ossia del versamento dell'acqua bollente sui panni già lavati,ma necessarii di sbiancatura, sistemanti in un grosso capace contenitore; l'acqua bollente veniva fatta colare sui panni attraverso un telo sul quale , temporibus illis, era sistemata della cenere (ricca di per sé di soda, agente sbiancante(in sostituzione di chimici detergenti)), e dei pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)…; il telo proprio per il fatto di accogliere la cenere fu détto cennerale 4.'O GALANTOMMO APPEZZENTÚTO, ADDEVÈNTA 'NU CHIAVECO. Ad litteram: il galantumo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui. Chiaveco s.vo ed a.vo m.le = sporco, lercio e per estensione cattivo soggetto, essere spregevole; è un adattamento al maschile del s.vo f.le chiaveca/chiavica= fogna, porcheria,sozzura che è dal tardo lat. clàvica per il classico cloaca normale il passaggio cl→chj→ chi come ad es. clarum→chiaro. 5.'E VRUOCCOLE SO' BBUONE DINT’Ô LIETTO. Letteralmente: i broccoli sono buoni nel letto. Per intendere il significato del proverbio bisogna rammentare che a Napoli con la parola vruoccole si intendono sia la tipica verdura che per secoli i napoletani mangiarono,tanto da esser ricordati come "mangiafoglie", sia le moine, le carezze che gli innamorati son soliti scambiarsi specie nell'intimità; il proverbio sembra ripudiare ormai la verdura per apprezzare solo i vezzi degli innamorati. 6. STATTE BBUONO Ê SANTE: È ZZUMPATA 'A VACCA 'NCUOLLO Ô VOJO! Letteralmente: buonanotte!la vacca à montato il bue. Id est: Accidenti: il mondo sta andando alla rovescia e non v'è rimedio: ci troviamo davanti a situazioni così contrarie alla norma che è impossibile raddrizzare. 7.QUANNO 'O VINO È DDOCE, SE FA CCHIÚ FFORTE ACÍTO. Letteralmente: quando il vino è dolce si muta in un aceto piú forte, piú aspro.Id est: quando una persona è d'indole buona e remissiva e paziente, nel momento che dovesse inalberarsi, diventerebbe così cattiva, dura ed impaziente da produrre su i terzi effetti devastanti. 8.'O DULORE È DDE CHI 'O SENTE, NO 'E CHI PASSA E TTÈNE MENTE. Letteralmente: il dolore è di chi lo avverte, non di coloro che assistono alle manifestazioni del dolente.Id est:per aver esatta contezza di un quid qualsiasi - in ispecie di un dolore - occorre riferirsi a chi prova sulla propria pelle quel dolore, non riferirsi al parere, spesso gratuito e non supportato da alcuna pratica esperienza, degli astanti che - per solito - o si limitano ad una fugace commiserazione del dolente , o - peggio! - affermano che chi si duole lo fa esagerando le ragioni del proprio dolere. 9. A 'NU CETRANGOLO SPREMMUTO, CHIAVECE 'NU CAUCIO 'NCOPPA. Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire e non dar quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai. 10.CHI TROPPO S''O SPARAGNA, VENE 'A 'ATTA E SE LU MAGNA. Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte. brak

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1.STÀ CU ‘E PPACCHE DINT’ A LL’ACQUA Ad litteram: Star con le natiche nell’acqua. Espressione usata, impropriamente, per significare di essere molto poveri e/o trovarsi in gran miseria. In realtà l’espressione piú acconciamente dovrebbe essere usata solo per indicare di star molto e faticosamente lavorando e ciò perché l’espressione in origine trasse dall’osservazione del comportamento dei pescatori addetti al governo della sciabica [nap. sciaveca] la grossa rete a strascico munita di ampio sacco centrale ed ali laterali sorrette da sugheri galleggianti, che viene calata in mare in prossimità della battigia e poi faticosamente tirata a riva a forza di braccia dai pescatori che per poterlo piú agevolmente fare sogliono entrare in acqua fino a restare a mollo con il fondoschiena. Successivamente nella convinzione (sia pure erronea) che il mestiere di pescatore non sia mai abbastanza remunerativo, l’espressione venne (ed è ancóra) usata per indicare di essere molto poveri e/o trovarsi in gran miseria. Etimologicamente la parola sciaveca pervenuta nel toscano come sciabica è derivata al napoletano (attraverso lo spagnolo xabeca) dall’arabo shabaka da cui anche il portoghese jabeca/ga. Pacche s.vo f.le pl. del sg. pacca= natica e per traslato ognuna delle piú parti in cui si può dividere longitudinalmente una mela o una pera; etimologicamente la voce è dal lat. med. pacca marcato sul long. pakka. 2. SPACCA E MMETTE Ô SOLE L’espressione in epigrafe è riferita a chi faccia le vista di menar vanto di inesistenti e non conclamate ricchezze e/o meriti posseduti e se ne glori a sproposito;l'espressione originariamente faceva riferimento ai contadini che usano tagliare (cioè spaccare) pomidoro e/o fichi ed esporli al sole per l'essiccazione; va da sé che maggiore era la quantità di pomidoro e/o fichi seccati e messi al sole maggiore era la ricchezza del contadino e maggiore il vanto che ne derivava.Successivamente l'espressione, per traslato,fu riferita a chiunque menasse, a torto o a ragione, vanto di propri averi materiali e/o morali e piú spesso la si usò a dileggio di chi si gloriasse a sproposito. 3. CANTÀ LL’ACCIO L’espressione in epigrafe che ad litteram vale: Cantare il sedano è da intendersi nel senso di: smascherare l’imbroglione. Si tratta di un’ espressione del tutto gergale, usata soprattutto in provincia in zone rurali. Per essere bene intesa occorre ricordare che il verbo cantare [ voce dal lat. cantare, intensivo di canĕre «cantare»] in uno dei suoi significati estensivi vale: confidare cose che dovrebbero restar segrete, fare la spia e nella fattispecie smascherare e segnatamente si smaschera l’accio cioé il sedano una delle tre verdure (le altre due sono: finocchio e ravanello) capaci di far apparire migliore di quel che in realtà siano alcune bevande (vino) o carni (insaccati) di talché si può affermare che il sedano (in napoletano accio [voce dal latino apiu-m con normale esito del gruppo latino PI in CCI come in saccio←sapio, seccia←sepia etc.]) si comporti da imbroglione ed appunto nel gergo dei malavitosi son détti acce gli imbroglioni; tanto premesso quando in provincia e segnatamente nelle zone rurali qualcuno si adoperi per smascherare un imbroglione si dice che canta ll’accio; talora però l’espressione in epigrafe è intesa nel senso di aspettare molto tempo e ciò probabilmente perché, soprattutto nell’àmbito malavitoso, prima che qualcuno si decida a fare la spia smascherando un imbroglione occorre aspettare lungo tempo. 4. MA CHE TTENGO ‘A CUCINA ‘E COPPOLA ROSSA?! La locuzione fa riferimento all’inopia dei mezzi di sostentazione che costringeva le indigenti mamme di famiglia a rimbrottare i propri congiunti con il dire loro all’incirca: Vi dovete contentare di ciò che vi ammannisco; in particolare è inutile che insistiate a chiedermi pietanze di carne, non ò i mezzi per fornirvene; vi dovete accontentare di pasta, verdure, legumi (che sopperiscono alle proteine della carne) uova,rconomico pesce azzurro e /o latticini... la mia non la cucina di Gennarino Sbisà détto Coppola Rossa! Costui in origine era un camorrista, un macellaio, commerciante in carni operante tra la fine del 1800 e la prima metà del 1900, famoso per l'uso del coltello nelle zumpate (duelli rusticani), il quale che aprí una bettola/taverna nella zona del porto e vi serviva, in omaggio alla sua antica occupazione, soprattutto pietanze a base di carni. Le sue geste di camorrista furono cantate dal poeta Ferdinando Russo, mentre Libero Bovio lo encomiò in un suo sonetto . 5. FELEPPINA Il termine in epigrafe è attestato in doppio significato; in primis feleppina s.vo f.le vale vento secco di tramontana, spiffero freddo e pungente; in tale accezione il s.vo in esame è un prestito lucano (Tursi piccolo comune montano della provincia di Matera) con riferimento al vento particolarmente pungente che spira colà nel rione della Chiesa di san Filippo Neri; esiste poi una seconda accezione di feleppina accezione con cui si intende una fame intensa e smodata; in tale accezione però il sostantivo non è originario ma è etimologicamente l’adattamento corruttivo di falupina→faluppina→feleppina e falupina sta per (cfr. D.E.I.) fa(me)lupina= fame da lupo. 6. TENÉ ‘A CORA ‘E PAGLIA Ad litteram: Avere la coda di paglia (essere in sospetto di non avere la coscienza pulita, allarmarsi alla prima allusione sfavorevole, discolparsi senza essere stati accusati quindi reagire velocemente a critiche o osservazioni, "prendere velocemente fuoco", come la paglia). S i tratta d’un’espressione nata in àmbito contadino: un'antica favola racconta che una giovane volpe cadde disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda rimase nella tagliola. Si sa che la bellezza delle volpi è tutta nella coda, e la poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai contadini, padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, evitò di avvicinarsi alle stie. Si dice che uno à la coda di paglia quando chi à commesso qualche birbonata abbia paura di essere scoperto e si comporti conseguentemente allarmarmandosi alla prima allusione sfavorevole, discolpandosi senza essere stati accusati, reagendo con eccessiva rapidità alle piú piccole critiche o osservazioni, insomma "prendendo rapidamente fuoco", come la paglia. 7. MANNAGGIA BBUBBÀ! Chiarisco qui significato e portata dell’ espressione esclamativa nonché origine di quell’oscuro (a prima vista) bbubbà.Comincio perciò con il dire l’espressione in epigrafe andrebbe correttamente scritta in napoletano non mannaggia bbubbà (come la corruzione del parlato ci costrinse e talora ancóra ci costringe ad ascoltare)ma: mannaggia ô bbubbà, dove la ô è una crasi che sta per a +lo / a + il= al atteso che l’espressione va tradotta come male ne abbia il bbubbà e nella parlata napoletana, come ebbi a dire alibi, il complemento oggetto allorché sia persona o soggetto animato (o inteso tale) va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.) Ciò precisato entriamo in medias res e diciamo che nel significato corrente, la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia. Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat. E veniamo demum a dire di quell’oscuro bbubbà che poi tanto oscuro non è trattandosi della contrazione/corruzione del s.vo m.le be-a-bà→bbiabbà→bbubbà ; con tale antico e desueto s.vo m.le be-a-bà (stranamente assente nel D’Ambra e nel P.P.Volpi, ma presente nel datato R.Andreoli e nel piú recente F.D’Ascoli) si indicò 1 in primis il sillabario, il libro sul quale si impara a leggere e a scrivere, l’abbecedario; 2 per ampliamento semantico i primi rudimenti, l'insieme dei princpiî e delle nozioni elementari di una disciplina, di una tecnica, l’abbiccí d’ un quid; la voce fu ricavata per bisticcio e metatesi dalle prime lettere dell’alfabeto a,bi lètte a,be donde be- a – bà→bbiabbà→bbubbà.Chiariti origine ed etimo della voce mettiamo a ffuoco l’interessante semantica dell’espressione che – come dicevo – s’era soliti cogliere sulle labbra di persone avanti negli anni per esprimere generico, ma contenuto disappunto,dispiacere, rammarico, contrarietà, stizza,delusione, rincrescimento davanti ad avvenimenti fastidiosi od imprevisti, ma ineludibili; in effetti l’espressione non era un maledire il sillabario o l’abbiccí d’ un quid; sostanziava al contrario una maledizione diretta contro l’ignoranza in presenza della quale occorreva assoggettarsi a far ricorso al sillabario o l’abbiccí d’ un quid.In coda rammento che anche Eduardo De Filippo nella versione a stampa del suo Chi è cchiú felice ‘e me?! usò l’espressione “Mannaggia ô bbi-a-bbà”mentre nella messa in iscena televisiva, forse in ossequio al piú comune parlato corrente la mutò in “Mannaggia bbubbà”. 8. SCIASCINA E DINTORNI. Chiarisco qui significato e portata della desueta voce in epigrafe. sciascina s.vo f.le papalina, berretto alla turca di lana, basso copricapo a tronco di cono , senza tesa, corredato o meno di una nappina penzolante, portato soprattutto in casa, nel passato, dagli uomini anziani a protezione della calvizie o per tener calda la testa,; etimologicamente voce dall’arabo shashiyya. A margine tammento che la sciascina non va confusa con la coppola o con la scazzetta coppola = berretto basso con visiera, usato spec. in Sicilia ed un po’ tutto il meridione; l’etimo risulta derivato dal tardo latino *cuppola diminutivo (vedi suff. ola) di cuppa(m) per il classico cupa(m) che indicò oltre che la botte, il barile etc. anche qualsiasi oggetto che avesse forma concava o ondeggiante e persino la nuca, quella stessa su cui si porta ben calcato il berretto a margine, mentre la visiera vien tirata sugli occhi quasi a protezione o per nascondersi. scazzetta è un s.vo f.le che indica genericamente un copricapo maschile e piú precisamente indica 1 uno zucchetto usato dal clero,un copricapo di forma semisferica molto aderente alla nuca costituito da quattro spicchi (in forma di triangoli isosceli) di tessuto foderato, spicchi cuciti in modo da far convergere i vertici dei triangoli al centro del copricapo cosí da creare una forma sapientemente semisferica che aderisca benissimo al capo e segnatamente alla nuca.Tale zucchetto è di vario colore a seconda di chi lo indossi: nero per il clero basso , nero profilato di rosso cremisi per monsignori e canonici, violaceo per i vescovi, rosso per i cardinali e bianco per il papa, ma una sola è la funzione comune per tutti, quella di proteggere la zona della tonsura e temo che tale copricapo sia stato usato nella chiesa cattolica ad imitazione del kippah quel copricapo cioè usato correntemente dagli Ebrei osservanti maschi principalmente all'interno dei luoghi di culto, anche se i piú religiosi lo indossano anche durante la vita quotidiana; 2 papalina, piccolo copricapo tondo e rigido, copricapo d’uso domestico, berretto di lana tondo e senza tesa,foderato, per lo piú con una nappina laterale o alla sommità, che un tempo portavano in casa gli uomini anziani. 3 berretto da notte, copricapo di lana foderato in foggia di cono con una nappa sulla punta del vertice, usato dagli uomini anziani durante la notte per protezione del capo; tale copricapo è détto esattamente scazzetta p’ ‘a notte. Circa l’etimologia della voce alcuni si trincerano su di un etimo sconosciuto, cosa che mi dà l’orticaria, molti azzardano varie ipotesi; insomma non ci sono identità di vedute sull’ etimologia della voce in esame; non tengo in alcun conto chi sbrigativamente parla di onomatopèia, ma non precisa poi donde provenga e quale possa essere la fonte di questa onomatopèia; non mi convince neppure chi fantasiosamente parla, per la forma del berretto di un denominale di cazza (lat. tardo cattia(m), dal gr. ky/athos 'coppa, tazza'); non mi convince neppure chi fantasiosamente parla di un deverbale di un non attestato *scazzare usato in taluni lessici meridionali come correlativo di schiacciare; non mi convince infine neppure chi farraginosamente parla di un deverbale di scamazzare→sca(ma)zzare = schiacciare;per il vero queste ultime due ipotesi semanticamente sembrerebbero corrette atteso che in effetti la scazzetta insiste sul capo pigiandolo, ma – morfologicamente - m’appaiono ipotesi lontano dal vero. Non mi resta che far mia l’idea del prof. Giarrizzo che legge in scazzetta un denominale del greco s + kottis – kottidos = testa, capo. Brak

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1.JÍ ZUMPANNO ASTECHE E LLAVATORE. Letteralmente: andar saltando per terrazzi e lavatoi. Id est: darsi al buon tempo, trascorrendo la giornata senza far nulla di costruttivo, ma solo bighellonando in ogni direzione: a dritta e a manca, in alto (asteche=lastrici solai,terrazzi dal greco ast(r)akon)) ed in basso (i lavatore (dal lat. lavatoriu(m)) = lavatoi erano olim ubicati in basso - per favorire lo scorrere delle acque - presso sorgenti di acque o approntate fontane, mentre l'asteche, ubicati alla sommità delle case,erano i luoghi deputati ad accogliere i panni lavati per poterli acconciamente sciorinare al sole ed al vento, per farli asciugare. 2.PARE CA MO TE VECO VESTUTO 'A URZO. Letteralmente: Sembra che ora ti vedrò vestito da orso. Locuzione da intendersi in senso ironico e perciò antifrastico. Id est: Mai ti potrò vedere vestito della pelle dell'orso, giacché tu non ài nè la forza, nè la capacità fisica e/o morale di ammazzare un orso e vestirti della sua pelle. La frase viene usata a commento delle azioni iniziate da chi sia ritenuto inetto al punto da non poter mai portare al termine nulla di ciò che intraprende. 3.'O CUCCHIERE 'E PIAZZA: TE PIGLIA CU 'O 'CCELLENZA E TTE LASSA CU 'O CHI T'È MMUORTO. Letteralmente: il vetturino da nolo: ti accoglie con l'eccellenza e ti congeda bestemmiandoti i morti.Il motto compendia una situazione nella quale chi vuole ottenere qualcosa, in principio si profonde in ossequi e salamelecchi esagerati ed alla fine sfoga il proprio livore represso, come i vetturini di nolo adusi a mille querimonie per attirare i clienti, ma poi - a fine corsa - pronti a riversare sul medesimo cliente immani contumelie, in ispecie allorché il cliente nello smontare dalla carrozza questioni sul prezzo della corsa, o - peggio ancora - non lasci al vetturino una congrua mancia. 4.JÍ CASCIA E TURNÀ BAUGLIO OPPURE JÍ STOCCO E TURNÀ BACCALÀ. Letteralmente: andar cassa e tornare baùle oppure andare stoccafisso e tornare baccalà. Id est: non trarre profitto alcuno o dallo studio intrapreso o dall'apprendimento di un mestiere, come chi inizi l'apprendimento essendo una cassa e lo termini da baùle ossia non muti la sua intima essenza di vacuo contenitore, o - per fare altro esempio - come chi inizi uno studio essendo dello stoccafisso e lo termini diventando baccalà, diverso in forma, ma sostanzialmente restando un immutato merluzzo. Con il proverbio in epigrafe, a Napoli, si è soliti commentare le maldestre applicazioni di chi non trae profitto da ciò che tenta di fare, perchè vi si applica maldestramente o con cattiva volontà. Cascia (dal lat. ca(p)sa = cassa 5.TU MUSCIO-MUSCIO SIENTE E FRUSTA LLA, NO! Letteralmente: Tu senti il richiamo(l'invito)e l'allontanamento no. Il proverbio si riferisce a quelle persone che dalla vita si attendono solo fatti o gesti favorevoli e fanno le viste di rifiutare quelli sfavorevoli comportandosi come gatti che accorrono al richiamo per ricevere il cibo, ma scacciati, non vogliono allontanarsi; comportamento tipicamente fanciullesco che rifiuta di accettare il fatto che la vita è una continua alternanza di dolce ed amaro e tutto deve essere accettato, il termine frusta llà discende dal greco froutha-froutha col medesimo significato di :allontanati, sparisci. 6.'E DENARE SO' COMM'Ê CHIATTILLE: S'ATTACCANO A 'E CUGLIUNE. Letteralmente: i soldi son come le piattole: si attaccano ai testicoli. Nel crudo, ma espressivo adagio partenopeo il termine cugliune viene usato per intendere propriamente i testicoli, e per traslato, gli sciocchi e sprovveduti cioé quelli che annettono così tanta importanza al danaro da legarvisi saldamente. 7.ZAPPA 'E FEMMENA E SURCO 'E VACCA, MALA CHELLA TERRA CA L'ANCAPPA. Ad litteram:Povera quella terra che sopporta una zappatura operata da una donna ed un solco prodotto dal lavoro di una mucca(invece che di un bue).Proverbio marcatamente maschilista, nato in ambito contadino, nel quale è adombrata la convinzione che il lavoro femmineo, non produce buoni frutti e sia anzi deleterio per la terra. 8.'AMICE E VVINO ÀNNO 'A ESSERE VIECCHIE! Ad litteram: gli amici ed il vino (per essere buoni) devono essere di antica data. 9.'A MEGLIA VITA È CCHELLA D''E VACCAREPECCHÉ, TUTTA 'A JURNATA, MANEJANO ZIZZE E DDENARE. Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche)e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato: la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e danaro. 10.'O TURCO FATTO CRESTIANO, VO' 'MPALÀ TUTTE CHILLE CA GHIASTEMMANO. Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi. 11.'O PATATERNO ADDÓ VEDE 'A CULATA, LLA SPANNE 'O SOLE Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, lì invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorre. 12.'O GALANTOMMO APPEZZENTÙTO, ADDEVIVENTA 'NU CHIAVECO. Ad litteram: il galantumo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui. 13.A 'NU CETRANGOLO SPREMMUTO, CHIAVECE 'NU CAUCIO 'NCOPPA. Schiaccia con una pedata una melarancia premuta.Id est: il danno e la beffa; la locuzione cattivissima nel suo enunciato, consiglia di calpestare un frutto già spremuto; ossia bisogna vilipendere e ridurre a mal partito chi sia già vilipeso e sfruttato, per modo che costui non abbia né la forza, nè il tempo di risollevarsi e riprendersi.Il tristo consiglio è dato nel convincimento che se si lascia ad uno sfruttato la maniera o l'occasione di riprendersi, costui si vendicherà in maniera violenta e allora sarà impossibile contrastarlo; per cui conviene infeierire e non dar quartiere, addirittura ponendoselo sotto i tacchi come un frutto spremuto ed inutile ormai. 14.CHI VA PE CCHISTI MARE, CHISTI PISCE PIGLIA. Letteralmente: chi corre questi mari può pescare solo questo tipo di pesce. Id est: chi si sofferma a compiere un tipo di operazione difficile e/o pericolosa, non può che sopportarne le conseguenze, né può attendersi risultati diversi o migliori. 15.AMMORE, TOSSE E RROGNA NUN SE PONNO ANNASCONNERE. Amore, tosse e scabbia non si posson celare; le manifestazioni di queste tre situazioni sono così eclatanti che nessuno può nasconderle; per quanto ci si ingegni in senso opposto amore, tosse e scabbia saranno sempre palesi; la locuzione è usata sempre che si voglia alludere a situazioni non celabili. 16.CHI TROPPO S''O SPARAGNA, VENE 'A 'ATTA E SE LLU MAGNA. Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte. 17.A 'STU NUNNO SULO 'O CÀNTERO È NNICESSARIO. Letteralmente: la sola cosa necessaria a questo mondo è il pitale. Id est niente e - soprattutto - nessuno sono veramente necessarii alla buona riuascita dell'esistenza la sola cosa che conta è nutrirsi bene e digerire meglio. In effetti con la parola cantero - oggetto destinato ad accogliere gli esiti fisiologici - si vuole proprio adombrare la buona salute indicata da una buona digestione, che intanto avviene se si è avuta la possibilità di nutrirsi. Si tenga presente che la parola cantero non à l'esatto corrispettivo in italiano essendo il pitale(con la quale parola si è reso in italiano) destinato ad accogliere gli esiti prettamente liquidi, mentre il cantaro era destinato ad accogliere quelli solidi. 18.'E VRUOCCOLE SO' BBUONE DINT’Ô LIETTO. Letteralmente: i broccoli sono buoni nel letto. Per intendere il significato del proverbio bisogna rammentare che a Napoli con la parola vruoccole si intendono sia la tipica verdura che per secoli i napoletani mangiarono,tanto da esser ricordati come "mangiafoglie", sia le moine, le carezze che gli innamorati son soliti scambiarsi specie nell'intimità; il proverbio sembra ripudiare ormai la verdura per apprezzare solo i vezzi degli innamorati. 19.STATTE BBUONO Ê SANTE: È ZZUMPATA 'A VACCA 'NCUOLLO Ô VOJO! Letteralmente: buonanotte!la vacca ha montato il bue. Id est: Accidenti: il mondo sta andando alla rovescia e non v'è rimedio: ci troviamo davanti a situazioni così contrarie alla norma che è impossibile raddrizzare. : 20.SPARTERSE 'A CAMMISA 'E CRISTO. Letteralmente: dividersi la tunica di Cristo. Così a Napoli si dice di chi, esoso al massimo, si accanisca a fare proprie porzioni o parti di cose già di per sé esigue, come i quattro soldati che spogliato Cristo sul Golgota , divisero in quattro parti l'unica tunica di cui era ricoperto il Signore. 21.ESSERE AÚRIO 'E CHIAZZA E TTRIBBULO 'E CASA. Letteralmente: aver modi cordiali in piazza e lamentarsi in casa. Così a Napoli si suole dire - specie di uomini che in piazza si mostrano divertenti e disposti al colloquio aperto simpatico, mentre in casa sono musoni e lamentosi dediti al piagnisteo continuo, anche immotivato. 22.AVENNO, PUTENNO, PAVANNO. Letteralmente: avendo, potendo, pagando Strana locuzione napoletana che si compendia in una sequela di tre gerundi e che a tutta prima pare ellittica di verbo reggente, ma che sta a significare che un debito contratto, ben difficilmente verrà soddisfatto essendone la soddisfazione sottoposta a troppe condizioni ostative quali l'avere ed il potere ed un sottinteso volere, per cui più correttamente il terzo gerundio della locuzione dovrebbe assumere la veste di verbo reggente di modo finito; ossia: pagherò quando (e se) avrò i mezzi occorrenti e quando (e se) potrò. 23.CHISTO È N'ATO D''A PASTA FINA. Letteralmente: Costui è un altro della pasta fine. Id est: anche questo fa parte di un gruppo di brutti ceffi, di cui diffidare. La locuzione nacque allorché, alla fine del '800, in Napoli alcuni comorristi erano soliti riunirsi in una bettola tenuto da un tal Pastafina. Letta tenendo presente questa annotazione, la locuzione assume una sua valenza di offesa. 24. 'O CONTE MMERDA ‘A PUCERIALE. Letteralmente: Il conte Merda da Poggioreale. Così, per dileggio vien definito dal popolo colui che vanti falsamente illustri progenitori, o colui che si dia arie da nobiluomo incedendo con sussiego ed alterigia. Ma il personaggio in epigrafe esistette veramente in Napoli e tale nomignolo fu affibbiato dal popolo al patriarca, un tal conte Brasco Iannicelli[mancano precise notizie biografiche] di un’antica famiglia napoletana che aveva il possesso di una villa nella zona di Poggioreale. Tale signore ebbe, sul finire del 1800, in appalto la gestione delle latrine comunali e si meritò ipso facto il soprannome, pur se affidò in pratica la conduzione dell’appalto ad un suo fidato dipendente un non meglio identificato Ernesto che rispondendo al famoso soprannome di Ernesto a Ffuria,presidiava de visu le latrine comunali site all’estremità della via Foria,latrine da cui Iannicelli trasse ingenti guadagni con la selezione delle urine, rivendute ad idustrie chimiche per la produzione d’albumina. 25. E BBRAVO Ô FESSO! Letteralmente: E bravo allo sciocco! La frase in epigrafe la si usa sempre quando si voglia ironicamente plaudire all'operato di chi pretende, da saccente e supponente, con la propria azione di dimostrare la propria valentia nei confronti di qualcuno a cui non riesca di agire alla medesima stregua. Piú chiaramente, la locuzione è usata a mo' di presa in giro di coloro che fanno le viste di ritenersi superiori a gli altri ed in realtà non lo sono o se lo sono non è per maggiori capacità fisiche e/o morali, ma solo per fortunose o ovvie transeunti ragioni. Per meglio chiarire spieghiamo con un esempio. Poniamo vi sia un uomo infortunato alle gambe che abbia difficoltà ad ascendere una scala a pioli. Si presenta uno sciocco[il fesso de quo] che, essendo pienamente integro nella sua salute, con irrisoria facilità ascende la scala e commenta con aria saccente: "Visto come è facile?". La risposta/plauso che si merita codesto sciocco è quella in epigrafe, che nel caso dell'esempio starebbe a significare: Sei cosí stupido da non renderti conto che se anche io fossi nella mia integrità fisica, non avrei difficoltà a fare ciò che ài fatto tu! Brak

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1.Ô RICCO LLE MORE 'A MUGLIERA, Ô PEZZENTE LE MORE 'O CIUCCIO. Ad litteram: al ricco viene a mancare la moglie, al povero, l'asino... Id est:Il povero è sempre quello piú bersagliato dalla mala sorte: infatti al povero viene a mancare l'asino che era la fonte del suo sostentamento, mentre al ricco viene a mancare la moglie, colei che gli dilapidava il patrimonio; morta la moglie il ricco non à da temere rivolgimenti di fortuna, mentre il povero che à perso l'asino sarà sempre piú in miseria. 2. A PPAZZE E CCRIATURE, 'O SIGNORE LL'AJUTA. Ad litteram: pazzi e bimbi, Dio li aiuta. Id est: gli irresponsabili godono di una particolare protezione da parte del Cielo. Con questo proverbio, a Napoli, si soleva disinteressarsi di matti o altri irresponsabili, affidandoli al buonvolere di Dio e alla Sua divina provvidenza e protezione . 3.SI COMME TIENE 'A VOCCA, TENISSE 'O CULO, FACÍSSE CIENTO PÉRETE E NNUN TE N'ADDUNASSE. Ad litteram: se come tieni la bocca, avessi il sedere faresti cento peti e non te n'accorgeresti; il proverbio è usato per bollare l'eccessiva verbosità di taluni, specie di chi è logorroico e parla a vanvera, senza alcun costrutto, di chi - come si dice - apre la bocca per prendere aria, non per esprimere concetti sensati. culo = culo, sedere; etimo:dal lat. culum che è dal greco koilos – kolon pérete s.vo pl.f.le(pereta adattamento del m.le pireto= peto, scorreggia molto rumorosa; etimo: latino peditum; l’adattamento al femminile del s.vo m.le si spiega col fatto che In napoletano un oggetto (o cosa quale che sia) è inteso se maschile piú piccolo o contenuto del corrispondente femminile; abbiamo ad . es. ‘a tavula (piú grande rispetto a ‘o tavulo piú piccolo ),‘a tammorra (piú grande rispetto a ‘o tammurro piú piccolo ), ‘a cucchiara(piú grande rispetto a ‘o cucchiaro piú piccolo), ‘a carretta (piú grande rispetto a ‘o carretto piú piccolo ); ),‘a canesta (piú grande rispetto a ‘o canisto piú piccolo ), fanno eccezione ‘o tiano che è piú grande de ‘a tiana e ‘o caccavo piú grande de ‘a caccavella; nella fattispecie il pireto è inteso meno rumoroso del fem.le pereta; addunasse= accorgeresti voce verbale (cong. imperfetto 2° p. sg.) di addunà/arse= accorgersi; etimo: franc. s’addonner (darsi, dedicarsi). 4.SI 'ARENA È RROSSA, NUN CE METTERE NASSE. Ad litteram: se la sabbia(il fondale del mare) è rossa, non mettervi le nasse(perché sarebbe inutile). Id est: Se il fondale marino è rosso - magari per la presenza di corallo, non provare a pescare, ché non prenderesti nulla. Per traslato il proverbio significa che se un uomo o una donna ànno inclinazioni cattive, è inutile tentare di crear con loro un qualsiasi rapporto: non si otterrebbero buoni risultati. 5. SI 'A TAVERNARA È BBELLA E BBONA, 'O CUNTO È SSEMPE CARO. Ad litteram: se l'ostessa è procace, il conto risulterà sempre salato. Lo si dice a mo' d'ammonimento a tutti coloro che si ostinano a frequentare donne lascive e procaci, che per il sol fatto di mostrar le loro grazie pretendono di esser remunerate in maniera eccessiva... 6. NUN TE DÀ MALINCUNÍA, NÈ PPE MMALU TIEMPO, NÈ PPE MMALA SIGNURÍA. Ad litteram: non preoccuparti nè per cattivo tempo, nè per pessimi governanti. Id est: sia il cattivo tempo, che i governanti cattivi prima o poi cambiano o spariscono per cui non te ne devi preoccupare eccessivamente fino a prenderne malinconia... 7.'AMMUINA È BBONA P''A GUERRA... Ad litteram: il caos, la baraonda è utile in caso di guerra; id est: per aver successo in caso di lotta occorre che ci sia del caos, della baraonda; mestando in esse cose si può giungere alla vittoria nella lotta intrapresa. ammuina = chiasso, confusione, fastidio; etimo: deverbale del verbo spagnalo amohinar(infastidire). 8.ASTÍPATE 'O PIEZZO JANCO PE CQUANNO VENONO 'E JUORNE NIRE. Ad litteram: conserva il pezzo bianco per quando verranno le giornate nere. Id est: cerca di comportarti come una formica; ‘o piezzo janco è letteralmente il pezzo bianco e cioè la grossa moneta d’argento (scudo) anticamente detta appunta piezzo; non dilapidare tutto quel che ài: cerca di tener da parte sia pure un solo scudo d'argento (pezzo bianco) di cui potrai servirti quando verranno le giornate di miseria e bisogno. 9. MALE E BBENE A FFINE VÈNE. Ad litteram: il male o il bene ànno un loro termine. Id est: Non preoccuparti soverchiamente ma non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono,non sono eterni e come son cominciati, cosí finiranno. 10. CHI TÈNE PANE E VVINO, 'E SICURO È GIACUBBINO. Ad litteram: chi tiene pane e vino, di certo è giacobino. Durante il periodo (23/1-13/6 1799)della Repubblica Partenopea, il popolo napoletano considerava benestanti, i sostenitori del nuovo regime politico, sostenitori che erano stati rimunerati dai nuovi governanti. Attualmente il proverbio è inteso nel senso che sono ritenuti capaci di procacciarsi pane e vino, id est: prebende e sovvenzioni coloro che militano o fanno vista di militare sotto le medesime bandiere politiche degli amministratori comunali, regionali o provinciali che a questi nuovi giacobini son soliti procacciare piccoli o grossi favori, non supportati da alcuna seria e conclamata bravura, ma solo da una vera o pretesa militanza politica. 11. DICETTE 'O PAGLIETTA: A TTUORTO O A RRAGGIONE, 'A CCA À DDA ASCÍ 'A ZUPPA E 'O PESONE. Ad litteram: disse l'avvocatucolo: si abbia torto o ragione, di qui devon scaturire il pasto e la pigione; id est: non importa se la causa sarà vinta o persa, è giusto assumerne il patrocinio che procurerà il danaro utile al sostentamento e al pagamento del fitto di casa. Oggi il proverbio è usato quando ci si imbarchi in un'operazione qualsiasi senza attendersene esiti positivi, purché sia ben remunerata. pesone = pigione, fitto da pagare; etimo: latino acc. pensione(m)da pendere= pesare, pagare. 12. 'O DIAVULO, QUANNO È VVIECCHIO, SE FA MONACO CAPPUCCINO. Ad litteram: il diavolo diventato vecchio si fa monaco cappuccino. Id est: spesso chi à vissuto una vita dissoluta e peccaminosa, giunto alla vecchiaia, cerca di riconciliarsi con Dio nella speranza di salvarsi l'anima in extremis. 13. CHI TÈNE 'O LUPO PE CUMPARE, È MMEGLIO CA PURTASSE 'O CANE SOTT'Ô MANTIELLO. Ad litteram: chi à un lupo per socio, è meglio che porti il cane sotto il mantello. Id est: chi à cattive frequentazioni è meglio che si premunisca fornendosi di adeguato aiuto per le necessità che gli si presenteranno proprio per le cattive frequentazioni. Da notare come in napoletano il congiuntivo esortativo non è reso con il presente, ma con l'imperfetto... 14. SI 'O CIUCCIO NUN VO' VEVERE, AJE VOGLIA D''O SISCÀ... Ad litteram: se l'asino non vuole bere, potrai fischiare quanto vuoi (non otterrai nulla)Id est: è inutile cercar di convincere il saccente e presuntuoso; tale ignobile testardo si redime ed accetta il nuovo solo con il proprio autoconvincimento... ; alibi si dice:’o purpo s’à dda cocere cu ll’acqua soja=il polpo deve cuocersi nella propria acqua… 15. MO M'HÊ ROTTE CINCHE CORDE 'NFACCI' Â CHITARRA E 'A SESTA POCO TENE. Ad litteram: ora mi ài rotto cinque corde della chitarra e la sesta è prossima a spezzarsi. Simpatica locuzione che a Napoli viene pronunciata verso chi à cosí tanto infastidito una persona da condurlo all'estremo limite della pazienza e dunque prossimo alla reazione conseguente, come chi vedesse manomessa la propria chitarra nell'integrità delle corde di cui cinque fossero state rotte e la sesta allentata al punto tale da non poter reggere piú l'accordatura. 16.'A VIPERA CA MUZZECAJE A CCHELLA MURETTE 'E TUOSSECO. Ad litteram: la vipera che morsicò quella donna, perí di veleno; per significare che persino la vipera che è solita avvelenare con i suoi morsi le persone, dovette cedere e soccombere davanti alla cattiveria e alla perversione di una donna molto piú pericolosa di essa vipera. 17. E SSEMPE CARULINA, E SSEMPE CARULINA... Ad litteram Sempre Carolina... sempre Carolina Id est: a consumare sempre la stessa pietanza, ci si stufa. La frase in epigrafe veniva pronunciata dal re Ferdinando I Borbone Napoli quando volesse giustificarsi delle frequenti scappatelle fatte a tutto danno di sua moglie Maria Carolina d'Austria, che - però, si dice - lo ripagasse con la medesima moneta; per traslato la locuzione è usata a mo' di giustificazione, in tutte le occasioni in cui qualcuno abbia svicolato dalla consueta strada o condotta di vita, per evidente scocciatura, uggia di far sempre le medesime cose. 18. TRE CCOSE STANNO MALE A 'STU MUNNO: N'AUCIELLO 'MMANO A 'NU PICCERILLO, 'NU FIASCO 'MMANO A 'NU TERISCO, 'NA ZITA 'MMANO A 'NU VIECCHIO. Ad litteram: tre cose sono sbagliate nel mondo: un uccello nelle mani di un bambino, un fiasco in mano ad un tedesco e una giovane donna in mano ad un vecchio; in effetti l'esperienza dimostra che i bambini sono, sia pure involontariamente, crudeli e/o violenti e finirebbero per ammazzare l'uccellino che gli fosse stato affidato,il tedesco, notoriamente crapulone, finirebbe per ubriacarsi ed il vecchio, per definizione lussurioso, finirebbe per nuocere ad una giovane donna che egli possedesse. 19.UOVO 'E N'ORA, PANE 'E 'NU JUORNO, VINO 'E N'ANNO E GUAGLIONA 'E VINT'ANNE. Ad litteram: uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, e ragazza di vent'anni. Questa è la ricetta di una vita sana e contenutamente epicurea. Ad essa non devono mancare uova freschissime, pane riposato per lo meno un giorno, quando pur mantenendo per intera la sua fragranza à avuto tempo di rilasciare tutta l'umidità dovuta alla cottura, vino giovane che è il piú dolce ed il meno alcoolico, ed una ragazza ancóra nel fior degli anni,capace di concedere tutte le sue grazie ancóra intatte. 20. A CCHI PIACE LLU SPITO, NUN PIACE ‘A SPATA. Ad litteram: a chi piace lo spiedo, non piace la spada. Id est: chi ama le riunioni conviviali(adombrate - nel proverbio - dal termine "spito"( dal fr. ant. espiet, che è dal francone speot) cioè spiedo, quello usato per arrostire le carni e/o pesci,), tenute intorno ad un desco imbandito, è di spirito ed indole pacifici, per cui rifugge dalla guerra rappresentata dalla spata (voce dal lat. spatha(m), che è dal gr. spáthí, propr. 'spatola') cioè spada del proverbio. 21. ADDÓ NUN MIETTE LL'ACO, NCE MIETTE 'A CAPA. Ad litteram: dove non metti l'ago, ci metterai il capo.Id est: occorre porre súbito riparo anche ai piccoli danni, ché - se lasciati a se stessi - possono ingigantirsi al punto di dare gran nocumento; come un piccolo buco su di un abito, se non riparato in fretta può diventare tanto grande da lasciar passare addirittura il capo, cosí un qualsiasi piccolo e fugace danno va riparato súbito, prima che ingrandendosi, non produca effetti irreparabili. 22. ZITTO CHI SAPE 'O JUOCO! Ad litteram: zitto chi conosce il giuoco! Id est: faccia silenzio chi è a conoscenza del trucco o dell'imbroglio. Con la frase in epigrafe olim si solevano raccomandare ai monelli spettatori dei loro giochi, i prestigitatori di strada, affinché non rivelassero il trucco compromettendo la buona riuscita del giuoco da cui dipendeva una piú o meno congrua raccolta di moneta.La locuzione fu in origine sulla bocca dei saltimbanchi che si esibivano a nelle strade adiacenti la piazza Mercato e/o Ferrovia, nel bel mezzo di una cerchia di monelli e/o adulti perdigiorno che non potendosi permettere il pur esiguo costo di un biglietto per accedere ai teatrini zonali ed assistervi a gli spettacoli, si accontentavano di quelli fatti in istrada da girovaghi saltimbanchi che si esibivano su palcoscenici di fortuna ottenuti poggiando delle assi di legno su quattro o piú botti vuote. Spesso tali spettatori abituali, per il fatto stesso di aver visto e rivisto i giochi fatti da quei saltimbanchi/ prestigitatori di strada avevano capito o carpito il trucco che sottostava ai giochi ed allora i saltimbanchi/ prestigitatori che si esibivano con la locuzione zitto chi sape 'o juoco! invitavano ad una sorta di omertà gli astanti affinché non svelassero ciò che sapevano o avevano carpito facendo perdere l’interesse per il gioco in esecuzione, vanificando la rappresentazione e compromettendo la chétta, la raccolta di monete operata tra gli spettatori, raccolta che costituiva la magra ricompensa per lo spettacolo dato. Per traslato cosí, con la medesima espressione son soliti raccomandarsi tutti coloro che temendo che qualcuno possa svelare imprudentemente taciti accordi, quando non occultati trucchi, chiedono a tutti un generale, complice silenzio.Rammento infine a completamento dell’illustrazione della locuzione un’altra espressione che accompagnava quella in esame: ‘a fora ‘o singo! e cioè: Fuori dal segno! Che era quello che tracciato con un pezzo di gesso rappresentava il limite invalicabile che gli spettatori non dovevano oltrepassare accostandosi troppo al palcoscenico, cosa che se fosse avvenuta poteva consentire ai contravventori di osservare piú da presso le manovre dei saltimbanchi/ prestigitatori, scoprendo trucchi e manovre sottesi ai giochi, con tutte le conseguenze già détte. 23. VUÓ CAMPÀ LIBBERO E VVIATO: MEGLIO SULO CA MALE ACCUMPAGNATO. Ad litteram: vuoi vivere libero e beato: meglio solo che male accompagnato Il proverbio in epigrafe, in fondo traduce l'adagio latino: beata solitudo, oh sola beatitudo. 24. QUANNO 'NA FEMMENA S'ACCONCIA 'O QUARTO 'E COPPA, VO' AFFITTÀ CHILLO 'E SOTTO. Ad litteram: quando una donna cura eccessivamente il suo aspetto esteriore, magari esponendo le grazie di cui è portatrice, lo fa nella speranza di trovar partito sotto forma o di marito o di uno che soddisfi le sue voglie sessuali. 25.'O TURCO FATTO CRESTIANO, VO' 'MPALÀ A TTUTTE CHILLE CA GHIASTEMMANO. Ad litteram: il turco diventato cristiano vuole impalare tutti i bestemmiatori. Id est: I neofiti sono spesso troppo zelanti e perciò pericolosissimi. 26. 'O PATATERNO ADDÓ VEDE 'A CULATA, LLA SPANNE 'O SOLE Ad litteram: il Padreterno dove vede un bucato sciorinato, là invia il sole. Id est: la bontà e la provvidenza del Cielo sono sempre presenti là dove occorrono. 'a culata è appunto il bucato (che è dal ted. bukon) ed è detto culata (deverbale di colare) per indicare il momento della colatura ossia del versamento dell'acqua bollente sui panni già lavati,ma necessarii di sbiancatura, sistemanti in un grosso capace contenitore; l'acqua bollente veniva fatta colare sui panni attraverso un telo sul quale , temporibus illis, era sistemata della cenere (ricca di per sé di soda, agente sbiancante(in sostituzione di chimici detergenti)), e dei pezzi di arbusti profumati(per conferire al bucato un buon odore di pulito)…; il telo proprio per il fatto di accogliere la cenere fu détto cennerale 27.'O GALANTOMMO APPEZZENTÚTO, ADDEVÈNTA 'NU CHIAVECO. Ad litteram: il galantumo che va in miseria, diventa un essere spregevole. In effetti la disincantata osservazione della realtà dimostra che chi perde onori e gloria, diventa il peggior degli uomini giacché si lascia vincere dall'astio e dal livore verso coloro che il suo precedente status gli consentiva di tenere sottomessi e che nella nuova situazione possono permettersi di alzare la testa e contrattare alla pari con lui. Chiaveco s.vo ed a.vo m.le = sporco, lercio e per estensione cattivo soggetto, essere spregevole; è un adattamento al maschile del s.vo f.le chiaveca/chiavica= fogna, porcheria,sozzura che è dal tardo lat. clàvica per il classico cloaca normale il passaggio cl→chj→ chi come ad es. clarum→chiaro. 28.QUANNO 'O VINO È DDOCE, SE FA CCHIÚ FFORTE ACÍTO. Letteralmente: quando il vino è dolce si muta in un aceto piú forte, piú aspro.Id est: quando una persona è d'indole buona e remissiva e paziente, nel momento che dovesse inalberarsi, diventerebbe così cattiva, dura ed impaziente da produrre su i terzi effetti devastanti. 29.CHI TROPPO S''O SPARAGNA, VENE 'A 'ATTA E SE LU MAGNA. Letteralmente: chi troppo risparmia,viene la gatta e lo mangia. Il proverbio- che nella traduzione toscana assume l'aspetto di un anacoluto sta a significare che non conviene eccedere nel risparmiare, perché spesso ciò che è stato risparmiato viene dilapidato da un terzo profittatore che disperde o consuma tutto il messo da parte. 30. 'O PURPO S'À DDA COCERE CU LL'ACQUA SOJA. Letteralmente: il polpo si deve cuocere con l'acqua propria.Id est: bisogna che si convinca da se medesimo, senza interventi esterni. La locuzione fa riferimento a tutte quelle persone che recedono da certe posizioni solo se si autoconvincono; con costoro è inutile ogni opera di convincimento, bisogna armarsi di pazienza ed attendere che si autoconvincano, come un polpo che per cuocersi non necessita di aggiunta d'acqua, ma sfrutta quella di cui è composto. Brak

lunedì 25 maggio 2015

VARIE 15/429

1.ARRASSUSIA! Tipica, usatissima locuzione avverbiale esclamativa partenopea che vale lontano sia!, non sia mai! formata dall’aggettivo arrasso e dal congiuntivo ottativo sia; etimologicamente,a mio avviso l’espressione parte – come ò detto – da un aggettivo/avverbio: arrasso (derivato dall’arabo arah/arasa = lontano), aggettivo cui è agglutinato il congiuntivo ottativo sia (che è dal lat sit). Per amor di completezza ricorderò che l’amico prof. Carlo Iandolo nel suo Dizionario Etimologico Napoletano ipotizza per arrassusia una derivazione dal lat. abrasum-sit= sia cancellato! Tuttavia l’ipotesi non mi convince e mi dispiace non esser d’accordo con l’amico Iandolo,ma me lo impongono due considerazioni: 1) semanticamente è pressoché impossibile (o almeno io non ci riesco!) stabilire o cogliere un punto di contatto tra il “sia cancellato!”del latino ed i “lontano sia!, non sia mai!” del napoletano; 2) morfologicamente poi trovo un po’ troppo macchinoso il passaggio da abrasum ad arrasso: nulla da eccepire sulla probabile assimilazione regressiva br→rr ma mi lascia molto perplesso quella geminazione della iniziale sibilante (s) scempia che normalmente in napoletano mi pare evolva nella palatalizzazione ( s+vocale → sci cfr. simia→scigna – semum→scemo) e non nel raddoppiamento. 2.ANNOTATÒZZOLE Potrà sembrare strano, ma piú d’uno dei miei consueti ventiquattro lettori mi à chiesto di chiarire e dare una spiegazione della voce napoletana in epigrafe e me l’ànno chiesto probabilmente perché non ne ànno trovato riscontro nei numerosi lessici dell’idioma partenopeo, lessici che nella maggior parte dei casi, con pochissime eccezioni, sono stati vergati attingendo nei testi classici degli scrittori d’antan e non anche (come invece sarebbe giusto ed auspicabile) nel parlato comune ed in primis in quello della città bassa dove nacque e continua a nascere la magna pars delle voci napoletane. Tanto premesso entro in medias res dicendo che il termine in epigrafe, agg.vo e/o sost.vo m.le e fem.le è usato nell’icastico idioma napoletano per indicare due tipi di persone: 1 che/chi, reiteratamente e con protervia getti in faccia a qualcuno parole di rimprovero anche per colpe veniali 2 (estensivamente e nell’uso maggiore) che/chi per esser falsamente caritatevole e/o benevolo, ami rammentare con risentimento a qualcuno piccoli benefici saltuariamente a costui fatti. Esemplifico per esser piú chiaro: la padrona di casa che rimproverasse la domestica per non aver portato in tavola sollecitamente il sale ed il pepe, sarebbe un’annotatòzzole come ed anche di piú lo sarebbe chi avendo beneficato un bisognoso di un po’ di cibo sottolineasse con l’interessato o con i terzi quella sua piccola munificenza gloriandosene a dismisura per vestire falsamente i panni del/della buono/a, altruista, solidale, fraterno/a, generoso/a, compassionevole. La voce in esame etimologicamente risulta essere l’agglutinazione di un voce verbale (annota) e di un sostantivo (tòzzole): annota voce verbale (3ª pers. sg. ind. pres.) dell’infinito annutà (cosícome nell’italiano) 1prendere nota di qualcosa, annotare, chiosare, postillare; vale però anche (ed è il caso che ci occupa)2 sottolineare accentuare, evidenziare, rilevare, rimarcare, enfatizzare, notare.Il verbo annutà è dal lat. adnotare→annutà, comp. di ad e notare. tòzzole s.vo f.le pl. di tòzzola = 1(in primis) cantuccio o pezzo di pane, per lo piú raffermo; 2 (estensivamente) cosa da poco, inezia, piccolezza, bazzecola, quisquilia, nonnulla; per l’etimologia non vi sono certezze assolute e molti dal Garzanti al Treccani si rifugiano, procurandomi attacchi d’orticaria, nel pilatesco etimo incerto; una prima scuola di pensiero anonimo (cui aderisce l’amico prof. C. Iandolo) fa riferimento,corredandolo però d’ un punto interrogativo ad un accusativo lat. tursu(m)=gambo della pianta, torso; dal m.le tursu(m), il f.le*turza→tuzza→tózza + il suff. diminutivo ola del lat. m.le olu(m); tuttavia rifuggo da questa idea che non mi convince né morfologicamente (trovo il passaggio da tursum a tozza arzigogolato, gratuito ed arbitrario) né semanticamente(che nesso mai corre tra un gambo ed un tozzo di pane?...); a mio parere è migliore l’idea propugnata da un’altra scuola di pensiero ( quella cui aderí il D’Ascoli ed alla quale mi associo) chefa riferimento ad una voce spagnola tóca→tóza = pezzo di legno ed estensivamente di altro.Va da sé che alla voce tóza passata a tózza con raddoppiamento espressivo dell'affricata alveolare sorda (z) è aggiunto il suff. diminutivo ola del lat. m.le olu(m) ottenendosi tóza→tózz(a)+ ola→tózzola con il pl. tozzole. E qui faccio punto fermo augurandomi d’essere stato chiaro ed esauriente ed aver soddisfatto la curiosità dei miei ventiquattro lettori e di chi forte si imbattesse in queste paginette.Satis est. 3. ARRAPATO COMME A ‘NA SCIGNA Ad litteram: Sessualmente eccitato al pari di una scimmia Espressione usata iperbolicamente per burlarsi di chi non riuscendo a dominarsi si mostri costantemente su di giri, acceso, agitato anche quando le circostanze non lo richiedano; ancòr piú l’espressione si attaglia a chi non sa porre un freno al proprio istinto ed alla prima occasione proprizia faccia le viste di essere cosí tanto infoiato/a da non potersi frenare ed esser costretto/a quasi a dare spettacolo di sé tal quale uno scimpanzé di sesso maschile aduso a soddisfarsi, anche onanisticamente, senza alcuna remora coram populo et ceteris. Va da sé che l’agitazione che è propria delle scimmie antropomorfe è presa a riferimento per schernire chi sia molto eccitato anche non sessualmente. arrapato è il part. pass. usato anche come agg.vo dell’infinito arrapà (arrapare) che è v.bo tr.vo di origine meridionale,pervenuto anche nel lessico italiano sia pure come voce volgare. [denominale del lat. rapa, propr. neutro pl. di rapum 'rapa', poi considerato come f.le sg.in senso maliziosamente allusivo alla durezza dell’ortaggio] = eccitare sessualmente; piú spesso usato come intr. o intr. pron. (arrapà, arraparse, fà arrapà), eccitarsi sessualmente; quantunque sia piú comunemente usata al maschile (arrapato= eccitato ) nulla vieta che la voce sia coniugata anche al f.le (arrapata= eccitata) quantunque l’eccitazione maschile meglio si presti in pratica ad esser rappresentata dalla turgidità della rapa! scigna s.vo f.le = scimmia; voce deriva dal lat. simia→simja, con un consueto passaggio di s+ vocale a sci: (cfr. alibi semum→scemo) e con passaggio di mj a gn (come in ca(m)mjare→cagnà). 4. ARRIDUCERSE COMME A SSANTU LAZZARO Questa volta è stato il caro amico N. C. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome) a chiedermi via e-mail di chiarirgli significato e portata dell’antica e non desueta espressione partenopea in epigrafe. Gli ò risposto che l’espressione da rendersi in italiano: Ridursi come un san Lazzaro à un duplice significato, ma in ambedue i casi si fotografa una situazione negativa, dannosa, sfavorevole, svantaggiosa; nel primo caso essa riguarda un individuo cosí tanto povero. bisognoso, misero, squattrinato, spiantato,da potersi appaiare a quel tal Lazzaro che indigente, malagiato, meschino giaceva ai piedi della tavola d’un ricco gaudente e vi stazionava nella speranza di potersi nutrire degli avanzi del crapulone o quanto meno delle miche che gli cascavano dal tavolo (cfr. il vangelo di Luca 16/19-31); nel secondo caso la situazione negativa, dannosa, sfavorevole, svantaggiosa fotografata è quella che riguarda un individuo cosí tanto male in arnese affetto com’ è da malattie ripugnanti tale da renderlo malandato, malconcio, malmesso, malridotto, quando non disgustoso, nauseante, repellente, ributtante alla medesima stregua di un tal san Lazzaro di Gerusalemme del 1° secolo, non meglio identificato, medico affetto da lebbra [che fu debellata dal medesimo]; sotto la sua protezione sorse l'Ordine Militare e Ospedaliero di San Lazzaro di Gerusalemme, un ordine costituitosi a Gerusalemme nell'XI secolo nato per dare cure ed assistenza ai lebbrosi, ordine che poi si fuse con l'Ordine Cavalleresco e Religioso di san Maurizio creato da Amedeo VIII il pacifico(Chambéry, 4 settembre 1383 –† Ripaille, 6 gennaio 1451) quando, divenuto vedovo, si ritirò con sei Gentiluomini nell'eremo di Ripaglia, nel Chiablese (Alta Savoia), vicino ad un monastero di Canonici regolari di Sant'Agostino, con chiesa dedicata a San Maurizio. Nell’un caso e nell’altro ci si riferisce dunque a soggetti che possono suscitare sensazioni di pietà e/o di ripulsa, quale che sia il san Lazzaro di cui parli. 5. ARRUZZUTO/ARRUZZENUTO & DINTORNI Anche questa volta faccio sèguito ad un quesito rivoltomi dall’amica M.F. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi dellA antica, ma non desueta voce napoletana in epigrafe e dei suoi coloriti sinonimi. Cominciamo: arruzzuto/a agg.vo m.le o f.le vale 1in primis riferito a cose arrugginito/a; 2 per ampiamento semantico riferito a persona malconcio/a, malmesso/a, indebolito/a; etimologicamente è un denominale del sost.vo f.le ruzza [ marcato sul siciliano ruggia dal lat.rubeus] = ruggine; la voce a margine è anche attestata con pari significati come arruzzenuto/a agg.vo m.le o f.le inteso part. passato dell’infinito arrezzení = arrugginirsi, indebolirsi. Coloriti sinonimi delle voci or ora esaminate sono: accunciato/a p’ ‘e ffeste espressione aggettivale maschile o f.le che letteralmente vale conciato/a per le feste da intendersi però in senso antifrastico: ridursi in cattivo stato; sciuparsi; accunciato/a etimologicamente è il part. pass. di accuncià(dal Lat. volg. ad + *comptiare, deriv. di comptus 'ornato, adorno', da come°re 'mettere insieme'); arruinato/a agg.vo m.le o f.le vale 1in primis riferito a cose rovinato/a; 2 per ampiamento semantico riferito a persona malridotto, malandato, malmesso; etimologicamente è il part. pass. di arruinà( denominale del Lat. ad + ruina(m), deriv. di ruere 'precipitare); ‘nguajato/a agg.vo m.le o f.le vale 1in primis riferito a persone messo/a nei pasticci, molto malato; 2 per ampiamento semantico riferito a cosa in tanto cattivo stato da precluderne l’uso; etimologicamente è il part. pass. di ‘nguajà[denominale di in+guajo che etimologicamente è da un antico tedesco wàwa =disgrazia, sventura ed in senso piú limitato: calamità, fastidio, impiccio]; scuffato/a agg.vo m.le o f.le vale 1in primis riferito a persone e solo a persone bastonato/a, storpiato/a; 2 per ampiamento semantico sempre riferito solo a persona indebolito/a, fiaccato/a, sfiancato/a, estenuato/a, spossato/a, stremato/a; la voce a margine è attestata anche come scioffato/a di pari significato con etimo ambedue da un lat. volg. exuffatu(m). Non mi pare proprio ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amica M.F. ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e chi forte dovesse imbattersi in questo paio di paginette. 6. AUGLIUSO & AURIUSO Ancóra una volta tenterò di dare adeguata risposta ad un quesito postomi dal caro amico D.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) che mi à chiesto di mettere a fuoco portata, significato e valenza del vocabolo napoletano augliuso in epigrafe, che non à trovato accoglimento nei numerosi lessici del napoletano in circolazione e che è dato consultare, ma che un tempo e che ancóra si puó cogliere sulle labbra dei napoletani d’antan, soprattutto di quelli della città bassa. Dico súbito che trattai già l’argomento tanti anni orsono al tempo(anni ’70 del 1900) quando sul quotidiano partenopeo IL ROMA la professoressa Settimia Cicinnati teneva la rubrica de I Mosconi accogliendovi dai lettoririchieste inerenti voci ed espressioni partenopee e le girava a gli addetti ai lavori ed a gli appassionati che spesso si celavano sotto il nome di Incappucciati.Fui uno di quelli ed all’epoca, rammento, mi scontrai con l’amico avv.to Renato de Falco che, chiamato in causa, inopinatamente confuse la voce in esame: augliuso con l’aggettivo auriuso di tutt’altro – come vedremo - significato, salvo a scusarsene, adducendo a sua scusante il fatto che la richiesta gli era stata riportata, distorta, a voce inducendolo in errore, ed ad addivenire alla mia corretta interpretazione che qui reitero. Cominciamo dunque con augliuso/ósa agg.vo m.le o f.le 1 in primis oleoso/a, untuoso/a; 2 rancido/a e lo si dice esattemente di un gheriglio di noce di cattivo sapore,allappante, inacidito 3 per traslato, riferito a soggetto umano servile , viscido, mellifluo, ipocrita; 4 per ampiamento semantico noioso, fastidioso, irritante, sgradevole, spiacevole cosí come un gheriglio di noce dal pessimo sapore di olio irrancidito, inacidito, andato a male; voce etimologicamente denominale di uoglio= olio (dal lat. oleu-m→ lat. volg. *òlju-m con lj→gli come in filia-m, familia-m diventate figlia, famiglia); ad *òlju-m è aggiunto il suffiusso uso/ósa, suffisso di tipologia per aggettivi derivati dal latino o tratti da nomi, dal lat. -osu(m)→usu(m); indica presenza, caratteristica,qualitàecc.(scarduso/dósa,mafiuso/ósa,zezzuso/ósa). Tutt’altra cosa, come ò anticipato, l’agg.vo auriuso/ósa agg.vo m.le o f.le beneaugurante, augurale, che/chi porta o esprime augurio; voce denominale di aurio (augurio, auspicio, presagio, pronostico, vaticinio dal lat. au(gu)riu(m)→aurio 'presagio')addizionato del suffiso uso/ósa, di cui antea; dicevo – come si evince - tutt’altra cosa è l’agg.vo aurioso/ósa che non può esser confuso con augliuso/ósa se non per mero errore! E qui giunto mi fermo convinto d’avere esaurito l’argomento, d’aver adeguatamente risposto al quesito dell’amico D.C. e sperando d’avere interessato i miei consueti ventiquattro lettori. 7. MANNAGGIA Ô SURICILLO E PPEZZA ‘NFOSA. Letteralmente: accidenti al topolino ed (allo) straccio bagnato. Il motto viene pronunciato a mo’ di imprecazione da chi voglia evitare di pronunciarne altra piú triviale. Varie le interpretazioni della locuzione in ispecie nei confronti del topolino fatto oggetto di maledizione Esamino qui di seguito le varie interpretazioni e per ultima segnalo la mia. 1 – (avv. Renato de Falco) L’illustre amico e scrittore di cose napoletane reputa che il suricillo in epigrafe altro non sia che il frustolo d’epitelio secco che si produceva in ispecie sulle braccia e sulle gambe allorché le si lavavano soffregandole non con una spugna, ma con uno straccetto bagnato. È vero, da ragazzi usavamo dare il nome di suricillo a quei frustoli d’epitelio e/o pàtina grassa sporca divelti con il soffregamento dello straccio madido d’acqua.Ma il dotto amico de Falco, per far passare per buona la sua idea è costretto a leggere la e dell’epigrafe non come congiunzione ma come aferesi di de e leggere ‘e pezza ‘nfosa pronunciando in maniera scempia la p di pezza, laddove il proverbio raccolto dalla viva voce della gente suona: mannaggia ‘o suricillo e ppezza ‘nfosa ed è chiara la geminazione iniziale della p di pezza e il significato di congiunzione della e.Per cui, a malgrado dell’amicizia e della stima che nutro per l’avvocato de Falco, non posso addivenire alla sua idea. 2 –(prof. Francesco D’Ascoli) Il defunto professore (parce sepulto!) nel suo per altro informato LA FILOSOFIA POPOLARE NAPOLETANA, sbrigò la faccenda, ravvisando nel suricillo i pezzetti di panno che si staccavano assumendo la forma del musculus, dallo straccio per lavare a terra;l’idea non è percorribile stante anche per D’Ascoli la medesima lettura impropria della locuzione che ne fa il de Falco leggendo la E come aferesi di de e non come congiunzione. 3 – (dr. Sergio Zazzera)L’ottimo (?) dr. Zazzera si lava le mani e propone un improbabile sorcio alle prese con un orcio di olio dal quale sia saltato via uno stoppaccio non si comprende perché umido. A questo punto reputo che potrebbe essere piú veritiera l’interpretazione che mi fu data temporibus illis da mia nonna che asserí che la locuzione conglobava una imprecazione rivolta ad un sorcetto introdottosi in una casa ed un suggerimento dato agli abitanti di detta casa quello cioè di introdurre sotto le fessure delle porte uno straccio bagnato per modo che al topo fossero precluse le vie di fuga e lo si potesse catturare.Volendo dire: È entrato il topino?Non c’è problema! Ce ne possiamo liberare:lo catturiamo, ma prima affinchè non ci sfugga, turiamo con uno straccio bagnato ogni fessura in modo da precludergli vie di fuga e procediamo alla cattura! Ma poiché fino a che non ci si sente soddisfatti, è buona norma continuare ad investigare, continuando nell’investigazione, mi pare di poter affermare che la nonna aveva dato una casta spiegazione a dei vocaboli (e perciò a tutta l’espressione) per non inquietare la fantasia di un piccolo adolescente. Infatti alla luce di ulteriori indagini ed al supporto di altre menti di appassionati studiosi di cose napoletane mi pare si possa accogliere la tesi del prof. Amedeo Messina che vede nel suricillo (marcato su di un *xurikilla tardo latino usato in luogo del piú classico mentula) il membro maschile... Peraltro l’amico prof. Carlo Iandolo illustre scrittore di cose partenopee in una sua dotta lettera mi fa notare che nella passata parlata napoletana le pezze piú note erano quelle che le donne portavano nel loro corredo, e che usavano per i loro bisogni fisiologici di ogni volger di luna; con il nome pezze si indicavano altresí quelle che significavano il danaro ed in effetti tra il 1750 ed il 1865 con il termine pezza si indicò una grossa moneta d’argento del valore di 12 carlini, ossia 120 grana, moneta pari quindi ad oltre 1 ducato che contava 100 grana. Ecco dunque che , messa da parte la casta spiegazione data dalla nonna si possa addivenire a ritenere che l’innocente imprecazione con la quale si è soliti commentare piccolissimi inconvenienti ai quali non occorra dare faticose soluzioni, sia sgorgata sulle labbra di una donna trovatasi davanti alla improcrastinabile richiesta di favori, da parte del suo uomo (...pronto alla tenzone...) e gli abbia dovuto opporre che non era… il tempo adatto, giacché sebbene ‘o suricillo fosse inastato, ‘a pezza ...era ‘nfosa e dunque l’accesso sconsigliato o vietato! Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat →malum abjat→malum aggia→ malanno aggia→ ma(la)nn(o)aggia→mannaggia . Esiste poi una variazione piú letteraria che del parlato popolare di mannaggia ed è malannàggia, ma è pochissimo usata pur essendo piú vicina all’etimo iniziale. 8. MANNAGGIA BBUBBÀ! La consorte del mio caro amico A.M. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)mi chiese per le vie brevi significato, portata ed origine dell’ espressione esclamativa partenopea in epigrafe che un tempo si poteva cogliere sulle labbra di persone avanti negli anni per esprimere generico, ma contenuto disappunto,dispiacere, rammarico, contrarietà, stizza,delusione, rincrescimento davanti ad avvenimenti fastidiosi od imprevisti,ma ineludibili;avendo in attesa una visita non potetti che risponderle frettolosamente e le dissi che il termine bbubbà che accompagna il mannaggia non era una onomatopea (come mi parve di capire la signora sospettasse che fósse), ma una contrazione/corruzione d’altra parola. Faccio ora ammenda d’essermi sbrigato frettolosamente e chiarisco qui,a beneficio dell’amica e di qualche altro dei miei ventiquattro lettori, significato e portata dell’ espressione esclamativa nonché origine di quell’oscuro (a prima vista) bbubbà.Comincio perciò con il dire l’espressione in epigrafe andrebbe correttamente scritta in napoletano non mannaggia bbubbà (come la corruzione del parlato ci costrinse e talora ancóra ci costringe ad ascoltare)ma: mannaggia ô bbubbà, dove la ô sta per a +lo / a + il= al atteso che l’espressione va tradotta come male ne abbia il bbubbà e nella parlata napoletana, come ebbi a dire alibi, il complemento oggetto allorché sia persona o soggetto animato (o inteso tale) va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.) Ciò precisato entriamo in medias res e diciamo che nel significato corrente, la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia. Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat. E veniamo demum a dire di quell’oscuro bbubbà che poi tanto oscuro non è trattandosi della contrazione/corruzione del s.vo m.le be-a-bà→bbiabbà→bbubbà ; con tale antico e desueto s.vo m.le be-a-bà (stranamente assente nel D’Ambra e nel P.P.Volpi, ma presente nel datato R.Andreoli e nel piú recente F.D’Ascoli) si indicò 1 in primis il sillabario, il libro sul quale si impara a leggere e a scrivere, l’abbecedario; 2 per ampliamento semantico i primi rudimenti, l'insieme dei princpî e delle nozioni elementari di una disciplina, di una tecnica, l’abbiccí d’ un quid; la voce fu ricavata per bisticcio e metatesi dalle prime lettere dell’alfabeto a,bi lètte a,be donde be- a – bà→bbiabbà→bbubbà.Chiariti origine ed etimo della voce mettiamo a ffuoco l’interessante semantica dell’espressione che – come dicevo – s’era soliti cogliere sulle labbra di persone avanti negli anni per esprimere generico, ma contenuto disappunto,dispiacere, rammarico, contrarietà, stizza,delusione, rincrescimento davanti ad avvenimenti fastidiosi od imprevisti, ma ineludibili; in effetti l’espressione non era un maledire il sillabario o l’abbiccí d’ un quid; sostanziava al contrario una maledizione diretta contro l’ignoranza in presenza della quale occorreva assoggettarsi a far ricorso al sillabario o l’abbiccí d’ un quid.In coda rammento che anche Eduardo De Filippo nella versione a stampa del suo Chi è cchiú felice ‘e me?! usò l’espressione “Mannaggia ô bbi-a-bbà”mentre nella messa in iscena televisiva, forse in ossequio al piú comune parlato corrente la mutò in “Mannaggia bbubbà”. E qui penso di poter far punto convinto d’avere esaurito l’argomento,meritato il perdono dell’amica e soddisfatto ed interessato qualcun altro dei miei ventiquattro lettori e piú genericamente chi dovesse imbattersi in queste paginette.Satis est. 9. MANNAGGIA Ô PATATURCO Cominciamo con una precisazione di carattere linguistico dicendo che l’espressione in epigrafe va correttamente scritta in napoletano non mannaggia ‘o Pataturco, ma (cosí come riportato): mannaggia ô Pataturco, dove la ô sta per a +lo / a + il= al atteso che l’espressione va tradotta come male ne abbia il Padre de’ turchi e nella parlata napoletana, come ebbi a dire alibi, il complemento oggetto (il Padre de’ turchi, ‘o Pataturco) allorché sia persona o soggetto animato (come nel caso in esame) va introdotto da una A segnacaso che è residuo di un latino parlato ( ad es.: aggiu visto a pateto= ò visto tuo padre oppure aggiu ‘ntiso ô cane= ò sentito il cane, ma aggiu pigliato ‘o bicchiere= ò preso il bicchiere.) Ciò precisato entriamo in medias res e diciamo che nel significato corrente, la voce mannaggia non risulta essere una corruzione di madonnaccia, come qualcuno erroneamente pensa, ché se così fosse mannaggia sostanzierebbe una gravissima bestemmia, laddove essa risulta essere invece solo una contenuta esclamazione di rabbia e/o stizza o imprecazione rivolta contro qualcuno (mannaggia a tte!) o qualcosa (mannaggia â morte!) e sta per accidenti a, perbacco!, maledizione a..., ovvero "male ne abbia colui o la cosa contro cui è diretto il mannaggia. Etimologicamente il termine mannaggia è appunto una deformazione ( per una sorta di sincope e fusione interna con raddoppiamento espressivo della nasale n) della frase: ma(le)+ n(e)= malanno aggia→ mannaggia= male ne abbia. In origine malanno aggia fu dal lat. malum + habeat →malum abjat→malum aggia→ malanno aggia→mannaggia Esiste poi una variazione piú letteraria che del parlato popolare di mannaggia ed è malannàggia, ma è pochissimo usata pur essendo piúvicina all’etimo iniziale. E veniamo alla completa espressione dell’ epigrafe : mannaggia ô Pataturco; essa, come ò accennato va tradotta male ne abbia il padre de’ turchi, accidenti al padre etc. e risulta essere una eufemistica imprecazione usata per non scivolare, col discorso, (si pensi ad una possibile assonanza di Pataturco con altro Padre) in una becera bestemmia (che evito di scrivere!...). Per vero in origine (1915 circa) l’espressione in epigrafe non fu mannaggia ô Pataturco, ma mannaggia ô patatucco e solo in seguito, portata a Napoli dai fanti (per fortuna!) reduci della grande guerra, e non periti come avvenne per molti fanti meridionali,mandati a difendere i sacri (la retorica dell’epoca cosí recitava!) confini nordici di una patria non … sentita tale da tutti, si corruppe in mannaggia ô Pataturco sostanziando l’imprecazione eufemistica usata per non pronunciare una grave bestemmia. Ma cosa c’entra il patatucco coi fanti reduci della grande guerra? C’entra giacché l’originario patatucco ( derivato dalla fusione di patat(a) + (cr)ucco) designò nel nord est dello stivale una sorta di giocosa offesa rivolta contro i soldati austro-tedeschi considerati sciocchi e minchioni adusi a mangiar patate, da cui l’attacco patata di patatucco, mentre la voce crucco donde la seconda parte di patatucco fu il nome dato dai soldati italiani a quelli tedeschi durante la prima e poi la seconda guerra mondiale; all'orig. era appellativo dato agli slavi, derivato dalla voce serbo-croata kruh 'pane', quello che i soldati erano soliti chiedere quando invadessero una zona. La voce patatucco fu recepita dai militi napoletani che usarono addizionarla al loro tipico mannaggia per insolentire i soldati nemici; quando poi i reduci tornarono a Napoli, portandosi dietro quel loro mannaggia ô patatucco= accidenti al tedesco, il popolo napoletano che non aveva avuto dimestichezze belliche con il crucco ed il patatucco corruppero per assonanza questo patatucco con un piú noto Pataturco derivato con tutta probabilità da un pate(padre)+ Ataturk (Mustafa Kemal Atatürk che fu il fondatore (padre) e primo presidente della Repubblica Turca (dal 1923 al 1938). ) = Padre de’ turchi, Maometto; va da sé che legando mannaggia a Pataturco sostanziarono quell’imprecazione eufemistica di cui ò detto usata per non bestemmiare. 10. MANNAGGIA Ê CANE ‘E CANCIELLO! Tengo dietro con queste paginette a quanto dissi alibi (per rispondere ad un quesito della consorte del mio caro amico A.M. (i consueti problemi di riservatezza mi costringono ad indicare solo le iniziali di nome e cognome)) illustrando l’espressione esclamativa MANNAGGIA BBUBBÀ! Comincio con il dire che la locuzione esclamativa in esame che vale Accidenti ai cani da guardia! rappresenta una sorta d’alternativa a quella MANNAGGIA BBUBBÀ! ed è usata da chi voglia esprimere generico, ma contenuto disappunto,dispiacere, rammarico, contrarietà, stizza,delusione, rincrescimento davanti ad avvenimenti fastidiosi od imprevisti ed imponderabili e non voglia dare in scostumate escandescenze.Questa locuzione in epigrafe è molto datata e risale alla fine dell’ ‘800 ed i principî del ‘900 quando si poteva cogliere come espressione di disappunto,dispiacere, rammarico sulle labbra non di ladri e/o malfattori (come a tutta prima potrebbe apparire) che si dolessero di trovare feroci cani di guardia alle proprietà che essi lestofanti volessero visitare, quanto sulle labbra di innamorati e/o spasimanti cui un severo genitore della ragazza o un geloso marito di una sposa circuita opponevano la presenza di numerosi agguerriti cani da guardia (i napoletani cane ‘e presa) sguinzagliati davanti i cancelli o per le scale ed innanzi alle porte al fine di dissuadere innamorati e/o spasimanti (cfr. CANCIELLO ‘E SPOSA gustosa canzone partenopea del 1950 firmata da Armando De Gregorio per la musica di Furio Rendine (Napoli, 23 marzo 1920 –† Roma, 22 febbraio 1987)) Brak