lunedì 30 giugno 2008

IL DUBBIO.

IL DUBBIO.

di Raffaele Bracale


Che se ne sia persa la semenza?… Che sia scomparso prematuramente e passato a quella che si dice sia la miglior vita?…
Dev’essere cosí… Ne son convinto, ormai. E per forza!
Apro una rivista, sfoglio un settimanale, un quotidiano (‘na cosa qualunque, insomma…) embè, mi dovete credere, mi imbatto sempre in qualcuno che mi partecipa una verità sacrosanta, che – ça va sans dire – non ammette repliche di sorta.
Il dubbio…, l’incertezza…, il “chi sa”… non appartengono piú al nostro claudicante tempo.
Si procede per affermazioni categoriche, per assiomi, per corollarî.
Tutti sanno tutto di tutto e di tutti e, mannaggia ê cane ‘e caccia!, lo sanno in maniera certa e sicura e inconfutabile…
Pigliate una qualsiasi “carta stampata” con le sue “firme” importanti e avrete la conferma palese di ciò che vengo dicendo.
In effetti è facile: davanti ad un foglio bianco e senza la presenza di un interlocutore, chiunque può permettersi il lusso di affermare: “Chesta è ‘a verità, ‘a saccio sul’ io e mo vi faccio la grazia di parteciparvela…” E lo fa senza correre il pericolo di sentirsi dire:”Neh, Titò! Ma tu che cacchio stai dicendo?!”
Tanto è risaputo che un ipotetico lettore che voglia controbattere una qualsiasi affermazione, non tiene che una via di uscita: la lettera di protesta, o di precisazione o di chiarimento (magari documentato…) , lettera che però - nel novantanove per cento dei casi - verrà cestinata prima ancora di essere letta e non sarà mai pubblicata; di talché si verrà a formare, nella pletora dei lettori, l’ idea che l’ unica “verità vera” è quella sciorinata dall’ articolista, tanto è vero che nessuno si è permesso di eccepire…
E se, puta caso, uno è di idea contraria, si guarderà bene dall’ enunciarla, se tène ‘a posta e se sta zitto pe nun fà ‘a fijura d’ ‘o fesso…
E questa la carta stampata…
Quando poi passiamo alla carta… parlata (lèggi: Mamma RAI, Canale 5 e compagnia bella), il fatto diventa grottesco, per non dir di peggio.
La spia rossa delle telecamere, gli obbiettivi delle medesime, irradiano sul “concionatore” di turno una sorta di fluido che èccita, turba ed esalta.
Sollecitato, se non solleticato, dalle domande (ora sciocche, ora pepate, ora furbe, ora decisamente ‘nzipete) del presentatore o dell’ “uomo-ancora”, il “pozzo di scienza” di turno, il piú delle volte, se ne va ‘e mmummera e comincia a sentenziare, asserire, accertare, attestare, asseverare, con dovizia di esempi e logorroica sicumera, trascinando, nella piena delle sue immarcescibili certezze, l’ uditorio tutto che resta, ahilui! - irretito com’è nel conopèo del fiume di parole - conquiso, abbacinato, affascinato, sedotto… in una parola: bello e fottuto.
E ce ne fosse uno, dico uno, che nel contraddittorio, che spesso spesso tiene sèguito alle interviste televisive, dicevo, ce ne fosse uno che receda da una sua affermazione, che si lasci sfiorare dal dubbio (”E se fosse vero quello che sta dicendo il mio antagonista?…).
Manco p’ ‘a capa! Tutti, ammantati nella clamide della propria onniscienza, urlano la incontrovertibilità della propria massima, del proprio asserto, della proposizione, del principio, dell’ aforismo, del domma che volta a volta vengon enunciando, mirando a zittire l’ interlocutore, ad annichilirlo. E te futte se, per fare ciò, mettono in giuoco le proprie coronarie e corrono il rischio ‘e se fà vení ‘na cosa… Te futte! La gloria prima di ogni altra cosa!
Il tutto sotto lo sguardo divertito o il baffo tremulo del moderatore di turno che – naturalmente – sape isso ‘o juoco e, se ciò che viene detto non collima con il suo “sapere” è pronto o a levar la parola o a menare la stoccata finale per chiudere la partita, rivelando “lippis et tonsoribus, urbi et orbi” dove e quale sia la verità. Che – manco a dirlo – è la sua!
Del resto come dubitarne? Uno che parla in televisione, che tiene – che ne so? - le veline, le vallette, il maggiordomo, può mai dire sciocchezze?
Può mai contare chiacchiere uno ca sta dint’ â televisione, uno ca tène ‘e sponsòr? Pô maje smammà fessarie l’esperto di turno, uno cioè che à fatto le scuole esagerate, che tiene cattedra e cadrega, uno che quando gli studenti all’ università ‘o sentono ‘e parlà, raggiungono l’acme del piacere e – se interrogati dal sullodato padreterno – s’ ‘a fanno sotto?

E io? Io, che nell’ oltre mezzo secolo dell’ esistenza mia, non ò messo insieme che tre o quattro piccole verità (di cui la maggior parte con la vu minuscola…)? Io, niente…
Chiudo la rivista, ‘nzerro ‘a televisione e mi sorprendo a ripetermi:
“Rafè quanto sî ffesso!… Possibile ca tu sulo nun t’ hê ‘mparato niente? Possibile ca tu sulo non sei sicuro di niente? Possibile ca tu sulo fai tutto possibile? Possibile che sei rimasto fermo a Cartesio? Possibile che – non negare! - se qualcuno ti dicesse: “’O ciuccio vola…”, fusse cacchio ‘e aizà ‘a capa pe guardà?…
Ma mèttiti al passo con i tempi, datte ‘na mossa, muovete!
Il mondo, Rafè, è di chi non dubita mai, di chi – giuste o sbagliate che siano – urla le proprie idee, e si tura le orecchie davanti a quelle degli altri.
Il mondo, Rafè, è soprattutto di chi non ammette repliche, di chi sa quello che vuole. Sempre, comunque e dovunque…”

A meno che la verità non sia da tutt’ altra parte…
Ma vallo a sapè…

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