domenica 23 luglio 2017

‘NZIRIA & DINTORNI



‘NZIRIA & DINTORNI
Anche questa volta faccio sèguito ad  un  quesito rivoltomi dall’amico N.C. (al solito, motivi di riservatezza mi impongono di  riportar solo le iniziali di nome e cognome di chi mi scrive per sollecitar ricerche) occupandomi brevemente di tre voci napoletane che rendono, con puntiglio e precisione la generica   voce italiana capriccio. Intendo cioè parlare delle voci napoletane: ‘nziria, verrizzo,tirrepetirro ognuna delle quali è usata per indicare un particale tipo di capriccio.  Prima di dedicarci alle voci napoletane diamo un contenuto sguardo alla voce italiana
capriccio s.vo m.le usato con molte accezioni:
1.   a. Voglia improvvisa e bizzarra, spesso ostinata anche se di breve durata: venire, saltare un c. (con il dativo della persona: gli vengono tutti i c.; le è venuto il c. di un orologio molto costoso; ma che capriccio ti salta, ora?); levare, cavare un c., soddisfarlo; fare passare i c.; essere pieno di capricci; avere piú c. che capelli in testa; modo prov., ogni riccio un c., di bambino assai capriccioso (ma anche riferito talora, scherz., a donne); fare, agire a capriccio, seguendo i proprî impulsi improvvisi, senza una ragione plausibile; fare i c., spec. di bambini, fare le bizze. Riferito a cose, non funzionare bene: la mia vecchia macchina stamattina à fatto i c. e mi à lasciato per strada; oggi il computer à fatto i capricci.

b. Amore superficiale e instabile, passioncella amorosa: non era vera passione, ma un c. giovanile.

2. Fenomeno strano, anomalo, bizzarria: un c. del caso, della natura; i c. della sorte, della fortuna.

3.  Componimento strumentale (meno spesso vocale) di forma varia e libera e di carattere fantasioso, quasi improvvisatorio.
Quanto all’etimologia non vi sono certezze, quantunque i piú optino per un’agglutinazione funzionale di capo+riccio→cap(o)riccio→capriccio dando l’impressione che semanticamente una testa ricciuta possa essere indice di una mente bizzarra quando non bizzosa;l’idea non mi convince benché seguita anche dal D.E.I. e non essendo abituato a  cantare nel coro preferisco seguire l’idea caldeggiata dal Pianegiani che riferisce d’un verbo latino caprizare= saltellare a mo’ di capro, animale bizzarro, di cervello corto,che saltella in continuazione  quasi che semanticamente  il capriccio sia un’idea balzana, stravagante  tipica di soggetto (il capro) aduso a comportamenti irrequieti.
E passiamo alle voci napoletane: 
'nziria s.vo f.le= è il capriccio proprio del bambino piccolo, d''o criaturo, capriccio accompagnato dal piagnucolare senza motivo apparente. l'etimologia è controversa potendosi o ipotizzare un latino  in-ira o meno probabilmente un greco sun-eris (con dissidio); reputo migliore e mi associo all’idea di chi prospetta una derivazione da un latino in-sideo (mi fermo su – mi impunto).
verrizzo s.vo m.le = capriccio futile e ripetitivo, astiosa richiesta di un quid inopportuno e demotivato, irrazionale atteggiamento di chi la vuole aver vinta ad ogni costo, con modi velleitarii e pretestuosi: tipicamente femminile!, per cui 'o verrizzo è tipico della donna, giovane o meno giovane che sia(il prof. D'Ascoli (parce sepulto)nel suo dizionario, molto usato ma anche impreciso, si inventò al proposito dei verrizze un che di libidinoso che non trova riscontro né in cielo, né in terra  e ciò se non è da attribuire alla sua provenienza paesana - fu originario mi pare di Mercogliano,o di Ottaviano - lo posso solo far dipendere dall'arteriosclerosi che , alla sua età , gli  logorò probabilmente  il cervello); l'etimologia è squisitamente latina la parola infatti è costruita sull'antico velle (volere) con tipica rotacizzazione della liquida l  e successivo ampliamento del primitivo  verre.
tirrepetirro s.vo m.le = capriccio squisitamente femminile e piú corposo che non la imberbe 'nziria o il velleitario verrizzo di cui sopravanzano il vuoto isterismo , pur configurandosi in  comportamento nevrotico tali da degenerare in forme convulsionanti tenendo presenti le quali si giunge all'etimologia della parola  che non deriva come proposto da qualcuno dallo spagnolo tirria che denota invece la semplice antipatia  (che non à nulla a che vedere con il capriccio); ‘o tirrepetirro che al pl. è 'e tirrepetirre promana invece dalle voci greche tiros(spasmo) + pitulos(convulsione) manifestazioni tipiche della cocciutagine che attiene al tirrepetirro.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere per cui mi fermo qui, sperando d’avere accontentato l’amico N.C. ed interessato qualcun altro  dei miei ventiquattro lettori e  chi  forte dovesse imbattersi in queste  due paginette. Satis est.
Raffaele Bracale


VARIE 17/741












1 - S' È FATTA NOTTE Ô PAGLIARO.
Letteralmente: È calata la notte sul fienile. La locuzione viene usata a mo' di incitamento all'operosità verso colui che invece pretestuosamente procrastini sine die il compimento di un lavoro per il quale - magari - à già ricevuto la propria mercede; a tal proposito rammento  che, in simili occasioni,  si suole commentare: chi pava primma è male servuto (chi paga in anticipo è malamente servito...);
pagliaro = fienile, pagliaio, grande cumulo di paglia o fieno sorretto da un palo centrale, per lo piú di forma conica ' l’etimo  della voce è dal  lat. paleariu(m), deriv. di palea 'paglia'.
2 - QUANTO È BBELLO E 'O PATRONE S''O VENNE!
Letteralmente: Quanto è bello, eppure il padrone lo vende. Era questa, in origine la frase che, a mo' di imbonimento, pronunciava un robivecchi portando in giro, per venderla al migliore offerente, la statuina  di un santo presentata sotto una campana di vetro. Con tale espressione, oggi,  ci si prende gioco di chi si pavoneggi, millantando una bellezza fisica e/o morale  non corrispondenti in  assoluto alla realtà.
quanto = quanto  avverbio  qui con valore esclamativo=come con derivazione dal  lat. quantu(m), avv. da quantus;
bbello = bello  aggettivo qual. masch. si dice di ciò che è dotato di bellezza; che suscita ammirazione, piacere estetico  con etimo dal lat. volgare bellu(m) 'carino', in origine dim. di bonus 'buono';
patrone= padrone, proprietario, chi à la proprietà di qualcosa  l’etimo è dal lat. patronu(m) 'patrono';
venne = vende voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.) dell’infinito vénnere = vendere, cedere in vendita contro corrispettivo in danaro, l’etimo è dal  lat. vendere, da vínum dare 'dare in vendita' con consueta assimilazione progressiva nd→nn.
3 -  SI 'O VALLO CACAVA, COCÒ NUN MUREVA.
Letteralmente: Se il gallo avesse defecato, Cocò non sarebbe morto. La locuzione commenta  sarcasticamente le parole o  di chi  si ostini a mettere in relazione di causa ed effetto due situazioni chiaramente incongruenti,(quali l’espletamento di necessità fisiologiche del gallo e la morte di un non meglio identificato individuo nominato  Cocò, che sono accadimenti logicamente  non relazionabili tra di loro) oppure di  chi insomma continui a fare dei  ragionamenti privi di conseguenzialità logica.
vallo/gallo= gallo  sostant. masch. uccello domestico commestibile, con piumaggio brillante, testa alta con grossa cresta carnosa e bargigli, zampe fornite di speroni, coda falciforme dai colori spesso vivaci; l’etimo è dal lat. gallu(m)  con tipica alternanza partenopea g/v  come alibi per  volpe/golpe, vunnella/gonnella, vulio/gulio etc.
cacava= cacava, defecava  voce verbale (3° pers. sing. imperf. indic.) dell’infinito cacà = cacare, defecare, andar di corpo; l’etimo è dal lat. cacare;
mureva = moriva, decedeva  voce verbale (3° pers. sing. imperf. indic.) dell’infinito murí= morire, decedere cessare di vivere, detto di persone, animali, piante; ; l’etimo è dal lat. volgare morire per il class. mori.
4 -  À PERZO 'E VUOJE E VVA ASCIANNO'E CCORNA.
Letteralmente: À perduto i buoi e va in cerca delle loro corna. Lo si dice sarcasticamente e con del risentimento  di chi, avendo - per propria insipienza - perduto cose di valore, ne cerca piccole vestigia, cercando di colpevolizzare altri completamente estranei,  adducendo sciocche rimostranze e pretestuose argomentazioni.
à perzo= à perso, à perduto  voce verbale (3° pers. sing.passato prossimo ind.) dell’infinito perdere= perdere, smarrire  non avere piú, restare privo di una persona con cui si aveva consuetudine, o di qualcosa che si possedeva, si usava, di cui si aveva facoltà l’etimo è dal  lat. perdere, comp. di per 'al di là, oltre' e dare 'dare'; perzo è esattamente il part. pass. di perdere con normale variazione partenopea di rs→rz;
vuoje= buoi, sost. masch. plurale metafonetico  di vojo,   il maschio adulto castrato dei bovini domestici; vojo  etimologicamente è dall’acc. lat. bove(m) con alternanza napoletana b/v (cfr. barca,varca etc.) della consonante d’avvio, sincope della v intervocalica sostituita dal suono di transizione intervocalico  j;
va ascianno=va cercando, va in cerca   locuzione verbale
formata dall’ ind. pres. (3° pers. sing.) va  dell’infinito jí= andare  dal latino ire  piú  il gerundio ascianno= cercando  dell’infinito ascià/asciare= cercare con insistenza, ricercare, indagare, investigare; desiderare, agognare; tendere, , aspirare a con etimo forse da un lat. volgare  *anxiare→assiare*asciare= ansimare, ma piú probabilmente dal tardo lat. adflare→afflare→asciare= annusare;
ccorna = corna, sost. femm. plur. del maschile  sg. cuorno
 prominenza cornea o ossea, di varia forma ma per lo piú approssimativamente cilindro-conica e incurvata, presente generalmente in numero pari sul capo di molti mammiferi ungulati; anche, ognuna delle due analoghe protuberanze sulla fronte di esseri mitologici o, nell'immaginazione popolare, del diavolo con etimo dal lat. cornu(m) con tipica dittongazione della ŏ (o intesa tale)ŏuo nella sillaba d’avvio della voce singolare, dittongazione che viene meno, per far ritorno alla sola vocale etimologica o, nel plurale reso femminile (‘e ccorne) laddove nel plurale  maschile è mantenuta (‘e cuorne) ; rammenterò che in napoletano il plurale femm. ‘e ccorne  è usato per indicare le protuberanze cornee reali della testa degli animali, o quelle figurate  dell’uomo o della donna traditi rispettivamente  dalla propria compagna,  o dal proprio compagno, mentre con il plurale maschile ‘e cuorne si indicano alcuni tipici strumenti musicali a fiato o  i piccoli o grossi  amuleti di corallo rosso  usati come portafortuna;ugualmente con valore di portafortuna vengono usati i corni dei bovini  macellati, corni che vengon staccati dalla testa, messi a seccare, opportunamete vuotati  e talvolta tinti di rosso   tali cuorne, non piú ccorna devono rispondere – nella tradizione partenopea a precisi requisiti, dovendo necessariamente  essere russo, tuosto, stuorto e vacante pena la sua inutilità come  porte-bonheur.
russo= rosso  (da non confondere con ruosso  che è grosso)di colore rosso  derivato del latino volgare russu(m) per il class. ruber;
tuosto= duro, sodo, tosto derivato  del lat. tostu(m), part. pass. di torríre 'disseccare, tostare'con la tipica dittongazione  partenopea  della o→uo;
stuorto = storto, ritorto,non dritto, scentrato  derivato  del lat. tortu(m), part. pass. del lat. volg. *torquere, per il class. torquìre con prostesi di una  s intensiva e  tipica dittongazione partenopea  della o→uo;
vacante= cavo, vuoto  ed altrove insulso, insipiente  part. pres. aggettivato del lat. volg. vacare = esser vuoto, mancante, libero di; a margine rammenterò che esiste un altro tipico cuorno  quello de ‘o carnacuttaro (il girovago venditore di trippe bovine che lavate, sbiancate e lessate vengon vendute al minuto opportunamente ridotte in piccoli pezzi serviti su minuscoli fogli di carta oleata, irrorate di succo di limone e cosparse di sale contenuto in un corno bovino, seccato, vuotato, forato in punta, per consentire la fuoriuscita del sale con cui viene riempito, e tappato alla base con un grosso turacciolo di sughero; tale cuorno  viene portato pendulo sul davanti del corpo, legato in vita con un lungo spago, in modo che nel suo pendere insista su di una bene identificata  zona anatomica; ciò è rammentato nell’espressione: Mo t’’o ppiglio ‘a faccia ô cuorno d’’a carnacotta! (Adesso te lo procuro, prendendolo dal corno della trippa) nella quale ‘o cuorno è usato eufemisticamente in luogo d’altro termine becero, facilmente intuibile se si tiene presente la zona su cui insiste il pendulo corno del sale… l’espressione è usata con una sorta di risentimento da chi venga richiesto di azioni o cose che sia impossibilitato a portare a compimento o a procurare, non essendo le une o le altre nelle sue capacità e/o possibilità
5 - PURE LL'ONORE SO' CASTIGHE 'E DDIO.
Letteralmente: Anche gli onori son castighi di Dio. Id est: anche agli onori si accompagnano gli òneri; nessun posto di preminenza è scevro di fastidiose incombenze. La locuzione ricorda l'antico brocardo latino: Ubi commoda, ibi et incommoda.
pure= pure, anche  avv. con valore aggiuntivo  derivato dal  lat. pure 'puramente, semplicemente' ed anche; nel lat. tardo, 'senza riserve, senza condizione;
onore/i =onori  sost. neutro plur. di onore = buona reputazione acquistata con l'onestà, la coerenza ai propri principi; dignità, prestigio; coscienza del valore sociale e morale di tale reputazione e quindi delle virtú che l'ànno procurata derivato dal  lat.honore(m)  con aferesi dell’aspirata d’avvio intesa inutile e pleonatica;
castighe = castighi  sost. masch. plurale di castigo = castigo, punizione, sventura etc.  deverbale di castigà  che è dal lat.  castigare, deriv. di castus 'puro'; in origine 'rendere puro';
Ddio = Dio,  nelle religioni monoteiste, l'Essere supremo concepito come la causa creante di tutta la realtà o come il semplice ordinatore del caos primordiale, a cui si attribuisce il governo del mondo; in genere, costituisce anche il principio del bene e il fondamento della morale umana; l’etimo è dal lat. dìu(m), da una radice indoeuropea che significa 'luminoso'.
6 - MADONNA MIA FA' STÀ BBUONO A NIRONE
Letteralmente: Madonna mia, mantieni in salute Nerone. È l'invocazione scherzosa rivolta dal popolo alla Madre di Dio affinché protegga la salute dell'uomo forte, di colui che all'occorrenza possa intervenire per aggiustare le faccende quotidiane. Nella locuzione c'è la chiara indicazione che il popolo preferisce l'uomo forte e deciso, piuttosto che l'imbelle democratico, oppure – con altra poco differente valenza -   che esso popolo  preferisce essere amministrato e/o guidato  anche da un cattivo soggetto, temendo e paventando che un eventuale sostituto sia peggiore del sostituito!
Madonna/Maronna = Madonna,  appellativo di cortesia con cui ci si rivolgeva alle donne di elevata condizione e che si premetteva al nome proprio, oggi usato in taluni paesi del Piemonte come segno di rispetto delle nuore verso le suocere, ma ovunque  esclusivamente nei confronti della Madre di Dio; etimologicamente è voce forgiata sul  francese madame=mia signora attraverso una composizione  di ma (forma proclitica di mia) e donna/ronna=donna; la forma Maronna è d’uso  piú popolano di Madonna e  comporta la tipica rotacizzazione  osco-mediterranea della d→r;
Nirone= Nerone 37-68 d.C.), imperatore romano (54-68), ultimo della gente Giulio-Claudia. Figlio di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina Minore, cambiò il suo nome (Lucio Domizio Enobarbo) in Nerone Claudio Cesare dopo essere stato adottato dall'imperatore Claudio, che sua madre aveva sposato in seconde nozze. Nel 53 sposò la figlia di Claudio, Ottavia. Alla morte di Claudio, nel 54, i pretoriani, guidati dal prefetto del pretorio Sesto Afranio Burro (fedele ad Agrippina) lo proclamarono imperatore. Sotto la guida di Burro e del filosofo Seneca, suo tutore, Nerone si mostrò inizialmente deferente nei confronti del senato, la cui autorità era notevolmente diminuita durante i regni degli ultimi imperatori. 
Entrato in contrasto con la madre, che si opponeva alla sua relazione con Poppea Sabina e intendeva esercitare sempre maggiore influenza, Nerone fece uccidere Britannico, figlio di Claudio e di Messalina, considerato un possibile pretendente al trono e allontanò la madre da Roma, facendola uccidere nel 59. Con la morte di Burro e il ritiro di Seneca dalla vita pubblica, Nerone modificò radicalmente la propria politica: divenuto ostile al senato, iniziò a favorire i ceti popolari e militari e a esercitare un potere sempre piú dispotico. Quando, nel luglio del 64, Roma fu distrutta da un incendio, l'imperatore ne fu ritenuto responsabile e cercò invano di incolpare dell'incendio i cristiani. In seguito, fece costruire per sé la nuova residenza imperiale (la domus aurea).
Il contrasto con il senato si acuì in seguito alla riforma monetaria introdotta da Nerone (59-60), secondo cui veniva privilegiato il denarius (la moneta d'argento di cui si serviva soprattutto la plebe urbana) all'aureus (moneta dei ceti piú agiati). Nel 65 Caio Calpurnio Pisone ordì una congiura ai danni di Nerone, che tuttavia la represse e fece uccidere tra gli altri Seneca e il poeta Lucano, accusati di aver preso parte alla cospirazione. Nel 66-67 Nerone si recò in Grecia, alla quale rese la libertà, rendendo piú difficili i rapporti con le altre province dell'impero. Nel 68 le legioni stanziate in Gallia e in Spagna, guidate rispettivamente da Vindice e da Galba, si ribellarono all'imperatore, costringendolo a fuggire da Roma. Dichiarato nemico pubblico dal senato, Nerone si suicidò.Nerone fu molto noto anche a Napoli nel cui teatro ubicato nei pressi dell’acropoli cittadina (sita  tra le attuali strade di Spaccanapoli, san Gregorio Armeno e piazza san Gaetano) si esibì numerose volte cantando sue composizioni ed accompagnando il canto con la cetra. Personaggio discusso e non ancòra compreso a fondo dagli addetti ai lavori  che tuttora ne studiano la complessa personalità non riuscendo a dare un giudizio univoco finale, fu ed ancòra è nell’immaginario comune emblema del male e della crudele perfidia.


7-  PE TTRECCALLE 'E SALE, SE PERDE 'A MENESTA.
Letteralmente: per tre cavalli  (pochi soldi) di sale si perde la minestra. La locuzione la si usa quando si voglia commentare la sventatezza di qualcuno che per non aver voluto usare una piccola diligenza nel condurre a termine un'operazione, à prodotto danni incalcolabili, tali da nuocere alla stessa conclusione dell'operazione. Il  treccalle era una piccolissima moneta divisionale ( la piú piccola era il callo contrazione di cavallo che era effigiato sul dritto della moneta) napoletana pari a stento al mezzo tornese ed aveva un limitatissimo potere d'acquisto, per cui era da stupidi rischiare di rovinare un'intera minestra per lesinare sull'impiego di tre calli per acquistare il necessario sale.
sale= sale, nel linguaggio corrente, il cloruro di sodio, presente in natura come salgemma o disciolto nelle acque del mare, e usato spec. per dar sapore ai cibi o conservarli letimo è dal lat. sale(m);
perde= perde  voce verbale (3° pers. sing. ind. pres.)dell’infinito pèrdere= non avere piú, restare privo di una persona con cui si aveva consuetudine, o di qualcosa che si possedeva, si usava, di cui si aveva facoltà; non trovare piú, smarrire, mandare a male con etimo dal latino pèrdere, comp. di per 'al di là, oltre' e dare 'dare';
menèsta = minestra  genericamente ogni  primo piatto, caratteristico della cucina italiana, a base di pasta o riso cotti in brodo o in acqua con legumi e verdure;  piú particolarmente in napoletano  la voce menèsta  indica  una portata di verdure lessate in brodo di carne, spesso addizionate (e si à la c.d. menesta mmaretata) di carni lesse bovine e  suine e talvolta di pollame; l’etimo di menèsta  è l’acc. lat. minestra(m)  deverbale del lat. ministrare nel sign. di 'servire a mensa', deriv. di minister 'servo, servitore'con successivi metaplasmi popolari  di apertura delle i→e e sincope della liquida r come alibi maesta ← magistra etc.
8 - S'È AUNITO 'O STRUMMOLO A TIRITEPPE E 'A FUNICELLA CORTA.
Letteralmente: si è unita la trottolina scentrata e lo spago corto. Id est: ànno concorso due fattori altamente negativi per il raggiungimento di uno scopo prefisso, come nel caso in epigrafe la trottolina di legno non esattamente bilanciata e lo spago troppo corto e perciò inadatto a poterle imprimere il classico movimento rotatorio.
s’è aunito = si è unito voce verbale rifless. (3° pers. sing. del pass. pross.) dell’infinito aunir(se)= unirsi, congiungersi con etimo dal basso lat. ad +unire, deriv. di unus 'uno': ad unu(m) ire;
strummolo = conica trottolina lignea azionata attraverso lo srotolamento con movimento secco e rapido di una cordicella arrotolata strettamente seguendo le  scanalature parallele tracciate lungo la parete della trottolina che à una punta metallica infissa al vertice del cono; è un giuoco un tempo largamente diffuso, con varî nomi  tra tutti i ragazzi della penisola; ed a Napoli fu detto strummolo con derivazione dal greco strombos  che diede il latino strumbus→strummus→strummolo;
tiriteppe e talvolta tiriteppole intraducibile in quanto voce onomatopeica usata per indicare che la trottolina di fabbricazione  non bilanciata e  che abbia la punta scentrata , una volta le sia stato impresso il moto rotatorio, non prilla a dovere, ma ballonzola malamente, producendo un tipico rumore scorretto, toccando terra non con la punta, ma con le pareti laterali, fino a che – perduta la forza rotatoria – non crolli in terra e si fermi troppo presto  dimostrando che la trottolina è ‘nu strummolo scacato (trottola senza forza e/o capacità) destinato a soccombere in ogni contesa ludica fino a subire l’estremo affronto d’essere scugnato (sbreccato se non spaccato da un colpo inferto con la punta acuminata dello strummolo vincitore…)
scugnato= sbreccato,spaccato  part. pass. masch. dell’infinito scugnà= sbreccare, spaccare, percuotere, ma altrove anche dissodare, trebbiare, battere il grano  con etimo dal lat. volg. *excuneare  derivato di cuneus;
funicella= cordicella  sost. femm. diminutivo (vedi suff. cella)  di fune= corda,  insieme di piú fili di canapa, d'acciaio o di altro materiale ritorti e intrecciati fra di loro; fune, cavo con etimo dal lat. fune(m);
corta= corta, di poca lunghezza o di lunghezza inferiore al normale; agg. femm. (il maschile è curto) con etimo dal lat.  curtu(m) /curta(m)'accorciato/a, troncato/a'; anche l’italiano antico ebbe curto in luogo di corto.
9 -  LL'AUCIELLE S'APPARONO 'NCIELO E 'E CHIÀVECHE 'NTERRA.
Letteralmente: gli uccelli si accoppiano in cielo e gli uomini spregevoli in terra. È la trasposizione in chiave rappresentativa del latino: similis cum similibus, con l'aggravante della spregevolezza degli individui che fanno comunione sulla terra. Il termine
chiàveche è un aggettivo sostantivato, formato volgendo al maschile plurale (il sg. è chiaveco) il termine originario femm. sing. : chiàveca che è la cloaca, la fogna, da un acc. tardo lat. clavica(m) normale il passaggio di cl>chi come ad es. in clavus=chiuovo, chiodo- clarum=chiaro etc.; tenendo ciò presente si può capire quale valenza morale abbiano,  per i napoletani, gli uomini detti chiàveche quasi via di trasporto di escrementi; linguisticamente rammenterò che il plurale femm. di chiàveca si distingue da quello maschile perché, pur essendo anch’esso come il maschile chiàveche, se preceduto da vocale  a,o,e oppure   dall’art. ‘e (le)  va scritto  con la geminazione iniziale ‘e cchiàveche mentre il maschile ‘e(i) chiàveche non comporta la geminazione;
aucielle= uccelli  sost. masch. plurale di auciello=uccello  derivato di un tardo latino aucellus  doppio diminutivo di avis  attraverso avicula→avicellus→aucellus con la v letta u, e successiva sincope della prima i e dittongazione popolare e→ie) della vocale  implicata intesa breve (seguita da due consonanti)
‘nterra = in terra, sulla terra; ‘nterra= in(illativo)+terra  (dal lat. terra(m).
10 - 'E CIUCCE S'APPICCECANO E 'E VARRILE SE SCASSANO.
Letteralmente: Gli asini litigano e i barili si rompono. Id est: i comandanti litigano e le conseguenze le sopportano i soldati. Così va il mondo: la peggio l'ànno sempre i piú deboli, anche quando non sono direttamente responsabili d'alcunché. La cultura popolare napoletana ha tradotto icasticamente il verso oraziano: quidquid delirant reges, plectuntur Achivi (Qualsiasi delirio dei re, lo piangano gli Achei...).
ciucce = asini, ciuchi  sost. masch. plurale di ciuccio= asino, ciuco e figuratamente  persona ignorante, ragazzo che non riesce negli studi; qui maliziosamente riferito ai capi, ai comandanti;  per la voce ciuccio etimologicamente qualcuno sbrigativamente parla di  un lemma espressivo, ma preferisco aderire all’idea di chi,  forse  piú acconciamente , pensa occorre riferirsi al lat. cillus  sulla scia del greco kíllos= asino; il probabile tragitto seguìto è: cillus→ciccus→ciucco→ciuccio ,
appicecano= litigano voce verbale (3°pers. plur. ind. pres.) dell’infinito appiccecà= litigare, contrastarsi, venire alle mani intensivo di appiccià con etimo dal basso lat. adpiceare  denominale di ad+piceus (riguardante la pece): chi litiga e viene alle mani si appiccica quasi all’avversario;
varrile= barili  sost. masch. plur. di varrilo =  recipiente simile a una piccola botte, fatto di doghe di legno tenute assieme da cerchi di ferro, impiegato per la conservazione di liquidi o altri prodotti | essere ‘nu varrilo, (fig.) essere molto grasso. con etimo dal basso latino barillus, ma attraverso il port., spagn, prov. barril  con la tipica alternanza partenopea b/v come bocca/vocca, barca/varca etc. il  basso latino barillus  si forgiò su di una radice bhar=portare la medesima dello spagnolo barrica  e franc. barrique= botte  ed ancòra dello spagnolo barral= fiasco;
se scassano= si rompono, si infrangono  voce verb. rifl. (3° pers. plur. ind. pres.) dell’infinito scassare/arse/ scassà= romper(si), infrangere  con etimo da un tardo latino s (intensiva)+ quassare frequentativo di quatere; ricorderò che in napoletano esiste una seconda voce scassà  con etimo e significato diverso; questa seconda voce verbale sta per raschiare, cancellare  e deriva da un tardo latino s (intensiva)+ cassare denominale di cassus=vano, vuoto.
                                         Raffaele Bracale 20/12/06