sabato 20 febbraio 2016

‘O RAMMARO



‘O RAMMARO
Eccoci innanzi ad un’altra antica parola partenopea che fu in uso sino a circa cinquant’anni orsono e poi sparí dal lessico e dal parlato popolare insieme alla sparizione dell’attività commerciale che svolgeva ‘o rammaro. Tale voce  in origine tradusse esattamente l’italiano ramaio  e cioè  l’artigiano che fa e vende oggetti di rame il calderaio; etimologicamente la voce rammaro  è un derivato del lat. (ae)rame(n) con raddoppiamento espressivo della consonante nasale bilabiale  (m) piú il suff. di pertinenza arius (in napoletano aro, in italiano aio). Da tutto ciò si evince che in origine ‘o rammaro era colui che lavorava, produceva e vendeva al minuto  sia in una propria bottega, sia molto spesso   a domicilio utensili di rame (pentole, padelle, vasellame etc.) per i bisogni quotidiani; ed era tale  medesimo artiere, quando facesse anche le funzioni dello stagnino,   che con cadenza settimanale al grido: Stagnàteve ‘a ramma! (Fate ricoprir di stagno gli utensili di rame!) si recava presso i suoi clienti per coprire le parti degli utensili di rame  che andavano a contatto con il  cibo, con un sottile strato di stagno (elemento atossico) (per rendere nuovamente  utilizzabili  le  pentole, le padelle,il vasellame etc. di rame ed impedire che il cibo potesse  diventare tossico stando a diretto contatto con il rame che – per logorio d’uso – avesse perduto lo strato protettivo di stagno; in effetti il quotidiano uso delle stoviglie di rame procurava appunto  la consunzione o logoramento  dell’originario strato di stagno ed occorreva ricostituirlo ed a ciò provvedeva o il medesimo rammaro (nella speranza che, se le stoviglie fossero troppo rovinate, ne potesse vender di nuove)   o un altro artiere detto stagnaro = stagnaio; il nome napoletano fu poi assegnato estensivamente  all’idraulico per la frequentazioni di quest’ultimo con lo stagno usato per saldare i tubi di piombo; da notare che anche in un  corretto italiano, mutuandolo dal napoletano stagnaro, la voce stagnaio è usata per indicar l’idraulico.   
In prosieguo di tempo, quando poi l’alluminio entrò prepotentemente, soppiantando il rame, nella formazione degli utensili da cucina, ecco che ‘o rammaro  perdette quella sua esigua fonte settimanale di guadagno (le stoviglie di rame non si vendevano piú, né era necessario stagnare l’alluminio, atossico di suo) e per non perdere la clientela che aveva acquisito vendendo e stagnando rame, egli  fu costretto ad operare una sorta di riconversione commerciale; continuò a girar di casa in casa, ma invece di utensili di  rame, prese a vendere  capi di biancheria personali e/o per la casa (corredi matrimoniali etc.)  ed operò détta vendita  non pronti contanti, ma con contenute rate  settimanali o talvolta  mensili  e con l’avvenuta  riconversione commerciale mutò anche il nome; non fu piú ‘o rammaro ma divenne ‘o rammariello  anche quando, per l’età, non fosse cosí  tanto giovane da giustificare il diminutivo rammariello usato quasi ad indicare la giovane nuova attività del vecchio rammaro.
A completamento di tutto quanto detto rammento un’espressione che un tempo settimanalmente si poteva udire con diversa intonazione: o di sollecitudine o di… cruccio nelle case partenopee, specialmente sulla bocca della padrona di casa: Ogge à dda passà ‘o rammaro!... (letteralmente: Oggi passerà il ramaio) ; spieghiamo la duplice valenza: A(nel caso che si usassero ancóra stoviglie di rame) Prepariamo le stoviglie da far stagnare ché oggi passa il ramaio.. B (nel caso che il rammaro fosse diventato rammariello)  Ohibò, oggi è giornata di esborso delle rate!
Oggi che il rame non si usa piú soppiantato da alluminio, teflon, plastica ed altre schifezze consimili, è normale che la voce in epigrafe sia sparita, come è altresí sparito il diminutivo rammariello  atteso che nessuna padrona di casa acquista  piú biancheria personale e/o di casa a rate e men che meno il corredo da sposa per le proprie figlie che se anche optano per il matrimonio e non per la convivenza(divenuta costume abituale dei giovani), non si curano né di coperte, né di lenzuola ricamate, né d’altra biancheria di casa ed a nessuna ragazza d’oggi  interessa piú di ricevere (per tramandarla ad una futura figlia)la cassa del corredo da sposa  che dapprima  fu della bisnonna, poi  di sua nonna ed infine di sua madre e avimmo cassato n’atu rigo ‘a sott’ ô sunetto (abbiamo ulteriormente accorciato il sonetto!).
                                       raffaele bracale 28/05/07

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