sabato 20 aprile 2013

“T''A FAJE CU LL'OVA 'A TRIPPA!” & ALTRO

“T''A FAJE CU LL'OVA 'A TRIPPA!” & ALTRO L’espressione: T’’a faje cu ll’ove ‘a trippa! è ad litteram: Te la fai(te la prepari) con le uova la trippa!, ma si può rendere anche con un imperativo: Fàttela(prepàratela)con le uova, la trippa. Nel un modo o nell’altro in tal guisa (con un’intonazione tra il commiserevole ed il sarcastico) si usa rivolgersi a chi si sia cacciato nei guai o si sia posto in una situazione rischiosa, per commentarne salacemente la dura necessità di doversi egli adoperare nel modo migliore per venir fuori dalla ingrata situazione in cui si sia infilato, situazione che spesso però non si è in grado di risolvere…; come se si volesse consigliare a chi fosse costretto (per sopravvenuti problemi economici che non gli consentissero di nutrirsi piú acconciamente) fosse costretto a cibarsi del quinto quarto, di migliorarlo, renderlo cioè piú appetibile preparandolo con delle uova; ed in effetti la trippa (sebbene a taluni dai gusti plebei sia molto gradito) non è cibo da ritenersi tra i piú fini e/o gustosi e solo un’aggiunta di uova, erbe aromatiche,cipolla o pomidoro e formaggio può migliorarne la preparazione, rendendolo maggiormente appetibile e – figuratamente – meno gravoso il doversene cibare! trippa s.vo f.le= trippa, stomaco di bovino macellato, che, ridotto in strisce sottili e preparato in vari modi, costituisce una vivanda tradizionale della cucina italiana; l’etimo della voce a margine è da una lettura metatetica dall’arabo tarbtrabtribtriptrippa con paragoge eufonica della sillaba finale pa . A chiusura di quanto qui detto a proposito dell’espressione in cui è protagonista la trippa, riporto qui di sèguito ciò che dissi alibi circa uno dei modi piú caratteristici di preparare a Napoli in alternativa a quella con le uova, la vivanda trippa; parlerò cioè della c.d. mariscialla. A Napoli una volta esistevano ed in qualche vicolo della vecchia città se ne può incontrare ancora qualcuno, i ventraiuoli cioè dei venditori ambulanti che su attrezzati carrettini trainati a mano servivano le trippe cioè il quinto quarto della bestia macellata e tali trippe opportunamente lavate, lessate e sbiancate erano servite ben affettate e ridotte in piccoli pezzi, disposti su fogli di carta oleata ed erano da portare alla bocca con le dita senza l’ausilio di alcuna posata o attrezzo cosparsi di parecchio sale ed irrorati con il succo di limone; spesso affettavano la trippa lessata (specialmente la parte detta cientopelle) in strisce larghe e lunghe come i galloni dei marescialli dell’epoca murattiana quando si indossavano divise fantasmagoriche , per cui i ventraiuoli battezzarono mariscialla la zuppa ricavata da frattaglie di vitello bollite con aggiunta solo di poche erbe aromatiche; la zuppa era versata su biscotti di granturco detti freselle (dal latino frendere cioè spezzettare, rompere) salata e ben pepata ed era servita in piccole ciotole di terracotta. Era una zuppa scarsa di condimento, ma per il suo basso costo, nei rigidi mesi invernali era consumata dalle classi meno abbienti, in sostituzione di un corroborante brodo di manzo o di gallina che quasi nessuno si poteva permettere. Altro modi di approntare la trippa perché fósse o sia piú appetibile è appunto quello di farla cuocere brevemente, preventivamente lessata e ridotta in piccoli pezzi in padella, in olio bollente con l’aggiunta di cipolla stufata e con uova sbattute addizionate di sale, pepe e prezzemolo tritato. Esaurito cosí l’argomento trippa passiamo ad un’altra tipica espressione partenopea: Te ce vo’ ‘na piccula cu ‘o limone espressione che tradotta ad litteram è: ti ci vuole (cioè ti abbisogna) una piccola con il limone… L’espressione che – come chiarirò – in origine pretese, quantunque non sempre in maniera veritiera, di suggerire un rimedio igienico-sanitario, passò poi nel parlato comune e venne usata per commentare sarcasticamente l’ingrata situazione di chi, trovandosi in una situazione incresciosa e fastidiosa, dovesse adoperarsi a trovarne una soluzione od un rimedio pur che fosse che gli permettesse di superare l’impasse. In origine ‘a piccula cu ‘o limone indicò una contenuta, ristretta, concentrata premuta di un solo limone senza aggiunta d’altro liquido, bibita che veniva servita a richiesta presso le cosiddette banche ‘e ll’acqua (mescite di acqua) in alternativa alle pletoriche limunate che erano grandi bibite preparate con premute di piú limoni, allungate con parecchia acqua alternativamente o zuffregna (vedi oltre) oppure acqua ‘e mmummera:quest’ultima fu l’acqua ferrata prelevata da un’antichissima fonte esistente a Napoli al Chiatamone (dal greco platamon= grotte platamonie, grotte di roccia marina presenti sotto i contrafforti del monte Echia; la fonte però oggi è purtroppo definitivamente inglobata in talune costruzioni ed è stata sottratta al gratuito uso del popolo); dicevo che l’acqua ferrata era prelevata dalla fonte del Chiatamone e portata alle banche ‘e ll’acqua, per la vendita al minuto, in tipici panciuti orci di creta a doppia ansa detti mummare ed al sg. mummara (il cui etimo è dal greco bomby-lia con cambio di suffisso per cui bomby-lia divenne bomby-ra ed assimilazione mb→mm donde *bommyra→bommara→mmommara); la mmommara se piccola (monoporzione) diventa mmummarella/e ; ordunque mentre la cosiddetta piccula cu ‘o limone (semplice premuta d’un unico limone, senza aggiunta di acqua) veniva richiesta e poi sorbita da chi fosse affetto da problemi digestivi (per aver magari mangiato grevemente od avidamente della trippa o altro cibo) nella speranza che il succo del limone avesse effetti benefici che tuttavia non sempre aveva in quanto talvolta si aggiungeva, con il limone, acidità ad acidità;e la faccenda addirittura si peggiorava se alla premuta di limone (acido) veniva aggiunto del bicarbonato (base)in quanto l’addizione di un acido con una base produce per effetto acqua che se è assunta da chi non abbia digerito peggiora la situazione; in presenza di problemi digestivi sarebbe piú opportuno assumere solo del bicarbonato che venendo a contatto con gli acidi presenti nello stomaco durante la digestione, li trasformerebbe in acqua. La limunata era invece una gran bibita risultante dalla spremuta di piú limoni, addizionata di acqua, bibita rinfrescante sorbita il piú delle volte durante i mesi estivi, per combattere la calura, e tale bibita talora veniva fatta artificialmente spumeggiare addizionandola rapidamente di pochissimo bicarbonato. Partendo dalla pretesa idea che ‘a piccula cu ‘o limone fosse un rimedio si estese l’espressione a significare ed a sarcasticamente commentare, come ò detto, tutte quelle situazioni fastidiose a cui occorrese porre un rimedio pur che fosse. In chiusura faccio notare che la voce piccula usata nell’espressione non è esattamente napoletana, ché nell’idioma napoletano s’usa piccerella/piccerillo= piccina/piccino,ma poiché le voci piccerella/piccerillo a Napoli vengono usate con riferimento ad esseri animati (uomini o bestie) ecco che si adottò l’adattamento della voce italiana piccola→piccula per significare una cosa contenuta e cioè la bibita de qua. raffaele bracale

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